LEGGI L’INTERVISTA INTEGRALE A SILVIA SALIS
“Ho voluto raccontare una storia positiva, una storia di un Paese dove con impegno ce la puoi ancora fare. La storia della figlia di un operaio e di un’impiegata comunale che, impegnandosi, è passata attraverso una serie di esperienze, ha raggiunto gli obiettivi. Che è un paese nel quale sono tutti spaventati per il presente e per il futuro, però volevo raccontare una storia positiva di come questo paese funzioni ancora in realtà, di come con impegno i risultati si possono ottenere. Se pensiamo anche che, da praticamente sconosciuta, sono diventata sindaca di una delle città più importanti d’Italia, sottraendola al centrodestra in pochi mesi, vuol dire che anche la tenuta democratica del Paese, per la quale ovviamente ci preoccupiamo ogni giorno, c’è ancora e tiene”. Così Silvia Salis a Che Tempo Che Fa sul NOVE parlando del suo nuovo libro “È già domani”.
Su come l’ha vista la Destra: “La destra, il centrodestra, mi ha sempre visto un po’ come un animale strano, non sono mai riuscita ad identificarmi. Quindi sono passati da ‘era una di noi’ a ‘una pericolosa estremista di sinistra’. In realtà io sono una progressista che vive nel 2026 e cerca di guardare al futuro e cerca di arginare questa deriva che ci fa tirare fuori dallo scantinato della follia parole che pensavamo sepolte, e invece purtroppo non sono oggi”.
Su come si può sentire ora un vecchio elettore del PCI, come suo padre, guardando al Campo Largo: “Mio padre ha fatto, come tutti gli elettori del PC, probabilmente come la maggioranza, tutta la trafila che poi l’ha portata a votare dal Partito Comunista al Partito Democratico, con un certo scoramento per tutti i passaggi che ha vissuto nella sua vita da sessantottino, perché lui era del ’50 e iscritto al Partito Comunista, quindi sindacalista, tutti i passaggi che ci possiamo immaginare. Chiaramente viveva alcuni elementi del centrosinistra con una certa polemica, devo dire la verità”.
Un episodio con il padre che l’ha formata: “Da neopatentata ero rimasta senza benzina, un classico. Mi disse una cosa di classe, proprio da lotta di classe. È arrivato con la tanica, io in mezzo alla strada con la macchina ferma, mi ha riempito di benzina, poi mi ha guardato e mi ha detto: ‘Silvia, tu sei la figlia di un operaio, non ti puoi permettere di essere una cretina nella vita, non ne abbiamo le possibilità, quindi ti devi svegliare’”.
Sulla carriera da atleta, come è arrivata a fare lancio del martello: “Il mio allenatore Walter mi diceva che era il punto del campo più vicino alla porta di casa mia, perché mio padre era il custode del campo di atletica, a Villa Gentile. Comunque martello, evocativo… Scrivevo anche una rubrica sul Secolo. Una rubrica sul calcio che si chiamava Calcio e Martello. I segni c’erano, il centrodestra non li ha visti”.
Sulla mancata presenza sul palco al Salone Nautico: “Credo che la Presidenza del Consiglio non abbia nessuna responsabilità e in parte neanche Confindustria Nautica, perché hanno fatto una bruttissima figura. Quindi diciamo che è un incidente che archiviamo come incidente. Di certo, una donna così preparata, così comunicativamente pronta come la Presidente Meloni non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Poi mi è chiamata, era molto arrabbiata, infatti. Era evidente che fosse un autogol comunicativo totalmente inutile. Per cui credo che chi l’ha ideato non sia molto padrone degli strumenti di comunicazione”.
Sulle primarie del campo largo: “Se continuo a pensare le primarie come divisive? Sì, è evidente che lo siano. Tra l’altro credo che al popolo progressista non interessi praticamente niente delle primarie. Sono abbastanza scoraggiati nel vedere questo continuo dibattito sulle primarie, quando basta aprire i giornali. Ieri su Repubblica c’è la notizia che le famiglie italiane iniziano a rateizzare anche la spesa settimanale. Credo che questi siano temi un po’ più centrali rispetto a una gara interna al centrosinistra”.
