L’Editoriale
di don Giorgio
Si può essere mistici
e nello stesso tempo guerriglieri?
Posta così, la domanda non sembra dare alcuna possibilità per una riconciliazione e nemmeno per qualche dubbio su un eventuale compromesso.
Istintivo dire, anche da parte di chi è ignorante di Mistica: o si è mistici o si è guerriglieri.
Sì, sarebbe solo istintivo, ovvero superficiale, sostenere una irriducibile contrapposizione. Ma non è così, se si va oltre l’istintivo o il superficiale o quel modo apparente di vedere la realtà.
La realtà nella sua essenza è semplicità, un qualcosa di “unicum”, perché riflette in sé l’Uno divino. Ma la realtà, in quanto esistenziale, ovvero anche corporeità, è complessa e contraddittoria, ma solo apparentemente.
E allora possiamo dire che si è essenzialmente mistici nel proprio essere più profondo, ma, nella realtà quotidiana del nostro e-sistere, ovvero dello “star fuori” della nostra interiorità, dobbiamo gestire il quotidiano conciliando l’intus e l’extra, ma è l’intus, ovvero la Sorgente della Grazia, a dar senso al mio lottare, per la giustizia e la libertà, individualmente e socialmente. Il mio lottare ha senso, assumendo anche volti diversi a contatto con un mondo che è frantumato dal male, solo se l’anima interiore (o spirito) trasforma ogni mia scelta in una possibilità di miglioramento.
Più siamo mistici, più siamo dialettici: ogni realtà è un insieme di tesi e di antitesi, in vista della sintesi. Ci si confronta in vista del Meglio, che è la Sintesi, che non è la somma di tesi e di antitesi, ovvero di pro e di contro, o l’eliminazione di una di loro, ma è il risultato del confronto dialettico in vista del Meglio.
Già ogni scelta che faccio pone il problema della tesi o della antitesi, ovvero: la scelta è un bene o è un male? In qualsiasi caso, sarà sempre un confronto con le scelte di altri, che mi stimoleranno a puntare al Meglio. E non c’è sempre, o per forza, una scelta tra il bene e il male, ma anche tra un bene maggiore e un meno bene. Noi adulti talora ci comportiamo come certi scolari che si accontentano del minimo per essere promossi; e se ci dessero un “meno meno” sufficiente, ciò ci basterebbe. Provate a far capire agli studenti che la scelta è tra il bene meno bene e il bene più bene, in vista dell’ottimo.
Ma ecco la domanda iniziale: il nostro lottare per la giustizia e la libertà fin dove può arrivare per stimolare il bene o per contrastare il male? In altre parole: posso essere anche violento?
Chiariamo. Anche nei Vangeli si parla di violenza: violenza su se stessi per reprimere il proprio ego, e per controbattere l’ego di un potere che vorrebbe schiacciare la nostra coscienza. Quel subire per una falsa rassegnazione o per un quieto vivere o perché ribellarci sembrerebbe una mancanza di carità cristiana significherebbe favorire la prepotenza del potere. E quando si lotta non solo per sé, o addirittura pagando di persona perché si mette a rischio la propria stessa incolumità fisica, allora almeno ammiriamo queste persone e non criticarle o condannarle. E talora questo modo di fare, ovvero mettere sotto giudizio i cosiddetti violenti, è una maniera vile per proteggere la propria codardia.
C’è nel Vangelo almeno un episodio in cui Cristo ha usato la frustra contro i mercanti del tempio (Gv 2,13-17), e c’è il racconto di scontri durissimi tra Cristo e i suoi avversari (Gv 8,30-59). E come dimenticare le parole violente, i famosi “guai” lanciati da Cristo contro gli scribi e i farisei? Andate a leggete il capitolo 23 del Vangelo secondo Matteo, e troverete parole come “ipocriti”, “guide cieche”, “razza di vipere”, “sepolcri imbiancati”…
L’anonimo autore della “Lettera agli Ebrei” scrive: «La parola di Dio è viva, energica, più tagliente di ogni spada a doppio taglio, penetrante fin nella divisione tra anima e spirito, giunture e midolla, giudicatrice dei sentimenti e dei pensieri del cuore». (4,12)
È un passo celebre, dominato da un’immagine vigorosa, quella della spada: Geremia aveva invece parlato di “martello”(«La mia parola non è forse come il fuoco e come un martello che spacca la roccia?”, 23,29).
È significativo notare che non di rado le Sacre Scritture adottano simboli “offensivi” per raffigurare la forza incisiva che la parola di Dio ha in sé e che dispiega nella storia dell’umanità e nelle vicende personali dei fedeli. Ad esempio, il Cristo dell’Apocalisse è rappresentato con «una spada affilata a doppio taglio che gli esce dalla bocca» (1,16), proprio per evocare quello che il profeta Isaia affermava del re Messia: «La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento, col soffio delle sue labbra eliminerà il malvagio» (11,4).
