Per un salto di qualità

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Per un salto di qualità

«Certamente la terra in cui stai per entrare per prenderne possesso non è come la terra d’Egitto, da cui siete usciti e dove gettavi il tuo seme e poi lo irrigavi con il tuo piede, come fosse un orto di erbaggi; ma la terra che andate a prendere in possesso è una terra di monti e di valli, beve l’acqua della pioggia che viene dal cielo: è una terra della quale il Signore, tuo Dio, ha cura e sulla quale si posano sempre gli occhi del Signore, tuo Dio, dal principio dell’anno sino alla fine. Ora, se obbedirete diligentemente ai comandi che oggi vi do, amando il Signore, vostro Dio, e servendolo con tutto il cuore e con tutta l’anima, io darò alla vostra terra la pioggia al suo tempo: la pioggia d’autunno e la pioggia di primavera, perché tu possa raccogliere il tuo frumento, il tuo vino e il tuo olio. Darò anche erba al tuo campo per il tuo bestiame. Tu mangerai e ti sazierai. State in guardia perché il vostro cuore non si lasci sedurre e voi vi allontaniate, servendo dèi stranieri e prostrandovi davanti a loro. Allora si accenderebbe contro di voi l’ira del Signore ed egli chiuderebbe il cielo, non vi sarebbe più pioggia, il suolo non darebbe più i suoi prodotti e voi perireste ben presto, scomparendo dalla buona terra che il Signore sta per darvi». (Deuteronomio 11,10-17)
Qualcuno resterà sorpreso che citi alcuni passi di un libro dell’Antico Testamento, il Deuteronomio (fa parte del Pentateuco), per fare alcune riflessioni sul Mistero pasquale, o del Cristo Risorto.
Ma se è vero che tutta la Bibbia è Parola di Dio, e che il Nuovo Testamento andrebbe letto anche alla luce del Vecchio (i Vangeli citano spesso le antiche profezie, pensate al Vangelo secondo Matteo) non ne vedo lo scandalo.
D’altronde, se continuiamo a usare la parola “pasqua”, tipicamente ebraica, con chiaro riferimento all’uscita degli Ebrei dalla schiavitù egiziana, e se la parola “pasqua” significa “passaggio”, allora c’è un aggancio con la Pasqua cristiana, vista come un passaggio dalla morte alla vita.
Ma, leggendo le parole del Deuteronomio, c’è qualcosa di più su cui riflettere. Che senso dare alla parola “passaggio”? Basta dire: dalla schiavitù (o morte) alla libertà (o vita)?
Mi si dirà: ma non si è più schiavi! Ma che significa “schiavitù”?
Del resto gli Ebrei, appena usciti dall’Egitto, mancando l’acqua e il cibo nel deserto, borbottano contro Mosè, rimpiangendo “le cipolle d’Egitto”.
Dunque, meglio schiavi, ma con la pancia satolla? E allora avevano ragione i Romani a tener buoni gli schiavi, dando loro “panem et circernses”, cioè una pagnotta e divertimenti. Sistemi o trucchi che usano anche i regimi dittatoriali, e anche i regimi populisti di oggi.
Non basta dire che la Risurrezione è un passaggio dalla morte alla vita: la differenza tra schiavitù e libertà è di qualità, è un salto di qualità.
Si esce da una schiavitù, per entrare in un’altra, magari peggiore. È sempre successo così, con le cosiddette rivoluzioni sociali. Si cambiano le vecchie strutture, ma le nuove sono ancora strutture che vincolano la coscienza e con il tempio si logorano, e la catena continua.
Salto di qualità! Così è stata la risurrezione di Cristo, e così devono fare, un salto di qualità, coloro che vogliono dirsi cristiani, ed essere cristiani. Il cristiano è colui che crede nel salto di qualità del Risorto, e lo vive.
Per gli Ebrei la terra promessa, verso cui erano diretti dopo l’uscita dall’Egitto, doveva essere la libertà, e non un pezzo di terra fisica.
Certo per essere liberi bisogna essere autonomi, e non dipendere da nessuno: anche il lavoro condiziona e schiavizza. Ma saremo sempre dipendenti da qualcosa, ciò che conta è la libertà interiore. Meglio schiavi fisicamente, ma liberi nello spirito, piuttosto che liberi fuori ma schiavi dentro.
Salto di qualità che non è un passaggio da uno stato all’altro: la qualità riguarda l’essere, in tutta la sua purezza. Bisogna volare…
11/04/2026
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