Sulla campagna elettorale per il centrosinistra: “Come sindaco puoi fare campagna elettorale per i partiti che ti sostengono e per le politiche, ovviamente. Noi rappresentiamo sul territorio anche quelle che sono le nostre istanze politiche nazionali, sindaci di centrosinistra poi ce ne sono molti e in posizioni davvero rilevanti, per cui credo che possiamo dare una grande mano. Perché poi, credo che i sindaci abbiano quell’aspetto pratico di prossimità a quei problemi che le persone identificano come un aspetto che dà sicurezza, dà fiducia. Quindi siamo sicuramente delle carte importanti nella campagna elettorale del centrosinistra”.
Sulla notizia della chiusura di Acciaierie Italia a Genova: “Purtroppo sono sempre i lavoratori che pagano in prima persona le conseguenze. Proprio oggi ho scritto al Ministro Urso, ho fatto un appello accorato al Governo perché trovi la materia prima. La soluzione è intanto procurare la materia prima per far lavorare gli stabilimenti del nord, che non arriverebbe più da Taranto e va cercata sul mercato internazionale e si può fare. Basta mettere le risorse su quest’azione, che non solo si può fare, ma che il mercato richiede, perché le lavorazioni che si fanno a Genova sono molto richieste sul mercato ed è assurdo che lo stabilimento chiuda, non solo per le centinaia di persone che ci lavorano. Facendo un ragionamento nazionale su tutti gli stabilimenti, costa di più chiudere che tenere aperto. Perché costa di più bonificare e quindi ridare quello spazio, bonificare e poi ristrutturare lo spazio, adeguarlo all’esigenza moderna e contemporanea. Io domattina sono con gli operai alle sette e mezza”.
Sulla possibile richiesta di essere il terzo nome alle primarie del campo largo: “No, io faccio la sindaca di Genova e nessuno me l’ha chiesto. Cosa direi se me lo chiedessero? No, in questo momento no. Non vedo le condizioni in questo momento. Questo dibattito che va avanti da mesi, direi quasi da un anno, fa capire che si è perso un po’ di vista il centro della discussione, che è il programma da presentare al Paese. Ma soprattutto ci siamo arrovellati su una discussione che già mesi fa sembrava ridondante, cioè fare una gara interna rispetto alle istanze che ci chiede poi il campo progressista, che è enorme, non è solo dei nostri elettori, è anche di tante persone che elettori e elettrici non sono più. Credo che dobbiamo riprendere un po’ il punto della situazione. Per quello dico che le condizioni in questo momento mi sembrano anche lontane da trovare una sintesi. Ed è un peccato perché sfiduciamo un elettorato che dopo il referendum era gasatissimo”.
Sul centrismo, moderati e progressisti: “Io credo che si vinca dappertutto. Quindi si vince al centro, come si vince a sinistra, si vince con un campo unitamente unito. Le larghe intese sono necessarie, basta aritmeticamente contare, nel senso che è vero che ci sono sempre stati più leader moderati, però secondo me stiamo facendo una grossa confusione. Stiamo confondendo moderato con progressista, che non è la stessa cosa. Quando mi vogliono dare la maglietta di moderata, io su alcuni temi posso anche esserlo, però mi sento progressista, perché non ho nessuna paura a dire, a sostenere dei temi profondamente di sinistra, ma non ho neanche nello stesso tempo nessuna paura a sostenere che lo sviluppo economico è importante, che lo sviluppo industriale va tutelato, tutta una serie di temi che ti fanno definire moderata. In realtà secondo me è importante trovare un leader progressista che non abbia paura a dire e a fare cose di sinistra, ma che poi sappia dialogare con tutti i mondi del Paese”.
Sul conflitto tra elettori del PD e del M5S: “In via residuale è chiaro, perché ci sono degli elettori che pensano così. Io penso anche che ci siano tanti liberali in Forza Italia che pensare di votare un’alleanza dove c’è dentro Vannacci, piuttosto non votano. Quindi penso che valga per tutti. Ognuno ha il suo posizionamento”.
