Omelie 2026 di don Giorgio: SECONDA DI PASQUA

12 aprile 2026: SECONDA DI PASQUA
At 4,8-24a; Col 2,8-15; Gv 20,19-31
L’ho già detto e lo ripeto: a parte alcuni aspetti che sono discutibili, e che fanno parte anche di una tradizione, ora svuotata per tanti motivi, dovuti anche al tempo che logora anche le cose più belle, la Liturgia della Chiesa è una nobile e forte scuola di fede e di vita.
Possiamo dire che la Celebrazione eucaristica, popolarmente e banalmente definita Messa, è la Liturgia per essenza. Dunque, la Liturgia eucaristica è l’atto di culto più importante per un cristiano: il suo scopo sta nell’elevare il credente a Dio, e, essendo noi anche corpo e psiche, è anche un insieme di riti esteriori, di brani scritturistici, di gesti, di intercessioni, di canti, di suoni, di luci, ma il tutto in funzione dell’atto di culto, che è rivolto a Dio.
Mi ricordo che ai tempi del ’68 i giovani avevano introdotto anche in chiesa chitarre e canti, con strofe così lunghe da far intervenire il cardinale Giovanni Colombo, il quale chiarì: il canto è in funzione della celebrazione eucaristica, e non viceversa. Anche oggi questo vizio del canto fine a se stesso perdura.
A parte i canti, anche i brani scritturistici vengono scelti dalla Liturgia tenendo conto del ciclo liturgico: periodo d’Avvento, periodo natalizio, periodo quaresimale, periodo pasquale, periodo pentecostale, ecc.
In questo periodo pasquale, la Liturgia ambrosiana ha scelto brani tolti dal libro “Atti degli Apostoli”, scritto da Luca, autore anche del terzo Vangelo.
Quali sono le caratteristiche che qualificano questi brani, tenendo conto del contesto pasquale? Mi sembrano due: il vero cristiano è colui che pone tutta la propfia fede nel Cristo risorto, ed è colui che vive di questa fede, ovvero la testimonia nel suo modo di vivere.
Fede e vita: potrebbero sembrare due parole scontate, visto che escono facilmente dalla bocca di una Chiesa istituzionale, a cui piace giocare con parole ridondanti senza poi coglierne il senso profondo, o, se lo coglie, fa di tutto per esteriorizzarlo al massimo.
Già porsi la domanda: che significa fede e che significa testimonianza? dovrebbe mandare in crisi l’intero apparato ecclesiastico a partire dai vertici giù giù fino all’ultimo credente, costretto a sopravvivere in un mondo così atroce che non perdona i timidi, e tanto meno i ribelli.
La Fede è saper cogliere l’essenzialità in tutta la sua radicalità di un Mistero che si fa accogliere là dove c’è radicale spogliazione del proprio io. E allora parlare del Risorto è parlare del Cristo della fede, e non più del Cristo storico, morto definitivamente sulla croce, mentre donava il suo Spirito, già l’anticipo della Risurrezione, e di quella Pentecoste descritta da Luca negli “Atti” come una solenne inaugurazione di una nuova era.
Siccome non mi piacciono, anzi rifiuto certe terminologie cosiddette teologhesi, la distinzione tra il Cristo della Fede e il Cristo storico è solo per far capire quanto sia essenziale cogliere il cuore del Cristianesimo, che, a differenza delle due religioni monoteiste, islamismo e ebraismo, non è fondato su un personaggio puramente storico.
I primi cristiani avevano colto, non tanto per opera degli Apostoli, che forse ebbero il difetto di evidenziare ancora il Cristo storico, nei suoi detti e nelle sue opere, ma soprattutto per una comunità cristiana, che man mano approfondiva la Buona Novella nelle assemblee pubbliche, dove si pregava meditando la Parola di Dio. Pensiamo in particolare alla comunità dell’evangelista Giovanni, ritenuta la più mistica, se consideriamo attentamente il quarto Vangelo.
I primi cristiani vivevano la loro fede in riferimento al Cristo risorto. Ma non era una fede teorica, sapendo anche il contesto di tensioni prima a causa degli ebrei e poi dei romani.
Anzi, più erano perseguitati, più rafforzavano la loro fede, fino al martirio. Martire significa di per sé “testimone”, non necessariamente fino a donare il proprio sangue per la fede. Lo scrittore cristiano Tertulliano (155-230 circa d.C.), era fermamente convinto del positivo contagio del testimone-martire, al punto da scrivere: “Il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani”. Invece che maledire le persecuzioni dovremmo benedirle. La fede viene meno quando tutto è pacifico, quando si vive in nazioni dove il cattolicesimo è quasi una religione di stato. La fede matura in un contesto di tensioni e di opposizioni.
Forse dovremmo dire che il seme di nuovi cristiani dipende dalla purezza di fede di comunità di credenti, che si purificano interiormente, liberandosi da ogni legame carnale. E questo lo dovrebbe capire anzitutto la gerarchia, anche nel suo clero, che oggi sembra maledettamente attratta dal fascino di mezzi puramente mediatici, tecnologici, carnali.
E purtroppo dimentichiamo che i veri rischi non vengono a contatto con altre religioni più o meno fondamentaliste, ma quando il contesto sociale e politico sembra omologare la mente, soffocando la luce dell’intelletto, e accarezzando quell’io che è il vero male, che i Mistici medievali chiamavano “amor sui”.
Nel testo degli “Atti degli apostoli” della Messa c’è un termine tradotto in italiano con “franchezza”: «Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù». Osservate già il paradosso: la franchezza dei due Apostoli è unita alla ignoranza o semplicità popolare. Almeno così sembravano ai capi ebrei, in realtà Giovanni non era affatto ignorante o analfabeta, e Pietro aveva una grande saggezza.
Il termine greco, tradotto con franchezza, è “parresia”, composto di “pan”, tutto, e “rhema”, “ciò che viene detto”. Presso i greci era il diritto di parola di un cittadino nelle assemblee pubbliche. Era un diritto ed era un dovere. Oggi purtroppo non è più un diritto, e tanto meno un dovere: ogni regime toglie al cittadino o al cristiano il diritto di parola, e quando si vive in una democrazia, più o meno reale, il cittadino se ne sta zitto anche di fronte alle più grosse ingiustizie. E se contesta, è solo per difendere un proprio diritto, vero o presunto.
Dei comunisti possiamo anche dire tutto il male possibile, ma non che fossero degli individualisti egoisti. Avevano un tale senso di solidarietà che oggi sembra quasi un sogno. Non parlo per sentito dire. Quando il comunismo è finito nel berlusconismo tutto è diventato un ego spaventoso, secondo il detto: “pancia mia fàtti capanna”.
Ma il credente non può ridurre la propria fede a un buonismo “adatto per tutte le stagioni”. Si guarda male un prete che dissente, che contesta a partire dall’apparato ecclesiastico. Prima di guardare fuori casa, e vedere il male dappertutto, guardiamo in casa, e qui troveremo tanto da fare per pulire quel marciume che c’è, protetto da chi comanda e vorrebbe che tutti, laici e preti obbedissero.
Se c’è una cosa che non va, occorre alzare la voce, senza se e senza ma: ciò che si contesta casomai è il ruolo di una persona, lasciando a Dio di giudicare la coscienza di chi detiene un potere. Sembra che sulla parresia se ne parli anche troppo, ma che pochi la pratichino.

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