L’EDITORIALE
di don Giorgio
“C’è una crepa in ogni cosa, e da lì entra la luce”
“Anthem” (in italiano: Inno) è una canzone di Leonard Cohen (1934-2016), cantautore, poeta, scrittore e compositore canadese, tratta dall’album “The future” del 1992. È un canto di speranza.
In breve, ecco il messaggio: ogni evento, anche i più dolorosi, possiede dentro di sé una luce, un significato, un’opportunità. Leonard Cohen ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza della malattia (nel suo caso la depressione) e ha trovato nella spiritualità e nella meditazione una strada per ritrovare se stesso e ricominciare. Nel brano Anthem, Cohen invita ad accettare l’imperfezione come una parte essenziale della vita.
Famose le sue parole, che tornano come un ritornello nella canzone: “C’è una crepa in ogni cosa, e da lì entra la luce”.
Riporto senza citare la fonte alcuni commenti, che mi sembrano stimolanti per approndire le parole di Cohen, anche in vista del Mistero natalizio.
«La “crepa” rappresenta i momenti di debolezza e difficoltà, mentre la “luce” simboleggia la crescita e la bellezza che possono emergere proprio da quelle fragilità. È un messaggio di speranza universale, che incoraggia ad abbracciare i propri difetti e a scoprire il potenziale nascosto nelle sfide. Anche Giorgio Caproni ha affrontato temi simili nella sua poesia, sebbene con uno stile e un approccio diverso. Le sue opere, caratterizzate da una forte componente esistenziale, esplorano la condizione umana con profondità e introspezione. Opere come Il passaggio d’Enea e Il seme del piangere affrontano il rapporto tra vita, morte e bellezza, offrendo spunti di riflessione che si accordano con la sensibilità espressa nella frase di Cohen. Sia Cohen che Caproni, pur appartenendo a contesti e linguaggi diversi, ci ricordano che le imperfezioni sono ciò che ci rende umani. Nelle “crepe” delle nostre vite si nasconde la possibilità di crescita, e la poesia diventa uno strumento per illuminare questi spazi di fragilità».
«Penso alle nostre povere esistenze, alle forme di ingiustizia nel mondo. Penso a quei momenti che ci troviamo da soli con noi stessi e ci accorgiamo delle crepe della nostra esistenza. Esse non rappresentano l’occasione per dirci “sono un disastro” ma la più bella possibilità che Dio e la stessa nostra esistenza offrono a ciascuno di noi. Da lì può nascere la possibilità di poter ricominciare. La possibilità di far entrare, come dice Cohen, la luce. Ma anche la possibilità di farla uscire. Penso ad esempio a quando ci facciamo male. I nostri movimenti diventano più attenti, si è, per uno strano paradosso, più gentili. Proprio grazie a quella caduta, a quelle ferite. Sì, ogni cosa, il terremoto, il lutto, un fallimento, rappresentano l’occasione per “ricominciare”: uno dei verbi più belli che possiamo pronunciare e vivere».
«Quando rifletto su chi sia Dio per me penso al brano Anthem di Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è così che entra la luce”. Io considero Dio come quella luce che, impercettibilmente, penetra tra le ferite dell’uomo. Si inserisce tra i dolori, i dubbi, le domande insolute. E, penetrando, le schiarisce. Dio è un messaggio di speranza. Ecco perché, anche se non sono credente, mi astengo dal definirmi atea. Non nego del tutto l’esistenza di Dio, né mi arrendo ad un esausto disinteresse solo perché incapace di trovare la risposta. Perché so che, quando la nostra conoscenza si mostra limitata, la fede può intervenire. E può salvarti la vita».
«C’è una crepa in ogni cosa, è vero, e ce ne siamo accorti in questi mesi, travolti da una situazione improvvisa e più grande di noi senza che avessimo il tempo e la prontezza di riflessi per poterla fronteggiare adeguatamente. Una situazione che, inoltre, ha fatto emergere con forza uno stato di crisi che tutto il pianeta sta vivendo ormai da anni, sconvolto da conflitti politici e sociali e minacciato dallo sfruttamento incontrollato e irresponsabile delle risorse naturali, che troppo spesso abbiamo ignorato. Aggiunge Cohen, però, che è proprio dalle crepe che entra la luce, a patto di volerla farla entrare per davvero. Capita, così, che la storia decida di giocarsi il tutto per tutto, ponendoci davanti a sfide difficili e dandoci la possibilità (l’ultima?) di cambiare, di migliorare. Non per ritornare alla normalità che c’era prima, ma per evolvere. Una fase in cui, con molta fantasia e coraggio, siamo chiamati a ripensare al nostro modo di vivere. Pur nella drammaticità degli eventi, dunque, ci troviamo di fronte ad uno scenario inedito, che apre le porte al cambiamento. E siamo chiamati ad uscirne tutti assieme. Un punto di rottura, dunque. Da cui però, se lo vogliamo, può entrare la luce».
