Criticatemi pure, ma è ora di dire la verità!
di don Giorgio De Capitani
Solo i ciechi e i menefreghisti, o coloro che si agitano solo in certe occasioni di emotività di massa (dietro a motivazioni le più disparate, tenute insieme da un “eclettico corporativismo” del momento) non si rendono conto di ciò che da tempo ormai sta succedendo nella nostra Comunità pastorale “S. Antonio Abate”. In gioco è la crescita della Comunità stessa, e la credibilità della nostra fede cristiana. E non solo.
In realtà, la nostra Comunità pastorale non è mai partita, o, meglio, è partita subito male. Senza idee chiare. Senza un piano “intelligente”. Certo, anzitutto obbedienza ad un ordine piovuto dalle alte sfere. Ma obbedienza cieca, stile fascista. Sommariamente si è steso su fogli di carta un progetto comune. Un “taglia e cuci” per accontentare ognuna delle quattro parrocchie. Parole anche belle. Espressioni ad effetto. Ma senza contesto: quello evangelico. S’intende: evangelico radicale. Nulla dunque di Nuovo sotto il sole.
Inizialmente ero contrario alla costituzione così affrettata della Comunità pastorale. Soprattutto per questioni di principio. Ma, se la si doveva fare, perché non farla su una visuale più aperta di Chiesa? No, quattro parrocchie da riunire solo per fare cose insieme, col rischio, poi verificatosi reale, di mortificare l’identità di ciascuna, cercando addirittura di vanificare gli sforzi già fatti per un cammino verso quegli ideali evangelici, la cui incarnazione nella realtà, come tutti sanno, comporta anni e anni di duro lavoro, educativo e profetico.
Per colpa di chi si è ora al punto di partenza? Perché si è ancora qui a non sapere come uscire dal tunnel? Le ragioni sono tante e diverse, tra cui la principale mi sembra questa: la Diocesi, quando ha deciso di fare la scelta di accorpare più parrocchie in Comunità pastorali, non prevedeva ciò che sarebbe poi successo: come al solito, le cose fatte a tavolino man mano rivelano tutta la loro astrattezza, e, solo dopo, si cerca di trovare quei correttivi che salvino le situazioni più complesse. Non dico che sia facile, ma che almeno si usi un po’ di buon senso che tenga conto delle realtà locali, interpellando le persone che hanno un po’ di esperienza. Invece no! Tutto a tavolino!
A parte questo, nel nostro caso, l’accorpamento delle quattro parrocchie della Valletta non poteva essere diverso. Queste formano come un’isola, pur frammentata in quattro parti. Ma è mancato il criterio di trovare la persona giusta per guidare la nuova Comunità verso un cammino unitario, ma rispettoso delle singole identità. In vista di quel bene comune, che è lo sviluppo umano e cristiano dei credenti. Tutto sulla carta. Nella realtà, tutto come prima, peggio di prima. Ognuno è andato per la sua strada. Talora nel peggiore dei modi. Per salvare la faccia basta poco: un incontro comune di preghiera, una processione.
Non è che con un pastore saggio e aperto, tutto sarebbe stato più facile. Non lo credo. Ma si trattava di dare il la per accordare le quattro parrocchie, non su direttive scriteriate o sulle cose da fare, ma su quella apertura pastorale, diciamo “profetica”, che in tanti da anni auspicavamo.
Ed ora si pensa al rinnovo del Consiglio pastorale unitario. Che senso può avere rinnovare il Consiglio, quando il contesto in cui dovrà agire è già segnato da una miopia pastorale? Con quale entusiasmo i nuovi eletti inizieranno il loro cammino? Non credo che ce ne sarà. Oramai c’è solo rassegnazione, attesa che qualcosa cambi.