Sulla questione Ucraina nel campo largo: “Noi abbiamo ancora un posizionamento che tiene poco conto del fatto che siamo in Europa e credo che in generale si dia poca attenzione all’istituzione europea. E penso che tutti noi paesi europei, se non ci concentriamo sul fatto che abbiamo bisogno entro pochi anni di eleggere il presidente degli Stati Uniti d’Europa, saremo definitivamente irrilevanti. Per far pesare l’Europa nel mondo serve una concezione più unitaria. E quindi anche nella politica internazionale bisogna creare una politica unitaria europea e bisogna posizionarsi in modo da rendere forte quella che è la posizione dell’Europa”.
Sulla proposta di istituire un Ministero del Futuro: “È ovviamente una provocazione, però è un tema che riguarda strettamente la vita delle città, ma poi alla fine anche del Paese. Ogni scelta che una sindaca o un sindaco fa deve valutarla in base all’impatto che avrà negli anni. È in questo senso il Ministero del Futuro, cioè bisognerebbe fare una valutazione d’impatto per ogni grande decisione che prende un governo di una città, come governo del Paese. E proprio è notizia di questi giorni che Genova è al ventottesimo posto per qualità della vita in una classifica molto importante sulle prime mille città del mondo, di Oxford. E questo ovviamente ci dà la consapevolezza che si vive bene nella nostra città, perché ovviamente quel ventottesimo posto è su un insieme di servizi. Poi ci sono altre voci sulle quali siamo indietro, come ad esempio il capitale umano, perché viene calcolato in base all’età, perché Genova è una città con l’età media molto elevata e noi dobbiamo farla diventare invece una ricchezza, perché è un luogo dove si vive bene e questo deve diventare un punto forte dell’economia di Genova, quindi non un punto debole in una classifica. Genova al ventottesimo posto nelle prime mille città del mondo per qualità di vita, e su quello dobbiamo puntare. Quindi, ritornando ai punti che dicevamo: il lavoro. Da sindaca lo sa benissimo, noi abbiamo la percezione diretta, perché nelle nostre mense sociali ormai in fila ci sono persone vestite come lei, che lavorano, però non riescono più a fare la spesa. Poi c’è il tema della casa, che è un tema enorme. Proprio qualche giorno fa la mia collega Funaro diceva che ci vorrebbe un altro piano Fanfani. Ma certo, perché mancano milioni di case e soprattutto ci sono milioni di persone che non si possono anche permettere una casa. Questi sono temi di cui non si parla ed è per questo che dico che il dibattito dovrebbe spostarsi su questi temi che colpiscono al cuore l’Italia”.
Sul tema della sicurezza: “Penso che su questo tanta strada sia stata fatta. Voglio personalmente intanto ringraziare il Ministro dell’Interno perché verrà a Genova proprio nei prossimi giorni per un piano straordinario sulla sicurezza in città, perché noi abbiamo ovviamente una zona più critica che è il centro storico. Quindi ringrazio il Ministro per la sua attenzione e anche dimostrazione di come in una città di centrosinistra si parli eccome di sicurezza e non solo: si lavora con le istituzioni governative per poter fare un piano di sicurezza impattante. Io non ho nessun pregiudizio, io lavoro con cui aiuta Genova e per me questo è fondamentale”.
Alla domanda se è stata coinvolta nella stesura del programma del campo largo: “No e non avrei titolo per essere coinvolta. Magari mi chiameranno”.