«Dovremmo perdere meno tempo a stuccare le nostre crepe e dedicarci di più a contemplare ciò che grazie a quelle fessure viene illuminato».
«Monsignor Claverie, il vescovo di Orano assassinato nel 1996, diceva in una delle ultime omelie: “La Chiesa adempie alla sua vocazione e alla sua missione quando è presente sulle fratture che crocifiggono l’umanità… In Algeria siamo su una di queste linee sismiche che attraversano il mondo: Islam-Occidente, Nord-Sud, ricchi-poveri. E ci sentiamo al nostro posto, perché è in questi luoghi che si può intravedere la luce della risurrezione”. Una collega una volta mi ha fatto notare che “risurrezione” è un termine femminile, come lo è la parola Chiesa, che è “madre” e perciò deve allontanare da sé il rischio di rimanere sterile. La risurrezione è ciò che rende feconda la fede e, dunque, la Chiesa. Marie, la madre del pilota e scrittore Antoine de Saint-Exupéry, compose nella Pasqua del 1945 una poesia per il figlio, scomparso nella sua ultima missione aerea. “Dovunque cerco il mio bambino: non so niente di lui, ma “la sua fame di luce era tale ch’egli è salito”, pellegrino delle stelle. È arrivato alle lanterne di Dio? Ah! Se lo sapessi, piangerei meno sotto il mio velo”. Madame Marie faceva riferimento a “Volo di notte”, romanzo del figlio, quando il pilota Fabien alle prese con l’uragano vede tra le nubi il chiarore delle stelle. Se il pilota attraverserà quello squarcio, non potrà più ridiscendere, perché la tempesta in basso chiuderà ogni varco, dovrà vagare fin quando avrà carburante, poi sparirà per sempre. Ma il richiamo è irresistibile e Fabien decide egualmente di prender quota per saziare “la sua fame di luce”. Ci son calvari che val la pena salire, sapendo che la pienezza dell’esistenza sta proprio in quel sacrificio».
Il testo della canzone
The birds they sang
at the break of day
Start again
I heard them say
Don’t dwell on what
has passed away
or what is yet to be.The wars they will
be fought again
The holy dove
She will be caught again
bought and sold
and bought again
the dove is never free.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack in everything
That’s how the light gets in.
We asked for signs
the signs were sent:
the birth betrayed
the marriage spent
the widowhood
of every government –
signs for all to see.
I can’t run no more
with that lawless crowd
while the killers in high places
say their prayers out loud.
But they’ve summoned up
a thundercloud
And they’re going to hear from me.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack in everything
That’s how the light gets in.
You can add up the parts
but you won’t have the sum
You can strike up the march,
there is no drum
Every heart, every heart
to love will come
but like a refugee.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in.
That’s how the light gets in.
That’s how the light gets in.
Traduzione:
Cantavan gli uccelli
al levar del dì
Ricomincia daccapo
li sentii dire
Non indugiare
su quel che è stato
o che ancora non è.Saranno le guerre
combattute ancora
La sacra colomba
verrà catturata ancora
comprata e venduta
e comprata ancora
la colomba mai libera non è.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Chiedemmo dei segni
i segni furono inviati:
il natale tradito
il matrimonio esaurito
la vedovanza
di ogni governo –
segni che ognuno può vedere.
Non posso più correre
Con quel branco senza legge
mentre gli assassini negli alti lochi
recitano le loro preghiere ad alta voce.
Ma hanno chiamato a sé
una nube tempestosa
E avranno mie notizie.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Potete sommare le parti
Ma non avrete il tutto
Potete attaccare la marcia
Non c’è il tamburo
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all’amore
ma come un fuggiasco.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
È così che entra la luce.
È così che entra la luce.
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