E nel frattempo i cambi o i trasferimenti dei preti si susseguono, l’uno dopo l’altro. Prima don Mario (una storia “strana” e complessa, con risvolti talora paranoici), ed ora don Benjamin che, al termine del suo mandato (tre anni), lascia la Comunità di Santa Maria Hoè. Don Luca (chi l’ha visto? l’ho conosciuto solo una volta in una serata storica) rimane o se ne andrà? Anche qui i superiori dicono e disdicono, come al solito. Il nuovo Vicario episcopale (chi l’ha visto?) sarà più schietto, meno pilatesco, più “uomo”? Speriamo!
Anche il nostro Decanato è quello che è: anche qui una guida saggia sarebbe opportuna, più che opportuna. Ma che dico? Sembra quasi che in Diocesi ci siano solo greggi, allo sbando. Vanno solo bene le Comunità o i Decanati, i cui preti fanno i cavoli che vogliono, con un tacito accordo reciproco. L’unica preoccupazione è che la convivenza sia pacifica, non importa se ognuno vive poi la sua vita individuale, più “fuori casa” che “sul posto”.
E così, tornando alla nostra Comunità pastorale, siamo in balìa del caos, della confusione, della più totale incertezza. Mi vengono alla mente le parole di Matteo, quando scrive: “Vedendo le folle, (Gesù) ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”.
Qualcuno si è chiesto: ora tocca a don Giorgio! I superiori vogliono fare piazza pulita, eliminando gli ostacoli al buon pastore che verrà. Il cardinal Scola tace, da quando è stato eletto vescovo di Milano. Mai una parola! Silenzio assoluto! Anche i suoi più diretti collaboratori di colpo hanno cessato di mandarmi minacce. Un confratello mi ha detto: “Aspettano il momento ‘opportuno’, ovvero quando compirai i 75 anni, quando cioè andrai in pensione!” (l’anno prossimo, mese di aprile). Una eliminazione naturale, indolore! Non ci penso. Penso invece all’oggi, penso all’inizio di settembre quando partirà il nuovo anno pastorale. Che succederà? Come si potrà sopportare che s’inizi un nuovo anno nell’incertezza, nella confusione, nel caos? Con quale voglia?
NotaBene.
Parlando del fatto che ciascuna delle quattro parrocchie della nostra Comunità pastorale ha proseguito per la propria strada, acuendo talora le differenze, puntando su iniziative sempre più campanilistiche, non intendo tirarmi fuori. Secondo un giudizio di tanti, la comunità di Monte è quella più “a sé”, giudicata talora male proprio perché si è quasi estraniata dalle direttive della Comunità pastorale. Quell’”a sé” andrebbe meglio tradotto con “originale”. Non nego di essermi dissociato: temevo di perdere tutto ciò che mi sono conquistato in questi anni. Non accetto remore. Non intendo adeguarmi alla omologazione di chi vorrebbe spianare tutto, anche con il rischio di sradicare le promettenti pianticelle o di bruciare i teneri germogli. Non penso di aver ingrossato iniziative fuori posto, di aver banalizzato l’opera educativa tra i ragazzi, di aver trasformato l’oratorio in un campo di calcio. Sarà un mio orgoglio, ma ci tengo a dire che ho fatto di tutto (riuscendoci solo in parte) per puntare sulla qualità, e non sulla quantità delle iniziative. La comunità di Monte ha una sua “originalità” pastorale, e non solo pastorale: perché tradirla? Non ci penso nemmeno! Finché rimarrò!


Ventidimare , esposizione magistrale ; la rima non è cercata , e mi sembra del tutto meritata ; ma mi stimolano maggiormente le osservazioni di Stefano : ineccepibili … ma ; ma dopo aver speso una vita di ‘ fede ‘ nel duplice senso di Fede in Cristo e di grande fede nel proprio apostolato , parrebbe che tutto congiuri contro la pur tardiva ed ultima possibilità dell’estremo riconoscimento prima della pensione ! la cattiveria – della curia – non ha proprio mai fine , perchè di cattiveria e basta si tratta . E nel 2012 non mi si vengano a far prediche sul linguaggio ; il linguaggio è fatto di parole e le parole di per sè sono tutte innocue se si da loro il giusto peso e si contestualizzano nel loro ambito analogico o discorsivo , processo mentale sempre doveroso da parte di chi ascolta o legge! E’ un diritto di tutti aspirare ad essere , anche solo una breve stagione , la persona di riferimento , soprattutto se hai speso tutta la vita per conquistarti questo ruolo , avendone anche le capacità; l’orgoglio tocca puranco i preti ed anche Gesù Cristo era orgoglioso dei suoi ‘ prodigi ‘.
