Omelie 2013 di don Giorgio: Quarta dopo Pentecoste

16 giugno 2013: Quarta dopo Pentecoste

Gen 4,1-16; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24

Diciamo subito che l’episodio di Caino e di Abele, narrato nel libro della Genesi all’inizio del capitolo 4, è uno tra quelli che sono rimasti più vivi nella storia dell’umanità. Ha ispirato l’arte in genere: poeti, artisti, musicisti. Il primo assassinio è diventato l’emblema di quella catena di sangue che attraversa nei secoli la storia umana. Con il nome di Abele o di Caino sono sorte Associazioni: “Gruppo Abele” fondato nel 1965 a Torino da don Luigi Ciotti, oppure “Nessuno tocchi Caino” contro la pena di morte.
Anzitutto, vediamo il contesto. L’autore sacro ha preso un fatto realmente capitato (l’omicidio di un fratello) e l’ha riportato alle origini dell’umanità, per dargli così una portata universale: dopo la lotta dell’uomo contro Dio, ecco la lotta dell’uomo contro l’uomo.
Chiaramente il racconto suppone una civiltà già evoluta, un culto, altri uomini che potrebbero uccidere Caino, tutto un gruppo che lo proteggerà. Del resto la parola “figlio” nella Bibbia sta a indicare “discendente”: la parola “generazione” suppone una catena genealogica da non intendere in senso stretto.
Altra cosa. Non si esclude che il racconto primitivo e popolare di Caino e Abele rappresentasse l’antagonismo tra la cultura agricola dei sedentari e quella pastorizia dei nomadi. Con la maledizione del coltivatore che viene ripudiato dalla terra, diventata sterile, e condannato a farsi vagabondo, si voleva forse difendere la pastorizia sopraffatta dall’agricoltura. Però l’autore sacro cosa fa? Spoglia il racconto di questo eventuale significato primitivo e, inserendolo nel proprio contesto storico-religioso, se ne serve per esprimere il suo insegnamento che è prettamente religioso e morale. Ed è questo insegnamento che a noi interessa approfondire.
Senza soffermarmi troppo sulla esegesi, che richiederebbe troppo tempo, vorrei farvi notare almeno alcune cosette. I nomi, anzitutto. Il nome Caino, che ancora oggi richiama subito qualcosa di losco, è fatto risalire alla preghiera della madre: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Il verbo ebraico “acquistare” (qanah) suona come il nome Caino. Quindi il senso del nome Caino è di per sé positivo. Il nome Abele invece è più triste: in ebraico hebel (da cui Abele) significa “respiro” “alito” e ritorna spesso nel libro del Qoelet: “Tutto è hebel”, tutta la realtà è inconsistente, è un “soffio”, come un fumo. Abele, dunque, non è un nome proprio ma un nome comune, che ha pertanto una valenza simbolica.
Il racconto dell’omicidio è espresso in poche parole, neppure un versetto. L’interesse del racconto non è sull’omicidio in sé ma su ciò che lo precede e su quello che segue. Innanzitutto qual è la causa del delitto? L’omicidio sta nel fatto che non si accoglie la diversità dell’altro, Caino frustrato non accetta Abele gratificato. Caino rifiuta di avere un fratello e di essere fratello. Caino (“Non lo so”) ha cancellato il fratello dalla realtà della sua mente (“sono forse il custode di mio fratello?”).
Abele, che non ha mai parlato, una volta ucciso, fa sentire la sua voce: “la voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. È la voce del violentato che esige giustizia. La terra (l’uomo è il “terrestre” che è fatto di terra) è profanata.
Vorrei ora fare alcune considerazioni. Mi faccio aiutare anche questa volta da don Angelo Casati, un prete ambrosiano che ho già citato qualche domenica fa.
«… “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Una domanda che doveva essere di voce possente, una forza da tuono, per passione! Perdonate l’esegesi fantasiosa. Perché di tuono? Perché doveva, per essere udita, superare in quell’ora il grido della voce dei sangui che saliva dalla terra. “Dei sangui” è scritto, al plurale: “la voce dei sangui di tuo fratello è giunta fino a me”. La voce aveva compiuto, in un baleno di minuto, il tragitto più lungo che esista, dalla terra al cielo, e ancora gridava. A Dio. Ripeto, in ebraico “la voce dei sangui” e dunque quel sangue, quello di Abele, era plurale, sposato ai gridi di sangue, che sarebbero saliti nella storia, dalla terra. E non solo dalla terra, anche dai cieli e dai mari, anche dal nostro mare, che ha cancellato il suo nome di mediatore fra le terre, mare mediterraneo. Mare da cui viene ancora grida per sangue, per soffocamento di sangue.
