
da www.huffingtonpost.it
14 Luglio 2026
Mettetevi l’elmetto.
Sull’Ucraina sarà una campagna elettorale
di opposti fanatismi
di Andrea Romano
Conte, Salvini e Vannacci continueranno a prendere le parti di Mosca contro l’Occidente, l’estremo centro proverà a capitalizzare l’ortodossia pro Kyiv, Pd e FdI si dovranno barcamenare tra alleati che la pensano all’opposto. In questo contesto Guerini dice cose di buon senso e sembra un alieno. Verrebbe voglia di svegliarsi solo dopo il voto
Chi può, vada a dormire già oggi e si risvegli il giorno dopo le elezioni del 2027. Di qui ad allora, per quanto riguarda la guerra di aggressione che da quasi cinque anni Vladimir Putin conduce nel cuore dell’Europa, nella politica italiana sarà un carnevale quotidiano di dichiarazioni tanto muscolari quanto inutili. Giuseppe Conte, Roberto Vannacci e Matteo Salvini continueranno a fare la parte dei collaborazionisti del regime di Mosca: “Non esiste alcuna minaccia alle nostre libertà, che ci frega di questi ucraini e di questa Europa, più burro e meno cannoni”. Dall’altro lato, pattuglie di centristi più o meno esagitati tenteranno di privatizzare a proprio esclusivo vantaggio (elettorale) la straordinaria resistenza di Kyiv: “Siamo solo noi fenomeni del 2% i veri titolari del copyright ucraino, votateci e Mosca sarà sconfitta”. In mezzo, grandi partiti popolari di destra e di sinistra impegnati a barcamenarsi tra i rispettivi alleati putiniani a cui nessuna delle due parti può davvero rinunciare.
A guardarla così, la qualità del dibattito politico italiano sulla più grande tragedia continentale dal 1945 è talmente deprimente da far venir voglia di dedicarsi ad altro per i prossimi mesi e fino al voto per il nuovo Parlamento, in attesa di capire chi governerà e quale ruolo avrà l’Italia dentro uno scenario europeo e internazionale destinato a rimanere complesso e conflittuale per molti anni a venire.
Poi uno legge Lorenzo Guerini – intervistato oggi sul Corriere della Sera – ed è spinto a porsi un interrogativo pacato, modesto e appena appena ottimistico. Ma non sarà che il rimedio migliore per la cattiva propaganda è ancora una volta guardare alla realtà per come essa è? Perché Guerini si limita a dire cose ragionevoli e di buon senso, prive di fuochi d’artificio e ancorate a quanto sta concretamente succedendo intorno a noi: “È necessario rafforzare la sicurezza del nostro continente”, “La polemica sul riarmo è strumentale, la partita in palio è l’Europa”, “Tutti vogliamo la pace, ma tutti – almeno chi è in buona fede – sappiamo che essa è raggiungibile se si mantiene alta la pressione su Putin e il sostegno a Kyiv”.
Non c’è putinismo che tenga di fronte a considerazioni come queste, che sfuggono alla trappola delle tifoserie e guardano alla sostanza della guerra che il regime di Mosca ha dichiarato da anni contro l’Europa. Quando la guerra finirà, ai tavoli dell’inevitabile trattativa conteranno argomentazioni di questo tenore piuttosto le fantasmagoriche sparate ideologiche con cui riempiamo il nostro dibattito pubblico sull’Ucraina. Proprio per questo Guerini sembra un alieno, rispetto al carnevale delle dichiarazioni muscolari e contro-muscolari nel quale siamo immersi. Quando Matteo Renzi era il segretario del Pd, lo sfotteva chiamandolo “Arnaldo” ed evocando Forlani nel metodo politico e nella postura retorica.
Non so come Forlani guarderebbe alla tragedia ucraina, ma so che oggi ci sarebbe bisogno di molti alieni come Guerini per disintossicare gli italiani dai fanatismi che impediscono di guardare a cosa sta davvero succedendo in Ucraina dal 2022: una nazione sovrana che vuole rimanere libera ed europea; una potenza imperiale e nucleare che cerca di impedirglielo, massacrando ogni giorno i suoi abitanti; una pace che può essere raggiunta solo costringendo l’aggressore a fermarsi e a sedersi al tavolo delle trattative.
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dal Corriere della Sera
Lorenzo Guerini:
«Sbagliate le parole di Conte.
La pace si fa stando con l’Ucraina.
Con gli elettori serve chiarezza»
di Maria Teresa Meli

Lorenzo Guerini, anche lei ritiene come Conte che si stia costruendo una minaccia russa per giustificare la corsa al riarmo?
«Se volessi fare polemica sarebbe molto facile rispondere citando ad esempio la dichiarazione finale del summit Nato di Londra nel dicembre del 2019 firmata anche da Conte, allora premier italiano, in cui si diceva che “le azioni aggressive della Russia costituiscono una minaccia alla sicurezza euro-atlantica”. O la parte dedicata all’esigenza di incremento delle spese per la difesa. Ma preferisco stare ai fatti: l’invasione russa all’Ucraina, le condotte di guerra ibrida, l’attività di disinformazione operata dal Cremlino, sono una minaccia alla stabilità delle nostre società e delle democrazie liberali europee. E necessitano di rafforzare la sicurezza del nostro continente».