Il principio di una riorganizzazione territoriale della comunità ecclesiale attraverso l’articolazione di più comunità parrocchiali che imparano ad esistere in modo unitario è in sè un buon principio. Il fatto che lo stimolo principale alla loro creazione sia rappresentato dall’invecchiamento e dalla scarsità di preti può essere la causa prossima, ma deve rapidamente trovare ragioni più profonde. Da questo punto di vista la scarsità di vocazioni sacerdotali può essere considerata anche provvidenziale come più in generale la crisi della chiesa in Europa. Cinquant’anni fa s’è fatto un concilio apposta e se volevamo c’erano tutti, ma proprio tutti gli elementi necessari per ridefinire il modo concreto di vita della comunità Chiesa. Ma in cinquant’anni si è lavorato superficialmente e sopratutto molti si sono strenuamente impegnati a remare controcorrente, di fatto causando la sterilità della chiesa. Un principio come quello della comunità pastorale esige che siano attuati quegli orientamenti, in particolare le due costituzioni Lumen Gentium, per quanto riguarda la vita della comunità ecclesiale, e Gaudium et Spes per quanto riguarda i rapporti chiesa-mondo. E’ necessario passare da una pastorale di cura d’anime e da una pastorale di riconquista (tipo CL), a una pastorale che metta in atto i principi della Chiesa segno e strumento del Regno, corpo ben articolato di carismi e ministeri (laici), che cerca, insieme, di realizzare la missione comune (che non è di far entrare tutto e tutti nella chiesa)attraverso la lettura dei segni dei tempi (ce ne sono a iosa e non li vogliamo mai prendere in considerazione).
In un tale quadro se non si vuole mettere una pezza nuova su un vestito vecchio, quello che si dovrebbe fare è proprio il contrario di quello che si fa. Va benissimo che non ci siano preti ovunque e che siano pochi, perché nel momento in cui si crea una “comunità pastorale” la prima cosa da fare è proprio di rendere autonomia alle comunità locali. Paradossalmente questo non solo non dovrebbe generare omologazione, ma dovrebbe invece provocare diversificazione e moltiplicazione del dinamismo comunitario. Non è la gente che deve ritornare in chiesa è la chiesa che deve avvicinarsi alla gente. Non si può né improvvisare né fare in fretta. Concordo con don Giorgio che un punto chiave è la scelta delle persone che devono accollarsi questa transizione da una chiesa clericale a una chiesa popolo di Dio aperta al mondo. Nessuno ha ricette, ma tutti potremmo capire se e come essere sulla strada giusta. Nella situazione attuale la vedo un po’ difficile. Questo significa che la chiesa è ben lontana dalla rigenerazione di cui ha bisogno per fare l’unica cosa essenziale che è di servire il vangelo. Ma si può fare.
Riassunto dell’articolo: i sacerdoti che c’erano non andavano bene, i superiori non capiscono niente, quelli che verranno sono degli incapaci. per fortuna che c’è don Giorgio (che è un profeta inconpreso) molto molto umile.
-Sicuramente lei è un bravo sacerdote, sono disposto aa crederlo al 100% ma sul fatto del dialogo e della corresponsabilità NCS (non ci ciamo), secondo il mio modesto parere. Come le avevo già detto in passato: non faccia così, non è possessore della verità. Mi scade e anche di molto. Se vede solo il male negli altri il prblema è il suo occhio, sia più pastore, non solo del suo gregge, anche dei suoi confratelli, che restano tali anche se sono gerarchicamente collocati diversamente. Perchè non valuta mai che svolgono un servizio e non un ruolo di comando per bastonare lei?
