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11 Settembre 2026
Remigrazione: il significato pesante,
specifico e manipolatorio di una parola
di Oscar Nicodemo
La burocratizzazione della deportazione può essere percepita come l’essenza stessa della disumanità moderna.
Remigrazione. Sì, sì, remigrazione. Ripeto: remigrazione!” La parola chiave della destra radicale e identitaria a livello globale, utilizzata come pilastro centrale a sostegno delle proprie idee e azioni politiche. Eppure in origine, nel linguaggio sociologico, almeno per quanto riguarda il flusso migratorio dei meridionali d’Italia, la parola indicava semplicemente il ritorno spontaneo e volontario di un migrante nel proprio luogo d’origine, dopo aver lavorato nel settentrione della sua stessa nazione, in Germania, negli Stati Uniti, nell’America latina e un po’ ovunque. Oggi, invece, i movimenti di destra le hanno conferito un unico significato: operando un rebranding politico l’hanno trasformata in un eufemismo per indicare l’espulsione, il rimpatrio forzato e la deportazione, su larga scala, di popolazioni di origine straniera. Le caratteristiche della politica di “remigrazione”, a differenza dei tradizionali programmi di contrasto all’immigrazione clandestina, presentano tratti esasperatamente radicati nell’etno-nazionalissmo. Si attuano e si propongono programmi che non colpiscono solo gli immigrati irregolari, ma mirano anche ai residenti regolari, richiedenti asilo respinti e, nei casi più estremi, a cittadini naturalizzati, di seconda e terza generazione, considerati “non assimilati” e ostili alla cultura ospitante.
Il nuovo concetto unico di “remigrazione” fa parte, ormai, del linguaggio politico corrente grazie a Donald Trump e al sistema MAGA, entrando a gamba tesa nel dibattito istituzionale e parlamentare del nostro paese, dove esponenti della Lega e l’eurodeputato Roberto Vannacci ne hanno preso a modello il contenuto, proponendolo come misura per preservare l’identità culturale e la sicurezza nazionale. E se anche la proposta ha tutta l’aria di apparire come una formula retorica e pericolosa, volta a normalizzare pratiche discriminatorie e contrarie ai diritti fondamentali dell’uomo, tanto meglio! L’elettorato di destra, nella fattispecie, non chiede nulla di diverso e alternativo al disumano. Simone Weil, così attenta alla disumanità della politica, offre una lente filosofica straordinariamente potente per analizzare il concetto di “remigrazione”. Nel suo capolavoro “La prima radice”, noto anche come “Il radicamento”, Weil scrive che il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. Per lei l’essere umano ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, spirituale e intellettuale tramite l’ambiente di cui fa parte naturalmente o in cui si è integrato.
La “remigrazione che mira a strappare individui (anche di seconda o terza generazione) dal tessuto sociale in cui sono cresciuti per “re-inviarli” in una presunta patria d’origine, commette per Weil il delitto supremo: lo sradicamento forzato. Sradicare un essere umano significa privarlo del passato, della continuità e della possibilità di partecipare a una vita collettiva reale. La destra identitaria giustifica la remigrazione in nome della difesa della “purezza” o dell’omogeneità dello Stato-Nazione. Weil è stata una delle critiche più severe di questo concetto: riprendendo Platone, definisce la collettività statale idolatrata come il “Grande Animale”. Quando lo Stato diventa il valore supremo a cui sacrificare gli individui, si trasforma in una macchina totalitaria che riduce l’identità umana a un dato burocratico, etnico o geografico. Per Weil, la vera patria non è un’entità escludente basata sul sangue, ma un luogo di responsabilità e di protezione dei deboli. Sostituire la solidarietà umana con il dogma dell’omogeneità nazionale è, ai suoi occhi, una forma di idolatria politica che genera mostri. Nella prospettiva weiliana, questa operazione cancella l’individualità sacra della persona (ciò che lei chiamava l’impersonale o il sacro nell’uomo) e trasforma il migrante, il rifugiato o il cittadino naturalizzato in un “peso da spostare” o in un “pericolo da espellere”, privandolo della sua dimensione di sofferenza e di dignità. Ed è a questo punto che la burocratizzazione della deportazione può essere percepita come l’essenza stessa della disumanità moderna. Non so tutto o tanto di Simone Weil, ma, studiandola da anni, so abbastanza per interrogarla. Sulla “remigrazione” delle destre dell’attualità la sua risposta filosofica sarebbe ferma e inequivocabile: «Questa politica non è la soluzione a un problema sociale, ma il sintomo della malattia spirituale dell’Occidente che, che avendo sradicato se stesso e perdendo i propri valori culturali di accoglienza e compassione, cerca di sradicare gli altri in un’illusione di autoconservazione».
