LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ROMA

Considerata in sé, potrei anche dire che si tratta di una lettera che meriterebbe una particolare attenzione, ma è il contesto che conta, anche in questo caso.
Scritta, o meglio approvata e firmata da papa Francesco a Lisbona, il 5 agosto: si sa che non l’ha personalmente scritta il papa, ma qualche suo dotto galoppino fedele alle sue direttive, più o meno scriteriate.
Il contenuto dunque è tutto ok, ma sono le circostanze e i destinatari concreti, in carne ed ossa, i preti delle comunità di Roma, di cui papa Francesco è vescovo, a porre qualche problema sulla opportunità di scrivere una simile lettera, tenendo conto di una certa tensione già presente tra il clero e il suo vescovo, tra l’altro capo della chiesa.
Dire che la lettera è particolarmente dura e provocatoria è poco: sembra andare al di là di quella paternità che è richiesta da un buon pastore d’anime, che sa cogliere le migliori opportunità e le migliori parole per le sue pecore, a lui più care.
Capitava anche a me di scegliere la via della posta, soprattutto online. Inviavo uno scritto di contestazione, e non sapevo come avrebbe reagito il destinatario: parlare in presenza è un’altra cosa: ci si guardia in faccia, si sentono gli umori, le sensazioni dal vivo, ribattere, chiarire, anche ridurre le tensioni. È più facile scrivere che dialogare o confrontarsi direttamente con le persone.
Tuttavia, una domanda me la faccio, perché la ritengo giusto farla: se il Papa ha scritto da lontano quella lettera ai suoi preti di Roma, che motivi aveva? Non pensava alle reazioni negative? E che cosa pensava di risolvere?
Non penso che papa Francesco si sia inventato tutto, o facendo solo ipotesi sul comportamento pastorale del suo clero, senz’altro venuto a conoscenza da altri, da qualche suo collaboratore, non sempre intelligente e corretto.
Che anche il clero romano abbia bisogno talora di qualche strigliata, è più che naturale, visto che anche Gesù Cristo strigliava talora i suoi discepoli: adagiarsi è la tentazione di ogni discepolo, tanto più se il contesto storico spinge a farlo, e tanto più se ad avere come vescovo è il papa, che ha ben altro a cui pensare, e si fida di qualche suo collaboratore, magari pieno delle peggiori intenzioni.
E allora, allarghiamo il discorso con qualche provocatoria domanda: è proprio necessario che vescovo di Roma sia lo stesso papa? L’ha forse detto Gesù Cristo? Il papa faccia il papa, e anche su questo avrei qualche mia idea.
Non sarebbe ora di cambiare l’apparato gerarchico della Chiesa? Tiene ancora il fatto che la Chiesa sia rigidamente monarchica, al punto che tutto è nelle mani di un capo che fa e disfa a suo piacere, a cui è di diritto l’ultima parola?
Non ho letto in nessun Vangelo che Cristo abbia messo a capo della sua futura Chiesa Pietro e i suoi successori nel ruoto di comando o di potere, casomai Cristo ha detto a Pietro: “Pasci le mie pecorelle”. Che significa “pascere”?
Non sarebbe ora di istituire un organismo di vescovi che prendano direttamente in mano la guida della Chiesa? Il papa resti pure, ma come titolo onorifico, come figura diciamo morale, e nulla più.
Certo, un discorso da approfondire.
Nel frattempo, il papa come vescovo di Roma faccia il buon pastore nel senso evangelico, e avvicini i suoi preti col cuore aperto, e non faccia l’inquisitore o il tiranno che vuole reprimere i vizi senza quella misericordia, così ben predicata dallo stesso pontefice (già la parola “pontefice”, colui che costruisce i ponti, non alla Salvini), ma si sa, anche nella Chiesa, si predica bene, e si razzola male.
Credo che a invocare lo Spirito santo sia un dovere soprattutto dei gerarchi della Chiesa, la quale, per essere saggiamente guidata, secondo lo spirito evangelico, richiede l’Intelletto divino, che illumina l’intelletto umano di chi in particolare ha grandi responsabilità di potere.
