12 ottobre 2025: VII DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 66,18b-23; 1Cor 6,9-11; Mt 13,44-52
Il primo brano fa parte del cosiddetto Terzo Isaia: sono gli ultimi capitoli del libro di Isaia (56-66) che dagli studiosi sono attribuiti a un terzo profeta, anch’esso anonimo, vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (dal 520 a.C. in poi).
Anche questo profeta di Dio è di estrema importanza, soprattutto perché il suo compito non è stato facile: aiutare i nuovi abitanti della Giudea. Si ritrovano mescolati, per gli avvenimenti sconcertanti e anche gioiosi, abitanti del luogo, rassegnati e poveri, e gli esuli da Babilonia, esultanti e pieni di speranza per il progetto di vita che si prospetta davanti, ma poveri anch’essi: si doveva ricostruire sulle macerie o quasi.
Lo scritto del profeta si preoccupa di aiutare a rileggere i tempi nuovi che si stanno svolgendo in silenzio e senza scalpore: sta nascendo un nuovo popolo. Interessante questa annotazione: il Nuovo nasce e si sviluppa nel silenzio, nel nascondimento, nonostante che sembra che tutto sia morte, violenza senza fine, autodistruzione totale: il contrario di una nuova nascita. Bisogna crederci. Il nuovo popolo ideale ma già in germe deve crescere e camminare, avendo intuito un nuovo volto del Signore e un nuovo stile di incontro: di adorazione, di comprensione della convivenza, di responsabilità nel mondo che si sta ricostruendo passo dopo passo, con fatica.
Già l’ho letto: gli israeliti, prima dell’esilio in Babilonia, credevano di essere gli unici giusti, fedeli a Jahvè, al loro Dio, che avevano stabilito leggi severe per impedire rapporti con stranieri che non conoscevano il Signore e quindi servivano agli idoli (Dt 7,1-8). Durante l’esilio hanno conosciuto invece stranieri, con sorpresa, diversi dal proprio immaginario, generosi, ospitali, con un’alta moralità familiare e responsabilità sociale. Anzi spesso hanno incontrato persone migliori dei propri compatrioti. Al ritorno, in questo nuovo contesto, ripensano alla propria religiosità, reinterpretando la creazione come il grande dono che Dio fa nel mondo a tutta l’umanità. E l’umanità è costituita dai giusti che vengono dal mondo ebraico e dal mondo pagano. Si capisce allora l’immagine che il profeta Isaia prospetta: la storia diventa il grande banchetto per tutti i popoli e non solo per gli israeliani (Isaia 25,6). Il banchetto raffinato è offerto da Dio stesso. Ma lo stupore diventa ancora più grande quando Dio promette che anche tra i pagani il Signore si sceglierà sacerdoti e leviti (66,21). Questo è addirittura sconvolgente.
Nel brano di oggi si parla di un segno: di un segno che Dio ha posto tra le nazioni. Il segno, probabilmente, è proprio la dispersione e l’esilio d’Israele. Ogni segno divino indica qualcosa di misterioso: ecco la dispersione dei Giudei (la diaspora), che inizialmente è stata interpretata come un dramma, invece qui viene reinterpretata come strumento per portare nel mondo la conoscenza di Dio. E per offrire un orizzonte a tale missione, vengono elencate sette realtà geografiche del mondo allora conosciuto che vanno dalla Spagna al Medio Oriente: Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan. Nomi tutti strani per noi, ma una cosa è certa: indicano universalità, nei suoi punti cardinali: nord, sud, est e ovest. E la cosa davvero interessante e sconcertante è che la venuta di questi popoli nel tempio di Gerusalemme è accompagnata dal ritorno dei fratelli Giudei della diaspora, interpretato come un gesto sacerdotale. È un’offerta che viene fatta al Signore dai pellegrini pagani. Essi non offrono animali né cose ma offrono al Signore la liberazione del popolo di Dio che ritorna a Gerusalemme. Così da questi popoli pagani il Signore prenderà sacerdoti e leviti: essi riconoscono il Signore e lo annunciano nel mondo.
