La parte del Leone. Trump s’imbarca in un’altra guerra che non può vincere
da www.huffingtonpost.it
13 Aprile 2026
La parte del Leone.
Trump s’imbarca in un’altra guerra
che non può vincere
di Maria Antonietta Calabrò
All’attacco frontale del presidente, Prevost replica dall’aereo verso l’Africa: “Non ho paura dell’amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico. Non voglio dibattiti con lui, ma qualcuno deve alzarsi e dire no alla guerra”. Trump resta solo nella sua offensiva: anche Putin prende le distanze, e il Cremlino denuncia “l’arroganza imperiale” di Washington. Mentre papa Leone si dirige verso Ippona, dove il suo Sant’Agostino assistette al crollo dell’Impero
La risposta giunge subito, mentre Papa Leone XIV sta per arrivare in Algeria: “Non ho paura dell’amministrazione Trump”. Sono trascorse poche ore dal violento attacco che Donald Trump lancia contro il Pontefice, accusato di essere “debole”, per le parole sulla “paura” dell’amministrazione Trump, nonché “pessimo in politica estera” per le posizioni assunte sulla guerra in Iran, sul blitz in Venezuela. “Leone – scrive il presidente degli Stati Uniti – dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, non un politico”. Il Pontefice replica che “continuerà a parlare contro la guerra” perché i suoi appelli alla pace e alla riconciliazione sono radicati nel Vangelo. “Io non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui”, ha osservato il Pontefice, il primo nato negli Stati Uniti. “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato, come alcuni stanno facendo. Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore. Mettere il mio messaggio sullo stesso piano di ciò che il presidente ha tentato di fare qui, penso che non sia capire quale sia il messaggio del Vangelo”, afferma ancora Robert Prevost a bordo dell’aereo papale in rotta verso l’Algeria, prima tappa del suo viaggio africano. “E mi dispiace sentirlo, ma continuerò su quella che credo sia la missione della chiesa nel mondo di oggi”. E ancora: “Le cose che dico non sono certamente intese come attacchi a nessuno. Il messaggio del Vangelo è molto chiaro: beati i pacificatori. Non eviterò di annunciare il messaggio del Vangelo e invitare tutte le persone a cercare modi per costruire ponti di pace e riconciliazione, e cercare modi per evitare la guerra ogni volta che è possibile”.
Quel “non ho paura” risuona come quel “non abbiate paura” di Giovanni Paolo II, il papa che determinò il crollo dell’impero sovietico. Trump attacca il Papa perché ha fatto il Papa, perché in un crescendo sempre più preoccupato durante la Quaresima e la Settimana Santa si è dichiarato contrario alla sua guerra in Iran, fino a organizzare un Rosario per la pace in San Pietro sabato scorso, a cui non ha partecipato l’ambasciatore americano presso la Santa Sede Brian Burch, cattolico che ha convogliato il voto della maggioranza dei cattolici americani a favore del tycoon. Il riferimento di Leone “all’amministrazione Trump”, chiama direttamente in causa oltre al presidente anche gli altri vertici, a cominciare dal vicepresidente JD Vance, che si è convertito cattolico nel 2019, pronto da mandare in stampa il nuovo libro “Communion” sulla sua riscoperta della fede. Adesso che farà Vance, tra Trump e il Papa? Sceglierà il Papa woke “di sinistra”, come è stato definito Prevost dal suo mentore e principale donatore Peter Thiel, il capo di Palantir?
Poco dopo l’attacco contro Leone, Trump ha addirittura pubblicato un’immagine creata con l’AI, che lo ritrae come se lui, il presidente degli Stati Uniti, fosse Gesù Cristo, benedicente al capezzale di un malato, mentre sullo sfondo più che angeli volano caccia e droni. L’immagine va molto oltre quella dello stesso presidente vestito da Papa di quasi un anno fa, quando si stava per aprire il Conclave che ha eletto Leone XIV, e nella cui elezione già allora rivendicò di aver avuto “una gran parte”. Concetto che ha brutalmente ribadito in queste ore (“Non era in nessuna lista per diventare Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”).