Se devo dirla tutta, temo non temo i papi o i vescovi poco “dotti”, ma quelli poco “intelligenti”, che agiscono per istinto o comunque di umori nonostante lauree o conoscenze delle lingue.
Ogni giorno lo constato, anche per il mio caso. Dieci anni di “reclusione”, senza un minimo cenno di misericordia, che è anche giustizia, se a prevalere sui provvedimenti disciplinari non è un valore pedagogico, ma solo di chiusura mentale che concepisce una eventuale correzione come una punizione senza tempo.
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da www.vatican.va

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ROMA

Cari fratelli sacerdoti,
desidero raggiungervi con un pensiero di accompagnamento e di amicizia, che spero possa sostenervi mentre portate avanti il vostro ministero, con il suo carico di gioie e di fatiche, di speranze e di delusioni. Abbiamo bisogno di scambiarci sguardi pieni di cura e compassione, imparando da Gesù che così guardava gli apostoli, senza esigere da loro una tabella di marcia dettata dal criterio dell’efficienza, ma offrendo attenzioni e ristoro. Così, quando gli apostoli tornarono dalla missione, entusiasti ma stanchi, il Maestro disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31).
Penso a voi, in questo momento in cui ci può essere, insieme alle attività estive, anche un po’ di riposo dopo le fatiche pastorali dei mesi scorsi. E vorrei anzitutto rinnovarvi il mio grazie: «Grazie per la vostra testimonianza, grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate, grazie per il perdono e la consolazione che regalate in nome di Dio […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia per la Messa del Crisma, 6 aprile 2023).
D’altronde, il nostro ministero sacerdotale non si misura sui successi pastorali (il Signore stesso ne ha avuti, col passare del tempo, sempre di meno!). Al cuore della nostra vita non c’è nemmeno la frenesia delle attività, ma il rimanere nel Signore per portare frutto (cfr Gv 15). È Lui il nostro ristoro (cfr Mt 11,28-29). E la tenerezza che ci consola scaturisce dalla sua misericordia, dall’accogliere il “magis” della sua grazia, che ci permette di andare avanti nel lavoro apostolico, di sopportare gli insuccessi e i fallimenti, di gioire con semplicità di cuore, di essere miti e pazienti, di ripartire e ricominciare sempre, di tendere la mano agli altri. Infatti, i nostri necessari “momenti di ricarica” non avvengono solo quando ci riposiamo fisicamente o spiritualmente, ma anche quando ci apriamo all’incontro fraterno tra di noi: la fraternità conforta, offre spazi di libertà interiore e non ci fa sentire soli davanti alle sfide del ministero.
È con questo spirito che vi scrivo. Mi sento in cammino con voi e vorrei farvi sentire che vi sono vicino nelle gioie e nelle sofferenze, nei progetti e nelle fatiche, nelle amarezze e nelle consolazioni pastorali. Soprattutto condivido con voi il desiderio di comunione, affettiva ed effettiva, mentre offro la mia preghiera quotidiana perché questa nostra madre Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, coltivi il prezioso dono della comunione anzitutto in sé stessa, facendolo germogliare nelle diverse realtà e sensibilità che la compongono. La Chiesa di Roma sia per tutti esempio di compassione e di speranza, con i suoi pastori sempre, proprio sempre, pronti e disponibili a elargire il perdono di Dio, come canali di misericordia che dissetano le aridità dell’uomo d’oggi.
E ora, cari fratelli, mi domando: in questo nostro tempo che cosa ci chiede il Signore, dove ci orienta lo Spirito che ci ha unti e inviati come apostoli del Vangelo? Nella preghiera mi ritorna questo: che Dio ci chiede di andare a fondo nella lotta contro la mondanità spirituale. Il Padre Henri de Lubac, in alcune pagine di un testo che vi invito a leggere, ha definito la mondanità spirituale come «il pericolo più grande per la Chiesa – per noi, che siamo Chiesa – la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché le altre sono vinte». E ha aggiunto parole che mi sembrano colpire nel segno: «Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare a corromperla intaccando il suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale» (Meditazione sulla Chiesa, Milano 1965, 470).
