Omelie 2026 di don Giorgio: VII DOPO PENTECOSTE

12 luglio 2026: VII DOPO PENTECOSTE
Gs 4,1-9; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30
Tempo fa mi ricordo che mi aveva colpito la spiegazione che una studiosa aveva dato analizzando etimologicamente tre parole, che usiamo frequentemente anche quando citiamo estratti della Bibbia.
La parola più usata è brano. Indica di per sé qualcosa di strappato, un frammento, un brandello. Del resto, l’espressione “fare a brani” significa lacerare, sbranare, fare a pezzi. Brano è dunque una parola da evitare soprattutto quando citiamo frasi della Bibbia.
Dovremmo usare invece il termine testo: deriva dal latino “textus, participio passato del verbo tèxere, che significa “tessere, intrecciare”. Proprio come un tessuto, il testo è un insieme di fili (le parole) uniti con ordine.
C’è una terza parola, ed è passo. È molto usato quando si vuole far riferimento a un punto preciso di un libro (es. “leggiamo un passo del capitolo”). Passo deriva dal latino “passus” (movimento, passo della camminata). In letteratura l’idea è quella di un “tratto di cammino” che si percorre insieme all’autore, una tappa specifica nel viaggio della lettura.
Anche quando magari ci limitiamo a riflettere su una sola parola o su poche parole della Bibbia è bello sapere che anche una virgola è come un filo che fa parte del tessuto o un respiro per camminare verso la libertà di Dio.
Ed è quanto cercherò di fare oggi, anche perché i testi scelti dalla Liturgia richiederebbero una spiegazione esegetica che impegnerebbe troppo tempo.
Partiamo dal primo testo. Si tratta di cippi di pietra, tratti dai fondali del fiume Giordano: sono dodici come dodici le tribù; dodici uomini li sollevano per poi collocarli là dove gli ebrei si sarebbero accampati, la prima notte. E poi ci sono altri dodici pietre innalzate da Giosuè nel tratto di fiume dove era avvenuto, sorprendendo, un attraversamento all’asciutto. «Queste pietre, disse Giosuè, dovranno essere un memoriale per gli Israeliti, per sempre».
Che significa “memoriale”? Una parola che si usa ancora oggi, ma senza quel pieno significato che esige una memoria viva, non tanto per una occasionale o rituale cerimonia celebrativa di un fatto o di un personaggio del passato. Forse dovremmo dire “memoria del cuore”, o di uno squarcio di luce che il tempo vorrebbe coprire. Si ricorda il passato per rivivere qualcosa di eterno che il tempo non potrà mai estinguere del tutto.
Tornando al primo testo, alle generazioni, che ne avrebbero chiesto la ragione, i padri avrebbero raccontato di un Dio che non cessa di far uscire dalla schiavitù, di un Dio che sempre accompagna ogni cammino verso la libertà.
E allora quei cippi di pietre non sono freddi ma esprimono la bellezza e, insieme, l’importanza, di sassi che facciano memoria, e la bellezza di generazioni che ancora si facciano domande. Ecco allora l’invito: è nostro dovere coltivare la curiosità, raccontando ai ragazzi, ai giovani, che nessuno si senta slegato da una eredità che è la nostra radice. Occorre “raccontare” facendo riscoprire la sorgente del nostro esistere.
È scritto: i cippi di pietra “dovranno essere un memoriale”. Memoriale è più che memoria: è una memoria che riaccende nell’oggi l’evento. Guardi le pietre e dici: “Oggi Dio ascolta il mio grido, oggi mi fa attraversare il fiume”. Ognuno di noi ha i suoi cippi di pietra, cari al cuore, che non impallidiscono: un viso, una parola, un oggetto, un fiore, un evento.
Ma anche i cippi di pietra possono diventare idoli vuoti e muti, se li viviamo come un’abitudine, senza respirarne l’anima.
E passiamo al terzo testo, una pagina di Luca dove Gesù mette in questione la religione, che alla fine sostituirà con il dono dello Spirito santo. Ecco l’essenza del Cristianesimo. Mi sembra del tutto paradossale che famosi filosofi, meglio storici di filosofia, e presuntuosi tuttologi ancora scrivano cretinerie confondendo il Cristianesimo con il cattolicesimo, sostenendo che anche il Cristianesimo è una religione.
Nel testo di Luca è sorprendente come Gesù sfugga alle domande teologiche che sanno di accademia, disquisizioni insopportabili per la loro astrattezza: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Non potete immaginare a che punto siano arrivate le scuole francescane e quelle domenicane, sempre in lotta tra loro, anche su questioni del tutto ridicole.
Ed ecco le parole di Gesù: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta…”. Qualche esegeta tira in ballo l’usanza di quei tempi, quando al tramonto le porte della città venivano chiuse. Restava aperta una porta piccola e stretta, per di più sorvegliata, per i ritardatari che dovevano però contorcersi e farsi piccoli se volevano entrare. E se il gruppo che premeva era numeroso, bisognava sgomitare e far fatica: si doveva lottare.
Che Gesù avesse davanti quella scena, nulla di strano. Gesù per le sue prediche prendeva spunto dalla vita ordinaria. Tuttavia, le sue parole vanno ben oltre quella scena.
Con tutta probabilità Luca stava affrontando il clima di comunità cristiane rilassate e abitudinarie, sicure di una propria superiorità morale e garantite. In tal modo c’era il pericolo della superficialità, dell’annacquare il messaggio di Gesù, chiusi nei propri confini garantiti.
“Sforzarsi di entrare per la porta stretta” richiede impegno, fatica, coerenza di vita, superamento delle suggestioni e delle mode.
Ma c’è anche un altro aspetto che è tipico della società di oggi, tra le stesse comunità cristiane. Quando la vita si fa dura a causa di un malgoverno che invece di semplificare le leggi le complica, o di una gerarchia ecclesiastica allo sbando perché ha perso il punto focale che è il Vangelo di Cristo, allora subentra quel populismo che concede favori a tutti pur di non perdere il consenso dei cittadini, o di evitare che le chiese si svuotino del tutto, inventando stratagemmi di ogni tipo, specie culinario.
Un tempo si parlava di rilassatezza dei costumi, ovvero di un modo troppo superficiale di interpretare le leggi morali, oggi si parla di pretese assurde, quasi a giustificare ogni morale, come se questo rendesse più semplice e più serena la propria esistenza. Ma non è così. Il problema è di fondo, e, a parte Cristo, solo i grandi Mistici speculativi medievali avevano trovato la soluzione più efficace e migliore, parlando di distacco. Che significa allora la “porta stretta”? È stretta perché esige il distacco o l’abbandono dell’inutile. Troppi bagagli impediscono l’accesso a una porta che è stretta.
La vogliamo capire che è solo l’essenziale che semplifica la propria esistenza vuota e ci rende più sereni? Non è vero che più si ha più si sta meglio. L’essenziale ci rende beati.
Ecco perché per cogliere l’essenziale i Mistici parlavano di intelletto acceso. È nella luce che capisco ciò che è inutile che perciò mi è di ingombro, e capisco ciò che è indispensabile per vivere beati. È nel poco o nel piccolo che mi sento grande nell’anima.
Il problema del nostro star male dentro resterà fino a quando saremo schiavi di un consumismo che ci costringe con inganno a una esistenza infernale.

Commenti chiusi.