Qualcuno dice che si esagera dicendo che tutto è una liturgia, intesa come una azione sacra. Noi parliamo di uguaglianza e di giustizia, di libertà e di democrazia, togliendo queste virtù dall’ambito religioso. Già dire virtù appare una indebita appropriazione di qualcosa che è del tutto estraneo al sacro, e stupidamente parliamo di laicismo, come se esistesse qualcosa, o ancor peggio come se il meglio fosse staccato dal mondo dello spirito. Come puoi dire che esiste qualcosa di bene, un progresso inteso in senso positivo, a beneficio della felicità dell’essere umano, come frutto di un agire fondato puramente su dei diritti che non stanno in piedi se non sono fondati sul dovere che è il nostro essere interiore? Ma che significa laicità o laicismo?
Anche qui si gioca sugli equivoci. Da tempo insisto nel distinguere ciò che è spirituale da ciò che è religioso. Spirituale riguarda lo spirito, che è una delle tre componenti, la realtà più essenziale, di ciò che noi siamo: corpo, psiche e appunto spirito. Siamo costituzionalmente tridimensionali e non bidimensionali. Dire spiritualità non è dire di per sé religiosità. Gli antichi dicevano che tutto è sacro, perché Spirito è la Divinità.
Quando diciamo che tutto è una Liturgia intendiamo dire questo: l’intero creato è una liturgia, così l’umanità che cammina verso quel Bene Sommo, da cui siamo usciti, e verso cui tendiamo. Questo è il vero progresso. Altrimenti la storia sarà sempre involuta, e si tornerà immancabilmente nell’epoca della barbarie, come sta succedendo oggi. Eravamo convinti che con il progresso fondato sui diritti conquistati anche a fatica e anche con rivoluzioni violente, il genere umano avesse raggiunto uno stadio di tale benessere da essere irreversibile. Si diceva: “Oramai non si torna più indietro. Abbiamo fatto passi da gigante”. Ed ecco che i passi da gigante li avevano già fatti gli antichi pensatori greci, e ora siamo tutti finiti, anche dopo millenni di cristianesimo, in un baratro dove ci si scanna senza pietà.
Spento lo spirito, tutto cade inevitabilmente nel buio di una storia gestita da pazzi scatenati. Etty Hillesum, di origini ebraiche, chiusa in un campo di concentramento si augurava che il soffrire del popolo ebraico servisse a rendere il mondo il migliore! Ed ecco il paradosso, l’assurdo: proprio quel popolo che ha sofferto l’indicibile sta ora compiendo un genocidio, che Hitler nella sua pazzia aveva voluto ma non era riuscito a compiere.
Quando smetteremo di pensare che l’uomo da solo riuscirà a rendere migliore questo mondo? Siamo nati immersi nel Divino, e pretendiamo sradicando il Divino di ottenere quella felicità che è essenzialmente spirituale? Solo nella spiritualità si potrà sradicare quell’ego che è la fonte o la radice di ogni male, di ogni violenza, di ogni guerra, di ogni strapotere: già nel nostro piccolo, perché qui nel nostro piccolo siamo un mondo chiuso, dove conta il mio io, e tutti gli altri sono solo potenziali nemici. Perché poi meravigliarci se siamo caduti nella barbarie più bestiale, e siamo vittime di populismi che elevano steccati, confondendo ciò che è giusto e ciò che non lo è, e tutto in vista del proprio ego da proteggere fregandosene di quanti soffrono miserie, fame, malattie, dimenticando che esiste una legge?
Ci si salva insieme, quando l’io si scioglie nell’armonia cosmica, o se volete, secondo la legge dei vasi comunicanti: se sta male una persona fosse anche al polo nord, sto male anche io, e se sta bene sto bene anche io. Ovvero, stiamo male o bene tutti, ciò dipende dal mondo come va: se sta bene o se sta male. Insieme ci si salva, o ci si danna.
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