Omelie 2026 di don Giorgio: TERZA DOPO PENTECOSTE

14 giugno 2026: TERZA DOPO PENTECOSTE
Gen 2,4b-17; Rm 5,12-17; Gv 3,16-21
I tre testi che la Liturgia ci offre da meditare in questa domenica, terza dopo Pentecoste, sarebbero tutti da spiegare e da approfondire. Pensate al primo testo, che fa parte di un mito antico, ed è quello che ha dato origine a interpretazioni le più disparate.
Soffermiamoci sul terzo testo. È una parte del lungo colloquio notturno di Gesù con Nicodemo. Già dire “notturno” è dire qualcosa di affascinante: Gesù rivela cose strabilianti, che illuminano le tenebre. Già dire Nicodemo è dire qualcosa di problematico per Gesù: Nicodemo è un personaggio illustre del sinedrio di Gerusalemme, un maestro in Israele.
Il colloquio notturno di Gesù con Nicodemo si trova solo nel quarto Vangelo: già questo richiede una particolare attenzione, perché l’evangelista Giovanni non fa mai pura cronaca, ma riporta i miracoli o i colloqui di Gesù cogliendone tutta la loro ricchezza più profonda. I miracoli sono chiamati “segni”. Pensate al miracolo del cieco nato e di Lazzaro. E pensate all’incontro di Gesù con la samaritana.
Dunque, Gesù accoglie e accetta di rispondere alle domande di Nicodemo. Come del resto farà con la donna di Samaria. Non tiene un lungo soliloquio, anche se la parte principale del discorso è di Gesù, che tenta di spiegare sia a Nicodemo che alla samaritana la bellezza delle realtà divine. In questi due incontri troviamo un modo singolare e dialettico che dovrebbe fare scuola anche a noi, che talora, credendoci detentori della verità di Dio, esperti ineguagliabili, ci mettiamo in cattedra, in un atteggiamento di superiorità, non permettendo all’altro che ci provoca di fare ulteriori domande. Gesù dialoga ma a modo suo: prende le domande di Nicodemo e della samaritana e le ribalta provocando ulteriori domande, e così li eleva rivelando loro il cuore della verità, che è l’essenza stessa di Dio.
Ecco, questa è la vera dialettica: dialogare per elevare. Tra noi non succede mai o quasi mai così: ci si limita a rispondere alle domande, e tutto finisce in risposte evasive o supponenti o per lo meno insignificanti. Un dialogo inutile, che non porta a nulla di positivo.
Sembra che talora Gesù si irriti davanti a certe provocazioni, ma questo lo farà solo con quelli in cattiva fede, vedi il duro colloquio/contrasto con quegli ebrei che si era irrigiditi in un atteggiamento anche offensivo di chiusura mentale, invocando il fatto di essere figli di Abramo. E Gesù sembra assumere un atteggiamento da duro, da violento: “Se foste figli di Abramo, perché non fate le opere di Abramo… Voi siete figli del diavolo!”.
Con Nicodemo e con la donna di Samaria la dialettica di Gesù è tutta protesa a rivelar loro cose straordinarie, che ancora oggi dovrebbero provocare in noi tante domande stimolanti, se vogliamo arrivare alla Sorgente divina.
Torniamo al colloquio di Gesù con Nicodemo. Oramai il rabbì di Nazaret era sulla bocca di tutti, nel bene e nel male. Molti lo incontrano sulla strada o vanno ad ascoltarlo quando egli parla nei posti più diversi. Anche in Nicodemo le notizie che ha di Gesù e probabilmente qualche discorso riportato procurano curiosità e perplessità. Nicodemo è sincero: è in ricerca della volontà di Dio. Ciò che sente di Gesù è nuovo: si decide di approfondire il significato di questa nuova predicazione che, onestamente, sente diversa e coinvolgente.
Perciò, una notte Nicodemo decide di andare a parlare con Gesù. Gesù lo accoglie con amicizia, lo apprezza per i suoi interrogativi, ma apre una riflessione molto apprezzata che però si sviluppa in una rivelazione difficile poiché apre orizzonti impensabili anche per uno studioso della Scrittura come Nicodemo che è venuto a cercarlo.
Gesù gli dà atto della sua onestà e lo richiama, come maestro d’Israele, a capire che “bisogna rinascere dall’alto”, e il fatto di dover rinascere sconcerta il dottore d’Israele, che rimane sul piano carnale, come se di nuovo si potesse tornare nel grembo fisico di una madre. Ed è qui il grosso problema anche di oggi: un problema che riguarda non solo il mondo degli estranei alla fede nel Risorto, ma tra gli stessi credenti che ragionano secondo le leggi della carne. E quanto scriveva lo stesso san Paolo quando distingueva tra i cosiddetti carnali e i cosiddetti spirituali: tra coloro cioè che pensano e vivono secondo la carne, e quelli che pensano e vivono secondo lo spirito.
Il colloquio notturno di Gesù con Nicodemo si concentra attorno a questo contrasto: tra le leggi esteriori e le leggi interiori. In breve: le cose di Dio non si comprendono se si rimane all’esterno, dove ci sono le tenebre: occorre rientrare in noi stessi, dove c’è la luce dell’intelletto. Da notare una cosa: con Nicodemo Gesù parla di elevare lo sguardo verso l’Alto, mentre invita la samaritana a rientrare nel pozzo, nel profondo del nostro essere. L’Alto non è fuori di noi, è dentro di noi.
Proseguendo il discorso, Gesù riprende un ricordo biblico drammatico del deserto popolato di serpenti e di scorpioni che diffondevano la morte nel popolo liberato da Mosè. E Gesù ricorda un provvedimento curioso. Mosè aveva fatto innalzare un serpente di bronzo che ancora ai tempi di Gesù si conserva nel tempio. Chi lo guardava guariva. E Gesù conclude con una riflessione strana: “è il guardare in alto che fa guarire”. Che significa? Gesù spiega: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Innalzato su una croce!
E qui lo scandalo è inevitabile per chi non crede: lo stesso Paolo scriverà che la croce è follia per i pagani e scandalo per i giudei. I pagani non ammettevano qualsiasi sconfitta: la croce è una sconfitta. Gli ebrei poi aspettavano un Messia potente, che li liberasse dalla schiavitù romana. Sentir parlare della sapienza della croce era qualcosa di inaccettabile da parte del mondo pagano e da parte del mondo ebraico.
Certo, per la nostra fede non tutto finisce sulla croce, anche se proprio sulla croce, mentre moriva, Cristo ci donava il suo Spirito di vita. È la legge del morire per rinascere. Cristo stesso aveva detto: “Se un chicco di grano non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Già gli antichi filosofi pagani lo avevano capito, da Platone a Plotino: bisogna morire al proprio ego, alla legge della carne o del corpo, se vogliamo scoprire la sorgente della vita. Così diranno gli stessi Mistici speculativi. E Cristo: “Chi ama la propria vita la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. Attenzione alle parole: la parola italiana “anima! in greco è psuché, che è la parte intermedia del nostro essere, però più vicina al corpo che allo spirito.
Gesù fa una affermazione su cui dovremmo restare per delle ore. È l’inizio del testo di oggi: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Attenzione: tutto dipende da noi. Cristo non ci condanna, siamo noi ad autocondannarci. La libertà non è un gioco, o meglio con la libertà mettiamo in gioco la nostra salvezza.

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