Ma secondo lei perché Conte ha fatto quelle affermazioni?
«Mi limito a giudicarle profondamente sbagliate. Preferisco guardare avanti e reiterare con determinazione l’invito ad aprire il confronto programmatico nel Campo largo anche su temi che sono più complicati da affrontare. Tutti noi vogliamo la pace per l’Ucraina, ma tutti, almeno chi è in buona fede, sappiamo anche che essa è raggiungibile se si mantiene alta la pressione su Putin e il sostegno a Kiev».
Il tema del riarmo sollevato da Conte comunque resta in campo.
«La polemica sul riarmo è strumentale. La partita in palio è l’Europa. Più forte e più unita. Che passa anche dallo sviluppo di una vera politica comune di difesa. Con gli investimenti, le cooperazioni industriali, le economie di scala, che saranno necessarie. E con l’utilizzo degli strumenti a disposizione, a partire da Safe: risorse europee per programmi di cooperazione per rafforzare le nostre capacità militari che è assurdo non utilizzare. Altrimenti parlare di difesa europea è solo il modo più semplice per calciare la palla in tribuna e sottrarsi alle nostre responsabilità. E vale sia per il governo che per l’opposizione».
Secondo lei il vertice di Ankara com’è andato?
«Viste le premesse, direi meglio del previsto. Il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico, dopo le parole e le azioni di Trump, resta critico. Ma la dichiarazione finale, nella riaffermazione della validità dell’articolo 5 e nel rilancio del sostegno all’Ucraina per giungere ad una pace giusta, è positiva per l’Alleanza».
Giorgia Meloni avrebbe dovuto lasciare la pistola regalata da Erdogan ad Ankara?
«Quando ero ministro ai miei colleghi stranieri regalavo cravatte o foulard. O vino italiano. Sempre molto apprezzato da chi lo riceveva. Quel dono di Erdogan credo abbia imbarazzato molti. Il dono è anche simbolo e quel simbolo è sbagliato».
Se nel 2027 il centrosinistra dovesse vincere le elezioni, nel caso in cui la guerra proseguisse, il futuro governo dovrebbe o no continuare a sostenere militarmente Kiev?
«Il sostegno all’Ucraina non è in discussione. L’alternativa sarebbe cedere alle pretese illegittime e ingiustificate del Cremlino. La pace passa da un’Ucraina in piedi, libera, sovrana e sicura. Ed è compito dell’Europa, insieme all’eroica resistenza ucraina, fare in modo che ciò si realizzi».
Sull’Ucraina vi dovrete chiarire tra voi M5S e Avs… magari prima di fare altre manifestazioni a quattro.
«Capisco la battuta. Sarò all’antica, ma amo procedere con ordine. Prima il perimetro dell’alleanza, che non può ridursi alle forze della manifestazione di Napoli. Poi la costruzione di un progetto politico condiviso per l’Italia. Con le mediazioni, e i chiarimenti, con cui si costruiscono le alleanze. Senza reticenze, senza paure e con senso di responsabilità. Ma soprattutto con chiarezza sui punti in cui si misura maggiormente la nostra credibilità di fronte agli elettori».
In tutto ciò in Iran la tregua è saltata…
«Questa tregua instabile che viene settimanalmente violata, dimostra ancora una volta l’insensatezza della guerra voluta da Trump e Netanyahu, le cui conseguenze sono l’instabilità della navigazione nello stretto di Hormuz, il peggioramento della sicurezza regionale e, paradossalmente, un duro rafforzamento dell’odioso regime iraniano. Ed effetti negativi sui prezzi dell’energia e sul commercio internazionale. Trump lo sa, io leggo il suo atteggiamento più dialogante ad Ankara anche alla luce delle difficoltà di questo conflitto».
Il governo italiano potrebbe mandare un inviato al summit contro il terrorismo rosso, anche se non vi è ancora certezza di questa decisione.
«Per ruolo istituzionale mi occupo di sicurezza nazionale. Ma da quel che capisco leggendo i giornali quel summit è pretestuosamente ideologico. Una partecipazione a questa iniziativa sarebbe l’adesione a un’appendice dell’armamentario culturale della destra Maga trumpiana».
Ma si è dato una spiegazione del perché Trump ce l’ha tanto con la presidente del Consiglio italiana?
«Forse si aspettava che alle parole, così entusiaste, della destra italiana nei suoi confronti all’inizio del mandato presidenziale, seguissero i fatti. Ma i fatti non sono il loro forte. E sulla guerra con l’Iran la premier credo avesse ben chiara l’opposizione dell’opinione pubblica del nostro Paese. E ciò ha determinato quell’esito. Ma più dei rapporti personali a me interessa preservare il nostro rapporto con un alleato strategico come gli Stati Uniti. Questo è ciò che conta».
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