Glucksmann dimostra a Schlein e al Pd a trazione populista che una sinistra riformista è possibile
Raphaël Glucksmann, 46 anni, ha vinto le primarie della sinistra francese / LaPresse
da www.linkiesta.it
13 Ottobre 2026
Non è che l’inizio
Glucksmann dimostra
a Schlein e al Pd a trazione populista
che una sinistra riformista è possibile
La vittoria del fondatore di Place Publique alle primarie della gauche spiega che la radicalizzazione è un destino evitabile se si ritrova unità, si costruisce una leadership e un progetto riconoscibile
Mario Lavia
Presa a sberle in Italia dall’establishment della purezza radicale, in Francia torna ad affacciarsi sulla scena una sinistra che ambisce a governare. È un segnale politico abbastanza inatteso e che dice diverse cose.
«La vera battaglia comincia», titola Libération, mettendo in prima pagina il vincitore delle primarie della sinistra di governo francese. È l’emblema di una discontinuità: la leadership della sinistra non viene più dal glorioso Partito socialista di Jean Jaurès, Léon Blum e François Mitterrand, ma da Raphaël Glucksmann, fondatore di Place Publique, capace di superare il segretario socialista Olivier Faure e l’eterna Ségolène Royal.
Difficile immaginare che Glucksmann possa conquistare il ballottaggio nella Francia incattivita di Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, due offerte politiche antitetiche che tuttavia si alimentano della stessa materia prima: la rabbia, il risentimento, l’antieuropeismo, l’oggettivo filoputinismo, la sfiducia verso l’ordine esistente. Ma il risultato di queste primarie conta già per ciò che annuncia, cioè la rimessa in circolo di una domanda che la sinistra europea sembra aver smarrito: la presenza di uno spazio politico per una forza riformista, capace di interpretare il disagio senza trasformarlo in rancore e di proporre un cambiamento, anche radicale, ma razionale.
È presto per sapere se Glucksmann riuscirà a costruire una risposta popolare alla crisi francese, restituendo una prospettiva di governo a un elettorato che non si riconosce più nel centrismo di Emmanuel Macron. Ma una cosa è già chiara: la radicalizzazione della sinistra non è un destino inevitabile.
Si può tentare di interromperla, persino là dove sembra aver occupato tutto il campo. È questa, in fondo, la novità francese. Che parla anche all’Italia. Perché anche da noi la sinistra si è radicalizzata, come d’altronde ovunque, persino negli Stati Uniti. Pier Luigi Bersani lo ha certificato, forse senza misurare fino in fondo la portata delle sue parole, sostenendo che gli elettori del Pd e quelli del Movimento 5 Stelle sono ormai indistinguibili. Infatti sono tutti saliti sulla barca del populismo di sinistra.
Il paradosso è che mentre in Francia Glucksmann prova a dare una forma politica autonoma alla sinistra riformista, in Italia i suoi possibili interlocutori restano dispersi in una costellazione di sigle, diffidenze personali e ambizioni concorrenti. Una decina di formazioni, nessuna delle quali sembra disposta a compiere il passo che pure la situazione richiederebbe: misurarsi in una competizione comune, attraverso una sorta di primarie della sinistra di governo, oppure almeno provare a costruire una lista riformista capace di presentarsi agli elettori con una voce riconoscibile.
È una scelta politica, e la prova di una debolezza intrinseca. Figuriamoci, ai riformisti del Pd non viene neppure riconosciuta la possibilità di partecipare alle primarie del campo largo, mentre il gruppo dirigente di Elly Schlein si prepara all’assemblea nazionale del 18 con una mobilitazione che punta a trasformarla in una consacrazione della segretaria mediante una presenza massiccia. Stanno chiamando tutti, anche chi non appartiene formalmente al parlamentino del partito per avere una scenografia degna dell’incoronazione di Elly. In questo quadro, Giorgio Gori rischia di essere costretto a non presentarsi, anche se non per questo uscirà dal Pd. È una conferma della difficoltà dei riformisti dem dentro una situazione in cui nessuno riesce a trasformare la consapevolezza della propria marginalità in una strategia comune: così lo spazio politico del riformismo si restringe.
La lezione francese, allora, non consiste nell’immaginare una trasposizione meccanica di Raphaël Glucksmann in Italia. Le storie dei due Paesi sono diverse, così come diverse sono le tradizioni politiche e le condizioni delle rispettive competizioni elettorali. Consiste, piuttosto, nel capire che una componente riformista può tornare a pesare soltanto se smette di considerarsi una minoranza culturale destinata a testimoniare la propria esistenza dentro coalizioni decise da altri.
Glucksmann prova a contendere a Mélenchon l’egemonia sulla sinistra francese. In Italia, invece, il riformismo continua a vivere di frammenti, mentre Giuseppe Conte consolida la propria offerta populista e Schlein sposta sempre più il Pd verso un’identità gregaria ma radicale.
Forse è proprio questo che la vicenda francese suggerisce agli italiani: la sinistra di governo ha bisogno di darsi una forma politica, una leadership, un progetto riconoscibile per contendere il potere a chi oggi esercita l’egemonia a sinistra. È probabile che sia troppo tardi. Ma Glucksmann ci ha detto che c’è vita sul pianeta riformista.


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