Sono cose che ho ricordato altre volte, ma mi permetto di ribadirle, ritenendole prioritarie: la mondanità spirituale, infatti, è pericolosa perché è un modo di vivere che riduce la spiritualità ad apparenza: ci porta a essere “mestieranti dello spirito”, uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà continuano a pensare e agire secondo le mode del mondo. Ciò accade quando ci lasciamo affascinare dalle seduzioni dell’effimero, dalla mediocrità e dall’abitudinarietà, dalle tentazioni del potere e dell’influenza sociale. E, ancora, da vanagloria e narcisismo, da intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93). Come non riconoscere in tutto ciò la versione aggiornata di quel formalismo ipocrita, che Gesù vedeva in certe autorità religiose del tempo e che nel corso della sua vita pubblica lo fece soffrire forse più di ogni altra cosa?
La mondanità spirituale è una tentazione “gentile” e per questo ancora più insidiosa. Si insinua infatti sapendosi nascondere bene dietro buone apparenze, addirittura dentro motivazioni “religiose”. E, anche se la riconosciamo e la allontaniamo da noi, prima o poi si ripresenta travestita in qualche altro modo. Come dice Gesù nel Vangelo: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima» (Lc 11,24-26). Abbiamo bisogno di vigilanza interiore, di custodire la mente e il cuore, di alimentare in noi il fuoco purificatore dello Spirito, perché le tentazioni mondane ritornano e “bussano” in modo garbato, «sono i “demoni educati”: entrano con educazione, senza che io me ne accorga» (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2022).
Vorrei soffermarmi, però, su un aspetto di questa mondanità. Essa, quando entra nel cuore dei pastori, assume una forma specifica, quella del clericalismo. Scusate se lo ribadisco, ma da sacerdoti penso che mi capiate, perché anche voi condividete ciò in cui credete in modo accorato, secondo quel bel tratto tipicamente romano (romanesco!) per cui la sincerità delle labbra proviene dal cuore, e sa di cuore! E io, da anziano e dal cuore, sento di dirvi che mi preoccupa quando ricadiamo nelle forme del clericalismo; quando, magari senza accorgercene, diamo a vedere alla gente di essere superiori, privilegiati, collocati “in alto” e quindi separati dal resto del Popolo santo di Dio. Come mi ha scritto una volta un bravo sacerdote, “il clericalismo è sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli”. Denota insomma una malattia che ci fa perdere la memoria del Battesimo ricevuto, lasciando sullo sfondo la nostra appartenenza al medesimo Popolo santo e portandoci a vivere l’autorità nelle varie forme del potere, senza più accorgerci delle doppiezze, senza umiltà ma con atteggiamenti distaccati e altezzosi.
Per scuoterci da questa tentazione, ci fa bene metterci in ascolto di ciò che il profeta Ezechiele dice ai pastori: «Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza» (34,3-4). Si parla di “latte” e di “lana”, ciò che nutre e che riscalda; il rischio che la Parola ci pone davanti è dunque quello di nutrire noi stessi e i nostri interessi, rivestendoci di una vita comoda e confortevole.