Con rispetto e affetto
Ciao don Giorgio
ho letto oggi un po’ di “arretrati” perchè preso da varie cose e quindi solo ora cerco di scrivere alcune brevi considerazoni attorno alla “questione” della Comunità Pastorali ( se riesco poi cerco d’inviarti anche un mio contributo su Fornero e c.). Naturalmente non conosco bene la vostrà realtà ma, come sai, anch’io faccio parte di un’altra Comunità ed in particolare sono anche membro di un Consiglio Pastorale.
Nessuno ha in tasca la “formula” giusta per far crescere in Comunione e Carità queste realtà a volte così diverse. L’unica certezza è che lo Spirito (…che soffia dove vuole …)possa aiutare la Comunità a trovare, certo nelle difficoltà ed anche in un franco dialogo,la Via giusta alla coesione. Del resto mi sembra che sia stato proprio Gesù di Nazaret a dire all’incirca ai suoi che ” è dall’Amore che ci sarà tra di voi che vi riconosceranno”. Un Amore spesso sofferto e travagliato, ma sempre ricercato. Non c’entra assolutamente il “buonismo” ma solo la consapevolezza che nessuno possiede pienamente al Verità : tutti abbiamo bisogno della parte di Verità che c’è nell’altro. Mi sembra questo uno degli insegnamenti di Vita più importanti del Cristo ai suoi discepoli…del resto Lui stesso ha conosciuto bene l’incomprensione e la derisione proprio di coloro che l’avrebbero dovuto “conoscere” meglio. E’ anche compito d’ognuno di noi, il sottoscritto per primo, continuamente vigilare sul proprio “io” e sul non rinunciare mai a confrontarsi con gli altri misurandosi sulla Parola. Questo non vuol dire affatto ipocritamente ed un po’ curialmente far finta che non ci siano contrasti o punti di vista diversi, anzi. Non è un caso che nelle prime comunità cristane la “correzione fraterna” fosse tenuta in grande considerazione e peccato che ora sia purtroppo poco praticata. Non è un caso che la Diversità, se assieme si trovano modi ed atteggiamenti “giusti”, sia un valore da fare fruttare e finalizzare al bene di tutti, non solo delle realtà ecclesiali. Io, nel mio piccolo, penso e cerco di praticare questo orientamento evangelico ma ritengo anche profondamente umano. Ritengo che sia più che legittimo credere che tanti altri stiano ricercando la stessa cosa e cioè (senza retorica) : la Comunione nella Verità. Ad ognuno di noi, illuminato dalla Fede in Dio oppure dalla Fede nell’Uomo, fare la propria parte.
germano, un tentativo di cristiano ed un cittadino in ricerca
Rimango fondamentalmente un agnostico , ma da quando leggo questi post mi sono reso conto che in vero c’è tanta gente sinceramente brava che ci crede veramente e merita il massimo rispetto e , a dire il vero , anche invidia. Se fossi Don Giorgio lascerei sedimentare la contrapposizione polemica e le frasi anche troppo forti per continuare ad essere “la guida spirituale” dei tanti ‘ luisella , marco brenna , piera ecc.ecc. ‘, perchè c’è del vero nel fatto che ” buttiamo il nostro tempo brontolando “, mentre abbiamo tanto bisogno della -parola – che ci aiuti nel momento fatidico.