Se si vuole variare la metafora, potremmo dire che la parola divina è come un bisturi che si affonda in profondità, andando oltre la superficie e penetrando fino alle giunture e persino perforando le ossa per cogliere il midollo. Infatti, essa vuole sceverare e giudicare i segreti intimi delle coscienze, ove si celano i pensieri e le passioni più oscure che tentiamo di nascondere talvolta anche a noi stessi. Essa si insedia pure in quel punto delicato ove s’incontrano l’anima che è la nostra identità interiore, e lo spirito che per san Paolo è il principio divino della vita nuova donata da Cristo.
«Non c’è, dunque – continua la Lettera agli Ebrei (4,13) – nessuna creatura che possa nascondersi davanti a Dio e tutto è nudo e svelato ai suoi occhi e a lui noi dobbiamo rendere conto».
Ritroviamo, allora, non tanto la religione del terrore, ma quella della serietà, che esige un severo impegno morale, un rigoroso esame di coscienza, come ammoniva anche Gesù: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole ha chi lo condanna: è la parola che ho annunziato a condannarlo nell’ultimo giorno». (Gv 12 48)
Quando incontriamo e ascoltiamo Cristo, «mite e umile di cuore», non dimentichiamo che il Signore gli ha, però, reso anche «la bocca come spada affilata» per giudicare e condannare il male. (Is 49, 2).
Qualcuno, forse per avvalorare la mia tesi, mi ricorda la raffigurazione di san Paolo armato di spada. È una delle rappresentazioni più comuni a livello di statue o dipinti nelle chiese cattoliche di tutto il mondo. È un’immagine interessante, perché a prima vista potrebbe sembrare che Paolo fosse una sorta di grande guerriero. Era un guerriero, sì, ma non in battaglie fisiche. San Paolo viene spesso rappresentato con una spada per due motivi principali. Il primo è il fatto che il Santo è ben noto per la sua “Lettera agli Efesini”, in cui descrive l’“armatura di Dio”. Usa l’armatura in genere indossata da un soldato romano per descrivere un’armatura spirituale che prepara il cristiano a “resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6, 11-12). Qualche versetto dopo Paolo scrive: «Prendete anche… la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17).
Per questo motivo, San Paolo viene spesso ritratto con una spada e anche con in mano un libro, la “parola di Dio”, effettuando un collegamento artistico con questi passi della Scrittura.
Il secondo motivo per il quale San Paolo ha spesso una spada è per via di una lunga tradizione consistente nel rappresentare i santi martiri con lo strumento della loro morte. Visto che Paolo era cittadino romano, non poteva essere crocifisso. Venne infatti decapitato con una spada fuori dalle mura di Roma.
E allora, se San Paolo può non essere stato un fiero guerriero, era un “soldato di Dio”, che ha combattuto coraggiosamente per diffondere il Regno di Dio sulla Terra.
In ogni caso, vorrei ricordare un grande teologo protestante, Dietrich Bonhoeffer, il quale per eliminare Hitler partecipò di persona a un complotto, ma fu scoperto, e perciò impiccato. Forse pochi ricordano il suo martirio, ma leggono i suoi scritti come se fosse stato un grande mistico fuori dalla realtà. Dimentichiamo che alcuni teologi del medioevo, tra cui san Tommaso d’Aquino, sostenevano il tirannicidio. E io sono d’accordo con loro. E tra i Santi solo casa e sacrestia preferisco i preti guerriglieri come ammiro la scelta di Simone Weil di partecipare fisicamente (nel 1936) come volontaria alla guerra civile spagnola.
Non sarà mai un pacifista che sta con le mani in mano o al massimo partecipando a quale marcia per la pace: sostengo che i criminali vanno uccisi, e che, se potessi, parteciperei anche io a un attentato per eliminarli fisicamente. Putin andava subito ucciso, così Netanyahu, e così Trump. La lista potrebbe allungarsi. Smettiamola di parlare di pace con le pantofole, e diamoci da fare perché anche qui in Italia ci sia una rivoluzione, anche violenta, per abbattere questo governo di farabutti. Nelle emergenze diventa lecito anche l’illecito. Nelle emergenze non si bada a certe sottigliezze, o a giochi di parole o a qualche compromesso di comodo.
C’è il voto popolare! Ma quale voto popolare, se il popolo ha spento l’intelletto? Ha perso ogni cognizione del bene comune, vota solo con la pancia, e la pancia è l’unico o quasi contenitore ideologico di oggi, per cui le idee sono strategie populiste della peggiore specie.
Anche con il popolo bisogna usare la frustra, per scuoterlo nel suo torpore.
Infine, Sant’Ambrogio con la frustra in mano indica la sua violenta opposizione al potere, ma forse a quei tempi il popolo subiva troppe violenze di ogni tipo, e non aveva certo bisogno di essere rimproverato, ma sostenuto con quell’amore paterno che sembra mancare nei pastori di oggi.
07/02/2026
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