Omelie 2025 di don Giorgio: QUINTA DOPO PENTECOSTE

13 luglio 2025: QUINTA DOPO PENTECOSTE
Gen 18,1-2a.16-33; Rm 4,16-25; Lc 14,23-29
Prima di fare delle riflessioni sul primo brano della Messa, vorrei chiarire una cosa. Sentiamo dire che la Bibbia presenta Dio in modo antropomorfico. Che significa? Dio è descritto sotto forme umane, ovvero come uno che parla, si arrabbia, ecc. ecc. Credo che oggi siamo abbastanza maturi nel non mettere Dio sullo stesso piano delle divinità pagane, le quali non avevano solo delle virtù, ma che i peggiori vizi e i peggiori risentimenti umani.
Lasciamo il testo sacro anche nel suo fascino comunicativo, nell’offrirci un Dio che parla con le sue creature, passeggia nel giardino alla brezza del giorno, dialoga, interroga, rimprovera, e pronuncia non solo confortanti promesse, ma anche giudizi catastrofici.
Il primo testo della Messa è l’inizio del capitolo 18 del libro della Genesi: Abramo accoglie tre uomini misteriosi (tre angeli o lo stesso Signore presentato sotto forma di tre angeli). Fatto sta che Abramo li chiama “Mio Signore”, al singolare. E a parlare è solo uno, chiamato “Signore” dall’autore sacro. Abramo accoglie i tre uomini misteriosi secondo le leggi della ospitalità, ritenuta sacra nel mondo orientale e anche presso gli ebrei. Prima di riprendere il cammino gli ospiti promettono ad Abramo che Sara, sua moglie, allo scadere di un anno esatto da quella data, darà alla luce un figlio: il figlio della promessa.
Il brano che ora esaminiamo comincia quando i tre ospiti, consumato il pranzo, si alzano per andare a contemplare dall’alto la città di Sodoma. Mentre due riprendono il cammino, ad Abramo Dio (torna il singolare) svela il suo pensiero: «Devo nascondere ad Abramo quello che sto per fare?». Interessante: il Signore si interroga se confidare o no ad Abramo quello che sta per fare alla città di Sodoma e contemporaneamente ricorda ciò che Lui stesso ha preparato per Abramo e per la sua discendenza.
Dio decide di fidarsi di Abramo, perché, come scrive il profeta Amos (3,7): «in verità il Signore non fa cosa alcuna senza aver rivelato il suo piano ai suoi servitori, i profeti».
Dio dunque si confida e dice ad Abramo: «Il grido che sale da Sodoma e Gomorra è troppo grande ed il loro peccato troppo grave, voglio scendere personalmente a vedere se questa gente ha fatto tutto il male che è giunto fino a me».
Notate: un “grido” così forte che sale fino al cielo, e dall’alto dei cieli Dio sente quel grido, e vuole scendere per vedere che cosa sta succedendo. Il “grido” nella Scrittura ricorre spesso, ma qui in realtà non si tratta del grido del sangue di Abele, e neanche, come avverrà più avanti, del grido del popolo d’Israele: nel testo di oggi è un grido di denuncia contro un male terrificante e osceno.
Dunque, mentre i due compagni di Dio, diciamo così, proseguono il cammino, Abramo si trova da solo, faccia a faccia, con il Signore, Jahvè. Per descrivere l’atteggiamento di Abramo davanti a Dio, il testo ebraico usa un’espressione particolare, che indica “qualcuno che sta davanti ad un altro” per servirlo e per intercedere.
Qui mi sento costretto a chiarire la parola “intercessione”, ricorrendo alle parole dello stesso Carlo Maria Martini, il quale così spiega: «Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (“Signore, dacci la pace!”), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo. Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Così facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione. In proposito troviamo nella Bibbia una pagina illuminante. Nel momento in cui Giobbe si trova, quasi disperato, davanti a Dio che gli appare come un avversario, con cui non riesce a riconciliarsi, grida: “Chi è dunque colui che si metterà tra il mio giudice e me? chi poserà la sua mano sulla sua spalla e sulla mia?” (cf Gb 9,33-39, vers. spec.). Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione, che stenda le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare. Vorrei far notare che questo mettersi in mezzo non va concepito come un mezzo tattico, tanto per superare un’emergenza. È chiamato a diventare un modo di essere di chi vuole operare la pace, del cristiano che segue Gesù. Non abbiamo il diritto di restare in una situazione difficile solo fino a quando è sopportabile. Occorre volerci restare fino in fondo, a costo di morirci dentro. Solo così siamo seguaci di quel Gesù che non si è tirato indietro nell’orto degli ulivi. Noi ci accorgiamo che una vera intercessione è difficile; può essere fatta solo nello Spirito Santo e non sarà necessariamente compresa da tutti».
Dunque, Abramo capisce che il Signore vuole distruggere Sodoma e si appella a Dio conoscendo il suo cuore. Sa che Dio è giustizia e che non può agire ingiustamente. Abramo non discute la correttezza del giudizio di Dio, ma si aggrappa alla sua giustizia: come può il Signore punire insieme il giusto e l’empio? Abramo non chiede la salvezza degli innocenti separandoli dai colpevoli, chiede che, grazie alla presenza degli innocenti, anche i colpevoli possano continuare a vivere, chiede a Dio di agire da Dio! Il Signore accoglierà questa preghiera perché è una preghiera fatta secondo il suo stesso cuore. Ma… c’è un ma.
Abramo non è sceso al di sotto del numero dieci. Perché? Qualche esegeta giustifica Abramo perché all’epoca esisteva il quorum di 10 persone, per fare una preghiera sinagogale. Ciò non mi convince, tanto è vero che Geremia ed Ezechiele oseranno scendere ancora di più, intuendo che Dio perdona il suo popolo se incontrasse anche un solo giusto. Ecco le parole di Geremia: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Ed ecco le parole di Ezechiele: «Ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’’ho trovato» (22,30). E il profeta Isaia (capitolo 53) garantisce che la sofferenza del solo “Servo di YHWH” salva tutto il popolo; ma quest’annuncio non sarà compreso che quando si manifesterà Gesù.
Un insegnamento. Non tocca a noi stabilire il limite alla misericordia di Dio, soprattutto quando in gioco non è una grazia del tutto personale, ma la salvezza dell’umanità. Non dimentichiamo le parole di San Paolo: “Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia”.

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