ENTRANDO NEL CENACOLO A PORTE CHIUSE, “PACE A VOI” è STATO IL SALUTO DI GESù AGLI APOSTOLI DOPO LA SUA RISURREZIONE. CHIEDO A LUI CHE ENTRI ANCORA A PORTE CHIUSE NEI NOSTRI CUORI POLEMICI E CI DIA LA SUA PACE. MI PARE CHE QUESTO SITO STIA SOLO FAVORENDO DIVISIONI TRA GIUDIZI GRATUITI E INUTILI POLEMICHE. TRA 5,10,15,20,50 ANNI VEDREMO QUANTO TEMPO ABBIAMO SPRECANDO BRONTOLANDO. LA VITA PASSA VELOCEMENTE E ALLA CONCLUSIONE DEI NOSTRI GIORNI VORREMMO AVERSE ANCORA UN PUGNO DI TEMPO VIVERLO DIVERSAMENTE MA NON SARà POSSIBILE AVERLO. PENSIAMOCI!!! AUGURO A TUTTI UNA PACE VERA E DURATURA. IN VISTA DI QUANTO HO DETTO QUESTA SARà L’ULTIMA VOLTA CHE MI SI LEGGERà SU QUESTO SITO, DA OGGI IN POI CERCHERò DI UTILIZZARE IL MIO TEMPO AL MEGLIO. CHE LA LUCE DI CRISTO, MA PROPRIO LA SUA, CI FOLGORI TUTTI. PIERA
caro don giorgio,
come ogni volta che usciamo dall’oratorio, dopo aver partecipato alla tua messa, nei nostri cuori si agitano sentimenti contrastanti. accanto alla gratitudine e alla gioia per le parole di fede e conoscenza che ci hai donato, la tristezza per il fatto che tu sia sempre più considerato un fastidio, un corpo estraneo della comunità di cui sei un vero “buon pastore”. la lettura del foglio su cui ipotizzi un tuo non lontano allontanamento dalla attività pastorale per sopraggiunti limiti di età, con tutte le altre considerazioni riportate che condividiamo ampiamente, ci spinge ancora di più a parlare di te alle persone che contattiamo e che ancora credono esista una comunità di fedeli in cristo. non in quel simulacro di religione che si proclama cattolica e apostolica ma che non fa altro che tradire il messaggio evangelico. sopporta pazientemente le offese, l’isolamento della gerarchia, l’ignoranza dei presunti fedeli. sappi che ci sono donne e uomini che vivono la fede con impegno, magari con sofferenza, ma che vedono in te un profeta e, senza beatificarti, trovano nella tua predicazione il vero senso della parola di dio.
luisella e marco
longone al segrino (Co)
se la chiesa non riesce a dialogare al suo interno, come potrà sopravvivere visto che nell’era attuale c’è la necessità di un dialogo costruttivo anche con le altre religioni? da quello che vedo la chiesa non ha ancora capito che è l’apertura che la salverà (nella sua diversità) rispetto ad un dogmatismo medioevale condito da una struttura interna “principesca”!
posto l’url di un video di raimon panikkar composto da 2 documentari di circa 50 minuti ognuno (l’arte di vivere – il sorriso del saggio) e da una intervista.
http://www.youtube.com/watch?v=gGktT4vUfa4
Buona domenica don Giorgio, e sempre grazie di esistere.
Caro don Giorgio,
non se la prenda, perché l’atteggiamento del suo vescovo è stato quello più logico da adottare, secondo naturalmente il suo punto di vista. Sperava forse che venisse da lei in ginocchio riconoscendola come profeta oppure la scomunicasse per poi atteggiarsi a martire?
Un saggio diceva: “combattimi, urlami il tuo dissenso, insultami ma non ignorarmi perché questa sarebbe la peggiore umiliazione”. Ebbene se la volevano umiliare probabilmente ci sono riusciti.
Se lo lasci dire da un coetaneo (sono del ‘39) che, contrariamente a quello che ha detto su di me, non è né idiota, né cretino, né asino che ogni tanto raglia ed altro. So leggere “intelligentemente” quello che le persone scrivono e capisco quello che mi dicono e… per favore non censuri quello che le sto scrivendo.