Certamente – come afferma Sant’Agostino – il pastore deve vivere anche grazie al sostegno offerto dal latte del suo gregge; ma commenta il Vescovo di Ippona: «Prendano pure il latte dalle pecore e vi si mantengano nella loro penuria. Tuttavia, non trascurino la debolezza delle pecore, cioè nella loro attività non cerchino, per dir così, il loro tornaconto dando l’impressione d’annunziare il Vangelo per sbarcare il lunario loro personalmente, ma dispensino agli altri la luce della parola di verità che li illumini» (Discorso sui pastori, 46,5). Allo stesso modo, Agostino parla della lana associandola agli onori: essa, che riveste la pecora, può far pensare a tutto ciò di cui possiamo adornarci esteriormente, ricercando la lode degli uomini, il prestigio, la fama, la ricchezza. Il grande padre latino scrive: «Chi offre la lana rende l’onore. Questi sono i due vantaggi che cercano dalla gente quei pastori che pascono se stessi e non le pecore: risorse per sopperire alle proprie necessità e riguardi particolari consistenti in onorificenze e lodi» (ibid., 46,6). Quando siamo preoccupati solo del latte, pensiamo al nostro tornaconto personale; quando cerchiamo in modo ossessivo la lana, pensiamo a curare la nostra immagine e ad aumentare il successo. E così si perde lo spirito sacerdotale, lo zelo per il servizio, l’anelito per la cura del popolo, finendo per ragionare secondo la stoltezza mondana: «Che me ne importa? Ciascuno faccia ciò che gli piace; il mio sostentamento è assicurato, e così pure il mio onore. Ho latte e lana a sufficienza. Vada pure ciascuno dove gli pare» (ibid., 46,7).
La preoccupazione, allora, si concentra sull’“io”: il proprio sostentamento, i propri bisogni, la lode ricevuta per sé stessi invece che per la gloria di Dio. Questo accade nella vita di chi scivola nel clericalismo: perde lo spirito della lode perché ha smarrito il senso della grazia, lo stupore per la gratuità con cui Dio lo ama, quella fiduciosa semplicità del cuore che fa tendere le mani al Signore, aspettando da Lui il cibo a tempo opportuno (cfr Sal 104,27), nella consapevolezza che senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5). Solo quando viviamo in questa gratuità, possiamo vivere il ministero e le relazioni pastorali nello spirito del servizio, secondo le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
Abbiamo bisogno di guardare proprio a Gesù, alla compassione con cui Egli vede la nostra umanità ferita, alla gratuità con cui ha offerto la sua vita per noi sulla croce. Ecco l’antidoto quotidiano alla mondanità e al clericalismo: guardare Gesù crocifisso, fissare gli occhi ogni giorno su di Lui che ha svuotato sé stesso e si è umiliato per noi fino alla morte (cfr Fil 2,7-8). Egli ha accettato l’umiliazione per rialzarci dalle nostre cadute e liberarci dal potere del male. Così, guardando le piaghe di Gesù, guardando Lui umiliato, impariamo che siamo chiamati a offrire noi stessi, a farci pane spezzato per chi ha fame, a condividere il cammino di chi è affaticato e oppresso. Questo è lo spirito sacerdotale: farci servi del Popolo di Dio e non padroni, lavare i piedi ai fratelli e non schiacciarli sotto i nostri piedi.
Restiamo dunque vigilanti verso il clericalismo. Ci aiuti a starne lontano l’Apostolo Pietro che, come ci ricorda la tradizione, anche nel momento della morte si è umiliato a testa in giù pur di non essere all’altezza del suo Signore. Ce ne preservi l’Apostolo Paolo, che a motivo di Cristo Signore ha considerato tutti i guadagni della vita e del mondo come spazzatura (cfr Fil 3,8).
Il clericalismo, lo sappiamo, può riguardare tutti, anche i laici e gli operatori pastorali: si può assumere infatti “uno spirito clericale” nel portare avanti i ministeri e i carismi, vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri. E i sintomi sono proprio la perdita dello spirito della lode e della gratuità gioiosa, mentre il diavolo s’insinua alimentando la lamentela, la negatività e l’insoddisfazione cronica per ciò che non va, l’ironia che diventa cinismo. Ma così ci si fa assorbire dal clima di critica e di rabbia che si respira in giro, anziché essere coloro che, con semplicità e mitezza evangeliche, con gentilezza e rispetto, aiutano i fratelli e le sorelle a uscire dalle sabbie mobili dell’insofferenza.