Papa Prevost ha ribadito chiaro e tondo sull’aereo che lo ha portato in Algeria che lui non è il cappellano dell’Occidente. Vladimir Putin – in difficoltà sul terreno in Ucraina e colpito al cuore dal rovesciamento in Ungheria di Viktor Orbán, suo alleato per 16 anni – ha colto l’occasione per entrare nello scontro tra Trump e il Vaticano, trasformando la crisi diplomatica in un caso di contrapposizione morale tra Est e Ovest. Secondo quanto riportato dalla Tass, il Cremlino ha espresso piena solidarietà a Leone XIV, definendo gli attacchi di Trump “la prova definitiva del collasso etico della leadership americana”. Nella nota di Mosca si afferma che “mentre Washington minaccia la distruzione e offende la guida spirituale di milioni di fedeli, la Russia si riconosce nel messaggio di moderazione e pace del Pontefice”. Putin ha confermato di aver avuto un colloquio con il Santo Padre. Fonti del Cremlino citate dalla Tass sottolineano come l’attacco di Trump al Papa e la minaccia di un’escalation nello Stretto di Hormuz siano “facce della stessa medaglia: un’arroganza imperiale che non rispetta né la fede né la stabilità globale”. Con questa mossa, la Russia punta a isolare Trump sul piano internazionale, presentandosi come l’unico difensore della diplomazia religiosa.
L’ultimo tornante dell’escalation di Trump sulla guerra era partita da un post della scorsa settimana contenente una sua filippica malvagia, rivendicando il patrocinio divino per la minaccia di annientamento di un’intera civiltà; erano seguiti i suggerimenti oscuri del suo vicepresidente Vance di un Armageddon nucleare; il tutto condito dalla retorica del segretario alla Guerra, il cristiano evangelico Pete Hegseth, che addirittura trasformava il salvataggio del pilota dell’F-15 abbattuto il Venerdì Santo e recuperato da una grotta la Domenica di Pasqua una parabola di Resurrezione legata direttamente a Gesù Cristo.
L’arcivescovo conservatore Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, si è detto “sconfortato” dall’attacco di Trump al Papa: “Sono affranto per il fatto che il presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie sul Santo Padre. Papa Leone non è il suo rivale; né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”, ha affermato in una dichiarazione, come riporta Reuters sul suo sito. In questo almeno Trump è riuscito: nel “miracolo” di riunificare tutta la Chiesa americana, che proprio a partire dal suo primo mandato (2016-2020) aveva attivamente contribuito a dividere attraverso l’operato del suo ex strategist Steve Bannon e dell’allora nunzio Carlo Maria Viganò, poi addirittura scomunicato da Papa Francesco nel giugno 2024.
La mattina di Pasqua persino l’Ordinario militare degli Stati Uniti, l’arcivescovo Timothy Broglio si è fatto intervistare dalla Cbs in un programma di punta per affermare che la guerra in Iran è “ingiusta”, perché non risponde a nessuna minaccia, e che i militari cattolici devono cercare di evitare i danni ai civili e non sono tenuti ad obbedire a tutti gli ordini. “L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione”, aveva dichiarato Papa Leone a Nicea, la moderna città turca di İznik. Era il 28 novembre 2025, per celebrare 1.700 anni dal Concilio, e proclamò un forte no alla lettura “politica” prevalsa per quasi 2000 anni anche in Occidente di Dio come il Dio degli eserciti e del Papa come Papa-soldato. Teologia politica grazie alla quale nei secoli, anche i cristiani (e non solo i musulmani) hanno ucciso nel nome di Dio. Un allineamento con l’Imperatore che prevalse dopo Nicea, grazie ad alcuni vescovi, ma non era questo che aveva voluto e scritto Sant’Agostino, “uno dei giovani niceani” – così lo definì Prevost a novembre – nella “Città di Dio”. E questo lo ha ribadito Leone, nella sua Lettera apostolica “In unitate fidei“ pubblicata in vista del suo viaggio in Turchia dove, citando il Concilio Vaticano II, ha rimarcato che “i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce”. È questa la lettura “agostiniana“ e quindi leoniana (di Leone XIV) della necessaria separazione tra Chiesa e potere che è tornata prepotentemente d’attualità con l’inizio della guerra di Trump contro l’Iran e forse non a caso essa vive il suo climax a poche ore dall’arrivo di Papa Leone all’antica Ippona, in Algeria, dove Sant’Agostino era vescovo e dentro le cui mura assistette alla fine dell’Impero romano d’Occidente.


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