Fra un anno lei se ne andrà e velocemente verrà dimenticato anche da coloro che oggi le dicono “grazie di esistere”, e verrà sostituito da un giovane prete, probabilmente extracomunitario, che farà del suo meglio per svolgere quella che crederà essere la sua missione. Si rassegni. Secondo le statistiche relative alla vita media in Italia, noi moriremo entro 5-6 anni. Credendo in una vita oltre la morte lei morirà sperando in un premio per ciò che ha fatto da vivo, non come noi poveri agnostici che abbiamo di fronte il nulla. Cerchi di sfruttare questi 5-6 anni per diluire tutto quel veleno che, naturalmente è una mia opinione, lei ha in corpo e che traspare da alcuni suoi scritti.
Si sentirà meglio e sopporterà più facilmente alcuni dei suoi interlocutori. Questo è il mio augurio per i suoi 75 anni.
ALLA GUIDA DI OGNI COMUNITA ‘ CI VOGLONO SAC CHE SANNO COSA VUOLE DIRE L’UMILTA ‘ CIOè L’AVBBSSARSI ! PENSA SOLO A COLLE B C’è PRETE AFFARE NON UN PRETE CHE VEDE IL DA FARE!
Ma dico solo una cosa:quando si fanno “cose diverse dalla casta che vorrebbe comandare”,anche nella chiesa c’e’ la casta….,si puo’ incorrere in attriti e malgiudizi.
Don Giorgio e’ il peperoncino nella patetica e rutinaria chiesa attuale,quel fastidio che si spera sparisca e che si ritiri in buon ordine.
Invece lui,don Giorgio e’ la novita’ che sarebbe auspicabile avere ovunque,la schiettezza che punge nell’animo con i suoi sermoni attuali.
Continui cosi’ e io la seguiro’ sempre.Saluti.
Quanto dei costumi italiani c’è in tutto questo! I progetti sono spesso dei capolavori in teoria, ma poi nella pratica o non vedono mai la nascita oppure rimangono realizzati a metà e non si sa chi e se riuscirà mai a completarli. Le persone sono spesso pedine spostate più per dare l’impressione che si sta facendo qualcosa, piuttosto che per reale necessità. L’unica grande differenza è il silenzio di chi dovrebbe impartire le direttive, ma non è che sia un male (almeno se è temporaneo) vista l’innata propensione dei rappresentanti delle “alte sfere” a parlare troppo e, ovviamente, troppo a sproposito.
Una domanda per capire meglio: come è regolato, nel concreto, il rapporto tra il parroco dell’unità pastorale e il sacerdote più “locale”?
Tutto dipende dal parroco se sa o no dialogare con i suoi preti collaboratori che di solito risiedono nelle singole parrocchie e che perciò hanno un contatto più diretto con la propria gente. Il meccanismo delle Comunità pastorali è un po’ complesso: anche qui semplificare le cose dipende dal parroco responsabile, il quale non può avvalersi del suo diritto di dire l’ultima parola, sempre o comunque. Ripeto, tuitto dipende dalla apertura mentale del parroco, dalla sua saggezza, dal suo senso paterno, dalla sua capacità di coinvolgere le migliori energie dei suoi collaboratori. Se fa il carabiniere o il controllore, è finita! Nion c’è possibilità di dialogo! Saper coinvolgere il meglio dei preti non è facile, anche perché è più comodo stare alle direttive, riempire moduli, fare programmi tanto per illudere i superiori. Ciò che spaventa oggi è constatare la chiusura mentale dei preti più giovanii, che io chiamo “figli del berlusconismo” e del tradizionalismo anticonciliare. I preti che contestano sono settantenni e ottantenni!
Grazie del chiarimento.
Ecco, appunto, perché a me sembra che – posto che l’origine di questa riorganizzazione ha certamente radici nel calo del numero dei preti – in realtà l’occasione di convogliare energie e stili diversi sia potenzialmente una cosa positiva.
Da quel che ho capito, dunque, sono situazioni in cui emerge la capacità di dialogo e profezia anzitutto del clero. Se ci sono grumi a quel livello, poi difficilmente il protagonismo dei laici riesce a farsi strada senza essere, anche involontariamente, mortificato. Se invece tra i sacerdoti avviene una autentica fraternità (sostanziale non omologante), credo che il popolo potrebbe trarne vantaggio per il proprio cammino di fede.