In tutto ciò, nelle nostre fragilità e nelle nostre inadeguatezze, così come nella crisi odierna della fede, non scoraggiamoci! De Lubac concludeva affermando che la Chiesa, «anche oggi, nonostante tutte le nostre opacità […] è, come la Vergine, il Sacramento di Gesù Cristo. Nessuna nostra infedeltà può impedirle di essere “la Chiesa di Dio”, “l’ancella del Signore”» (Meditazione sulla Chiesa, cit., 472). Fratelli, questa è la speranza che sostiene i nostri passi, alleggerisce i nostri pesi, ridà slancio al nostro ministero. Rimbocchiamoci le maniche e pieghiamo le ginocchia (voi che potete!): preghiamo lo Spirito gli uni per gli altri, chiediamogli di aiutarci a non cadere, nella vita personale come nell’azione pastorale, in quell’apparenza religiosa piena di tante cose ma vuota di Dio, per non essere funzionari del sacro, ma appassionati annunciatori del Vangelo, non “chierici di Stato”, ma pastori del popolo. Abbiamo bisogno di conversione personale e pastorale. Come affermava il Padre Congar, non si tratta di ricondurre a una buona osservanza o fare una riforma di cerimonie esteriori, bensì di ritornare alle sorgenti evangeliche, di scoprire energie fresche per superare le abitudini, di immettere uno spirito nuovo nelle vecchie istituzioni ecclesiali, perché non ci succeda di essere una Chiesa «ricca nella sua autorità e nella sua sicurezza, ma poco apostolica e mediocremente evangelica» (Vera e falsa riforma della Chiesa, Milano 1972, 146).
Grazie per l’accoglienza che vorrete riservare a queste mie parole, meditandole nella preghiera e di fronte a Gesù nell’adorazione quotidiana; posso dirvi che mi sono venute dal cuore e dall’affetto che ho per voi. Andiamo avanti con entusiasmo e coraggio: lavoriamo insieme, tra preti e con i fratelli e le sorelle laici, avviando forme e percorsi sinodali, che ci aiutino a spogliarci delle nostre sicurezze mondane e “clericali” per cercare, con umiltà, vie pastorali ispirate dallo Spirito, perché la consolazione del Signore arrivi davvero a tutti. Davanti all’immagine della Salus Populi Romani ho pregato per voi. Ho chiesto alla Madonna di custodirvi e di proteggervi, di asciugare le vostre lacrime segrete, di ravvivare in voi la gioia del ministero e di rendervi ogni giorno pastori innamorati di Gesù, pronti a dare la vita senza misura per amore suo. Grazie per quello che fate e per quello che siete. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.
Fraternamente,
Lisbona, 5 agosto 2023, Memoria della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore.
FRANCESCO

1 Commento

  1. luigi ha detto:

    Don Giorgio,
    aveva ragione Martini a distinguere non tra credenti / non credenti, ma tra pensanti / non pensanti.
    La chiesa degli inizi era ricca di confronti e diatribe come è testimoniato dai quattro Vangeli pluriformi e dagli scritti neotestamentari: dissimili ma sostanzialmente uguali.
    Don Giorgio non sarebbe stato “recluso” tra le mura dove vive, ma avrebbe partecipato con la sua testimonianza alla diffusione del messaggio evangelico come fa ora col suo blog.
    Ma quello che trovo come, questo sì, migliore rispetto a quelli indicati dal vescovo Delpini è quello di non essere fuggito dall’istituzione Chiesa e diocesi milanese, come fanno altri appena i problemi li sovrastano o il timore li accoglie quando non hanno il coraggio di affrontare il Papa o i vescovi.
    Ricordo la risposta di fra Ortensio da Spinetoli (al secolo Nazzareno Urbanelli) alla domanda perchè sia rimasto dentro l’istituzione:
    “La fuga non è mai la migliore scelta, né la migliore strategia. E’ quello che qualsiasi avversario sempre desidera. Se uno crede alla causa che difende deve restare sul campo, diciamo, di battaglia. Il dissenso, la contestazione, hanno un senso se fatti dal di dentro, non dal di fuori.”
    Non è quello che fa don Giorgio?

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