Sugli studenti stranieri nelle scuole: “Come si risolve? Intanto non negando un tema che esiste, ma dicendo quello che dovrebbe fare un governo, che dovrebbe fare una Repubblica nel 2026 come l’Italia, cioè sostenere questo tema con dei mediatori linguistici e culturali per aiutare questi bambini, non sparpargliarli come un problema del quale ti devi liberare. E questo è il tema, il tema del quale sinceramente trovo vergognoso a livello di discussione, perché uno Stato deve trovare una soluzione. La soluzione non è far prendere mezz’ora di autobus a un bambino di sei anni e smistarlo in un’altra scuola, quando poi le scuole multietniche sono vicine ai cantieri, perché queste famiglie arrivano per sostenere lo sviluppo economico del Paese, come abbiamo fatto noi italiani per tanti anni in altri Paesi. Deve essere sostenuto dal governo, perché come questi operai, ad esempio, aiutano lo sviluppo di Fincantieri – un’industria della quale il governo va fiero perché ha degli ottimi risultati – nello stesso modo deve sostenere Sestri Ponente, perché è davanti al cantiere che ospita le persone che permettono questo sviluppo economico. La soluzione non è dividere quei bambini, farli prendere un autobus, aumentare il loro senso di marginalità, ma è creare delle strutture all’interno delle scuole pubbliche che possano sostenere i nostri insegnanti, che ringrazio perché fanno un lavoro che è eroico ormai in Italia, neanche duro, è proprio eroico, e sostenerli in quello che è poi alla fine l’ultimo contenitore sociale di tutte le disuguaglianze, di tutte le marginalità, che è la scuola. Ecco, noi sinceramente non possiamo parlare dei bambini in questo modo. Io lo dico da madre, ma come si fa a parlare di un bambino come di un problema? Uno Stato risolve quel problema, non fa diventare il bambino un problema”.
Sull’evasione fiscale e patrimoniale: “Io credo che l’unico discorso ragionevole e serio sia sull’evasione fiscale. Noi dobbiamo portare delle soluzioni strutturali. La patrimoniale non è una soluzione strutturale. La patrimoniale è una parola che fa esaltare una parte del nostro elettorato, ma che non ha un vero impatto, così come è intesa, sulle casse dello Stato. È chiaro che è un tema un po’ riconducibile alla lotta di classe, ma non dobbiamo parlare di patrimoniale, dobbiamo parlare di rientro dell’evasione fiscale. Lo so che è un tema che alle persone non piace, perché comunque sembra quasi che si parli di andare a mettere mano nelle tasche delle persone. Ma quando aspetti per sei mesi un esame all’ospedale, quando i servizi non funzionano, quando c’è una serie di questioni che non tornano, non possiamo non pensare che in questo Paese c’è un sommerso miliardario di cui nessuno se ne occupa, perché comunque intanto è un lavoro enorme, è un lavoro che non porta voti, li fa perdere. Se un governo utilizzasse gli strumenti contemporanei, come l’intelligenza artificiale, e recuperasse l’evasione fiscale, io sarei orgogliosa di quel governo, non mi sentirei minacciata da quel governo, perché io le tasse le pago”.
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da la Repubblica
13 OTTOBRE 2026
Il tempo non aspetta,
mio figlio è arrivato con la fecondazione
di Silvia Salis

La sindaca di Genova racconta nel libro “È già domani” (Feltrinelli) il suo percorso verso la maternità: non bisogna vergognarsi di parlarne pubblicamente
Il futuro, nella sua forma più concreta, ha per me un volto preciso: quello di un bambino che mi spinge a chiedermi quale mondo troverà tra vent’anni. Mio figlio Eugenio.
Facciamo un piccolo passo indietro. È la prima volta che ne parlo.
Il percorso che nel 2023 ha portato alla nascita di Eugenio non è stato breve. Per molto tempo avevo pensato alla maternità come a qualcosa che sarebbe arrivato naturalmente, quando il momento giusto si fosse presentato. È una convinzione diffusa, soprattutto tra le donne che hanno costruito la propria vita attorno a percorsi lavorativi intensi. Si crede che il tempo sia elastico, che le stagioni della vita possano essere spostate come appuntamenti su un’agenda. La realtà è diversa. A un certo punto capisci che il corpo ha un suo calendario e che la maternità, come molte cose importanti, non è sempre una strada lineare. Fausto e io provammo per un anno ad avere un bambino: nonostante entrambi avessimo le analisi in ordine, non restavo incinta.
Quando iniziai il percorso della fecondazione assistita provai una sensazione difficile da spiegare. Non era paura nel senso tradizionale del termine. Era piuttosto la consapevolezza di entrare in un territorio dove la vita smette di essere un progetto individuale e diventa qualcosa di più imprevedibile. Per me è importante parlarne, così come ha fatto la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez nell’agosto scorso, condividendo sui suoi canali social il percorso di congelamento degli ovociti a trentasei anni. Non c’è niente di cui vergognarsi nel dichiararlo pubblicamente; anzi, la notizia ha riacceso il dibattito sui costi e sulle tutele legate alla conservazione della fertilità, un tema che resta in gran parte a carico delle singole persone ma che inizia a stimolare proposte di sostegno regionale (come in Puglia e Toscana).