E Dio alla difesa dei sangui, a chiedere conto dei sangui. Quel giorno Caino sopra la voce dei sangui udì, a domanda, la voce di Dio: “Dov’è Abele tuo fratello?”. Udì la domanda. Mi chiedo, e vorrei sperarlo, se la voce di Dio oggi riesce a superare in forza i gridi dei sangui e a chiederci ragione: “Dov’è Abele, tuo fratello? Dimmi dov’è!”…
È scritto che il Signore guardò ad Abele e alla sua offerta, ma a Caino e alla sua offerta non guardò. Difficile da interpretare. Quasi impossibile e defatigante attraversare il mare delle mille interpretazioni. Forse potremmo pensare, e dovremmo allora trarre le conseguenze, che Dio deve avere uno sguardo particolare per un uomo se è un soffio, se è un povero debole soffio, avere un occhio di riguardo per il più debole, quello che rischia in vita. Come fanno padri e madri per il figlio debole, come non fa la nostra società. Ma lo fa la chiesa? Avere un debole, un occhio di riguardo come lo ha Dio, per l’orfano, la vedova, lo straniero, quelli che non esistono come diritto, come uomini, tanto meno come fratelli. Glielo abbiamo scippato il nome, esistono come nomi generici: gli immigrati, i precari, i poveri, i diversi, ma non come uomini, non come fratelli. E Dio dalla loro parte, perché gli altri, vedete, si difendono da sé, hanno chi li difenda, questi no. Dio dalla loro parte. Per pareggiare…
La domanda viene a noi: “Sappiamo dov’è Abele?”. Ma, lasciatemi dire, la domanda non è una domanda geografica. È una domanda che chiede conto, non di un luogo, ma di una condizione. In che condizione, lo sai in che condizione è quel soffio di uomo? Lui è un nome vuoto se non lo collochi nella realtà della sua situazione, se non lo vedi in situazione. Quante volte il prossimo è un nome, facciamo discorsi generici. Facile essere guardiani di nomi vuoti, di cui riempiamo dichiarazioni e documenti. Mentre la situazione, il “dov’è dell’altro” grida, è voce di sangue. Quante volte lo dimentichiamo! Mettiti nei suoi panni. È come se dimenticassimo che l’altro ha pensieri, ha cuore, ha sentimenti, ha un corpo, ha bisogno di sperare, di mangiare, di godere, di amare, di vivere come noi. Ha la tua dignità. Amalo. È come te…
A volte mi rimane l’impressione che certe parole dell’evangelo le abbiamo come esiliate, o scolorite, slavate, tra queste la parola “fraternità”. Quando lo avverto, ho un attimo di sospensione. Come la domenica quando mi rivolgo all’assemblea e dico “fratelli e sorelle carissimi”. E che cosa sai di loro? Sai dove sono?
“Sono forse il guardiano di mio fratello proprio io?”. Pensate, è come se Caino l’avesse cancellato dagli occhi! Non se ne dovevano occupare gli occhi. Dunque è anche una questione di occhi. Essere guardiani o se volete custodi significa, in primis forse, non permettere che quel soffio d’uomo sia cancellato dai tuoi occhi.
Timothy Radcliffe, che per anni fu a capo dell’Ordine dei Domenicani, in un suo commento a come vanno le cose oggi, ha scritto: “Tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono ben visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelli pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce. Nemmeno gli immigrati illegali possono permettersi visibilità: se non hanno i documenti a posto, devono cercare di non dare nell’occhio. Devono apprendere l’arte di mimetizzarsi. Quando il papa andò a visitare la Repubblica Dominicana, il governo fece costruire un muro lungo il tragitto, dall’aeroporto al centro città, per impedirgli di vedere le baracche dove vivevano i poveri. La gente adesso lo chiama “il muro della vergogna”. E noi, abbiamo il coraggio di guardare i nostri poveri e di lasciarci commuovere da loro? Quali muri della vergogna costruiamo nella nostra società per nascondere i poveri?”.
Guardate che questo fatto è una parabola, parabola inquietante di come vanno le cose. Come possiamo dirci guardiani o custodi, se non distruggiamo i muri, cioè le distanze, se visitiamo da lontano, non a millimetro di occhi e di viso e di voce? Se visitiamo dai palchi?
Diceva in una sua intervista anni fa Ermanno Olmi: “Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino”.
Forse potremmo continuare all’infinito: c’è solo un modo per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, una città, un fratello, un uomo per il semplice fatto di essere un uomo …: “inginocchiarsi e guardarli da vicino”.
Guardare da vicino e diventare guardiani! O, se volete, ricordarci di essere guardiani dell’altro. Per vocazione guardiani. Perché per legatura di nozze, al nostro nome oltre che il nome di fratello, legato è anche il nome di guardiano. Quasi una professione. Qual è la tua professione? Sono guardiano. Di volti e di popoli».

 

 

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