Stavo lasciando un commento, quando è poi scomparso….
Provo a riassumerlo.
Pur non essendo partecipe della comunità di Monte, credo di avere alcune riflessioni da fare, spero interessanti.
Speso capita, a mio avviso, che dal presupposto stesso per far nascare certi organismi, come le comunità pastorali, derivino problematiche di vario genere.
Il motivo principale per cui si è pensato a questo organismo è probabilmente il minor numero di sacerdoti, rispetto a qualche tempo fa. Ragion per cui si è pensato di organizzare il servizio alle diverse parrocchie anche sulla base della figura di un parroco principale, che gestisca le attività non solo per la propria parrocchia, ma anche per quelle contigue, con l’ausilio degli altri parroci e dei sacerdoti.
Ma contiguità territoriale non significa necessariamente comunanza di idee, di progetti, di obiettivi. Anzi.
Per cui il rischio è di metter insieme realtà molto diverse tra loro.
E questo evidenzia (tutto sommato la cosa mi fa piacere) una conferma di quanto sostenevo.
Il cristianesimo può essere interpretato in modi molto diversi.
Come si evince dalle prime righe del mio commento, non faccio parte della comunità di Monte, ma mi pare di aver capito che i punti di riferimento principali, chiamiamoli così, dei diversi sacerdoti, e soprattutto dei parroci, che ne fanno parte, siano sostanzialmente diversi.
Si va dal cristianesimo integrale ad una certa assenza, al cattolicesimo tradizionale, imperniato su osservanza a magistero e gerarchie cattoliche.
Insomma, punti di vista molto diversi, che confermano come la comunità sia più sulla carta, che nella realtà delle cose.
Come se si fosse deciso di accorpare alcuni partiti, solo perché le relative sezioni territoriali fanno parte dello stesso territorio, ad esempio quelli che una volta erano PCI ed MSI, tanto per rendere chiara l’idea.
Quanto al fatto che certe conseguenze non siano state preventivate, non ne sarei così sicuro.
Guarda caso, pare che siano venuti meno certi attacchi da parte della curia, e che vi sia magari un tentativo di omologazione, che riguarderebbe essenzialmente la parrocchia di don Giorgio.
E se fosse, tutto sommato, qualcosa appunto di programmato, proprio per subordinarla maggiormente ad un sacerdote più “obbediente”?
Il realtà, le cose sono più complesse. Non pretendo che la Comunità di Monte omologhi le altre, e tanto meno che tutti i preti la pensino come me in fatto di cristianesimo. Chiedo solo che il parroco responsabile della Comunità pastorale sia saggio, aperto, disponibile al confronto. Come si può camminare se la guida è ferma ad un passato ormai defunto, dà direttive solo in funzione delle disposizioni che provengono dalla curia, con in mano il diritto canonico da osservare ad litteram? Qual è il criterio scelto dai superiori per nominare i responsabilii delle Comunità pastorali? Che siano moderati, tradizionali, obbedienti… In tal modo la Comunità non osa, non punta in alto, non è profetica, è chiusa. Con quali effetti? Se una comunità cammina è costretta a fermarsi per aspettare che le altre si sveglino. Anzi, deve adeguarsi alle altre. Succede che si giudica una Comunità dal suo fare e strafare in attività che hanno ben poco con il cristianesimo radicale. Le Comunità pastorali hanno allora la funzione di tenere a freno i più ribelli, di tagliare le ali a chi osa di più in vista di un cristianesimo autentico.
Condivido peinamente, è più o meno quello che intendevo io…..
la comunità come freno, invece che come stimolo, ma chissà….
In effetti il loro silenzio, da qualche tempo, non promette niente di buono, certamente gli avvoltoi, aspettano il momento opportuno, qualunque cosa succeda, non si arrenda, saremo sempre dalla sua parte.