(…) La fecondazione assistita è una tecnologia straordinaria, ma non è mai soltanto una questione tecnica. È un’esperienza emotiva complessa. Ogni passaggio – le visite, i tentativi – ti mette davanti alla parte più vulnerabile di te. Ricordo le settimane che parevano dilatarsi tra l’attesa dei risultati, le telefonate dei medici e la sensazione di vivere sospesa tra speranza e cautela. Quando finalmente arrivò la notizia che aspettavamo non fummo travolti da un’esplosione di gioia come nei film, ma colmati da una felicità profonda, quasi incredula. Come se il corpo avesse deciso di ricordarmi che la vita, anche quando sembra complicarsi, trova sempre modi inattesi per andare avanti. Durante la gravidanza mi accorsi che il modo in cui guardavo il mondo stava cambiando, alcune domande cominciarono a pesare di più. “Che tipo di paese troverà questo bambino?” “Che scuola lo accoglierà?” Sono quesiti che chi fa politica si pone spesso, ma quando diventano personali assumono un’intensità diversa.
La nascita di mio figlio è stato uno di quei momenti in cui il tempo sembra fermarsi per qualche secondo. Quando finalmente lo accolsi in braccio capii che il futuro aveva un nome. Quello di mio papà. Che per fortuna ha fatto in tempo a conoscere il nipotino e a goderselo per quasi un anno e mezzo. I due Eugenio hanno dormito insieme ogni pomeriggio, abbracciati, finché il destino l’ha consentito loro. Poi ho spiegato al bimbo che il nonno marinaio era tornato nel mare che amava così tanto. Ogni volta che il piccolo Eugenio esce nella terrazza di casa fissa le onde che si infrangono sugli scogli e mi ricorda di salutare il nonno. Spero non se lo dimentichi mai.
Il nostro bambino porta il mio cognome, quindi si chiama davvero come suo nonno: Eugenio Salis. Come sappiamo tutti, per secoli in Italia il cognome dei figli è stato automaticamente quello del padre. Una tradizione così radicata, quasi proverbiale, che di rado veniva messa in discussione. Ma nel 2022 la Corte costituzionale ha stabilito che i figli devono poter portare il cognome di entrambi i genitori, nell’ordine scelto da questi ultimi, o anche soltanto quello della madre. Non è un dettaglio amministrativo. È una rivoluzione culturale (…). È un segnale che sa di parità, di libertà di scelta, di una società che lentamente impara a mettere in discussione consuetudini che sembravano immutabili.
Fausto e io abbiamo deciso di dare a Eugenio il mio cognome per dare un esempio, il nostro piccolo segnale per contribuire a una rivoluzione sociale (…). Per secoli le donne hanno visto il proprio nome sparire nella genealogia familiare (…). Dare a mio figlio il mio cognome è stato un modo per dire che quella storia può cambiare. Non significa affatto negare il ruolo del padre (che peraltro nel nostro caso è piuttosto visibile, anche mediaticamente), significa riconoscere che la maternità e la paternità appartengono allo stesso orizzonte di responsabilità. Ho raccontato questa scelta in diverse interviste perché credo che i gesti simbolici abbiano un valore sociale. Ogni cambiamento culturale, in fondo, nasce da decisioni piccole, ma concrete. Un nome. Un cognome. Un bambino che cresce sapendo che la sua identità non è il risultato di una tradizione automatica ma di una scelta consapevole. Quando guardo Eugenio, oggi, mi accorgo che la politica, lo sport e tutte le altre esperienze che hanno costruito la mia vita pubblica hanno all’improvviso trovato un nuovo centro di gravità (…). “Futuro” non è più una parola e basta. È un bambino che dorme nel suo lettino, nella stanza accanto, e che un giorno ci chiederà conto del mondo che gli abbiamo lasciato.

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