Per Weil, la disumanità non risiede nel migrante che cerca radici, ma nello Stato che gliele recide.
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da www.vinonuovo.it
10 Settembre 2026
La remigrazione, vista da un asilo nido

di Sergio Di Benedetto
Una festa di fine anno, con bambine e bambini piccoli, e famiglie di tante origini: così i discorsi astratti, basati sulla paura, trovano un altro peso e altre prospettive.
Mentre si sente sempre più parlare di remigrazione — fondamentalmente come slogan ideologico, dato che essa è, di fatto, impossibile —, e mentre questo parlare avvelena sempre più i pozzi della comunicazione e del vivere insieme, val la pena ricordare cosa è, nel concreto, la vita quotidiana di molti, magari là dove inizia il percorso di formazione di un bambino, ossia l’asilo nido (i rari asili nidi in Italia, nonostante Valditara annunci il raggiungimento del 150.000 posti previsti con il PNNR, mentre in origine ne erano previsti 264.000: ma questo discorso su demografia e servizi assenti è un altro tema).
Prima delle vacanze, nell’asilo nido frequentato dai miei figli, c’è stata la consueta festa di fine anno con le famiglie; ora, osservando con un po’ di attenzione, senza però avere in mano dati scientifici, emergevano due elementi.
Il primo è ovvio per chiunque abbia figli piccoli: ai bambini, alle bambine non interessa niente del colore della pelle, della cultura di origine, della lingua parlata dai genitori, della religione, perché per loro tutti sono uguali e non notano alcuna differenza. Tutti parlano tra loro, tutti interagiscono, liberamente, spontaneamente, sotto la guida di maestre attente e competenti.
Secondo dato, ben più rilevante: quasi metà delle circa venticinque famiglie presenti erano di origine straniera: almeno 5 dall’Est Europa, due famiglie di origine africana, alcuni (3, 4) genitori di estrazione latinoamericana, non pochi in ‘coppie miste’, di cui la madre o il padre italiani. Insomma, uno spaccato del mondo, in un piccolo asilo nido della provincia lombarda.
Se la famigerata remigrazione muovesse qualche passo, anche andando a colpire chi appare meno integrato (magari per motivi linguistici? O religiosi?), quell’asilo nido, come altre aule scolastiche, sarebbero vuote per metà, stante anche una demografia sempre più schiacciata verso il basso. E quanto si perderebbe di ricchezze (umane, culturali) in interazione?
Senza contare i posti di lavoro dei genitori.
Ma visto da un asilo nido, il dibattito sulla remigrazione appare veramente una bolla vuota e avvelenata; visto da lì, dove un paio di dozzine di bambini nella fascia 1-3 anni giocava, si divertiva, si abbracciava, senza alcuna ‘barriera ideologica’, con genitori di costumi, usi, lingue, tradizioni, religioni differenti, che erano comunque presenti per condividere un bel momento, ecco tutto quello mi pareva ricordasse un punto essenziale: è inutile fare facili irenismi, poiché i fenomeni complessi andrebbero gestiti in modo complesso, ma le campagne di comunicazione condotte a colpi di slogan — che portano solo paura, e quindi voti a chi sulla paura lucra — non tiene mai conto dei volti, delle storie, delle vicende delle singole persone. E parlando con queste persone, scopri ricchezze, dolori, aspirazioni, sogni.
Volti e storie che invece nelle aule di una scuola, di un asilo, sono presenti, vivi, ed è da lì che si può costruire un’integrazione buona, umana, rispettosa dei libri di famiglia e delle aspirazioni di ognuno.
Volti che hanno futuro, soprattutto nelle aule di un asilo nido. E il futuro, va da sé, non è degli adulti impauriti, ma dei bambini che giocano senza chiedersi dove sono nati i propri genitori o i propri nonni.
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