Omelie 2026 di don Giorgio: ASSUNZIONE DELLA B. VERGINE MARIA

15 agosto 2026: ASSUNZIONE DELLA B. VERGINE MARIA
Ap 11,19-12,6a.10ab; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-55
Diciamo subito che nulla sappiamo dell’ultima stagione della vita di Maria. Dopo gli eventi della morte e risurrezione di Gesù la troviamo con i discepoli a Gerusalemme, poi più nulla. Ugualmente ignota la fine della sua vita: dove, come, quando? Gesù morente l’aveva affidata alla custodia di Giovanni il discepolo amato e un’antica tradizione vuole Maria con Giovanni presso Efeso. La fede della Chiesa proclama, ed è la festa odierna, Maria nella gloria di Dio con il suo corpo.
Il testo evangelico suggerisce di leggere il mistero di Maria alla luce della sua preghiera, il Magnificat: l’amore gratuito che si estende di generazione in generazione, e la predilezione per gli ultimi e i poveri trova in Maria il frutto migliore, si potrebbe dire il suo capolavoro, specchio nel quale l’intero popolo di Dio può riflettere i propri lineamenti.
Diciamo in genere che Maria ci aiuta sempre a pregare, ovvero a metterci di fronte al Mistero divino in atteggiamento contemplativo. Ed è in questo atteggiamento contemplativo che possiamo vedere come va il mondo non da indovino, ma da credente. Se avessimo più fede non saremmo ciechi e ottusi, e forse si troverà anche la soluzione ai problemi esistenziali.
Ma la Madonna è anche un anello che congiunge il passato con il presente, e con il futuro.
Impariamo da Maria a pregare anche con le parole di altri credenti. Infatti il Magnificat ricalca in parte analogo il cantico di Anna, la madre di Samuele. A questa donna Dio concede il dono della maternità, così come dono dall’alto è la maternità di Maria.
È bello pregare con le parole di altri che prima di noi si sono rivolti a Dio: vuol dire sentirsi voce di un immenso coro, fare nostra l’invocazione che sale a Dio dall’umanità. Spesso dichiariamo la nostra fatica o incapacità a pregare: ecco facciamo nostra come Maria la preghiera di altri, lasciamo che l’accorato appello che sale dalla terra sia il nostro appello.
Noi cristiani non dovremmo mai sentirci individualisti, ovvero staccati l’uno dall’altro, come tanti io che lottano per sopravvivere, e pregano per qualche conforto. Potrebbe succedere anche quando andassimo in gruppo a visitare un santuario della Madonna. Ciascuno porta il suo problema, chiede una sua grazia. Talora ci chiediamo: come fa la Madonna ad ascoltarci tutti contemporaneamente? E magari per questo preferiamo andarci da soli a pregare la Madonna. La Madonna ci vede tutti singolarmente, ma nell’insieme perché ci vede nel Mistero trinitario.
Inoltre. Dalla preghiera contemplativa di Maria impariamo a magnificare Dio, a esultare in Lui, a cantare le sue lodi. Non è paradossale questo atteggiamento? Forse che Dio ha bisogno di qualcosa, di essere magnificato, di ricevere le nostre lodi? Non siamo noi che abbiamo bisogno di Lui? E noi preti accusiamo facilmente la gente di pregare chiedendo delle grazie, qualche consolazione. Quando la fatica di vivere curva le nostre spalle è più facile dar voce all’invocazione. Ed è preghiera autentica proprio perché nasce dalla nostra condizione di povertà. Già la parola “precario”, che deriva dal latino “prex”, significa uno che prega, che ha bisogno di aiuto.
E poi come si può avere sulle labbra canti di esultanza? Attorno a noi e anche in noi sembrano più decisive le ragioni del lamento piuttosto che quelle della gioia. Eppure, pensate anche alle feste agricole, antiche e quelle ebraiche con cui la gente condivideva il legame profondo con i cicli della terra, trasformando il raccolto in un momento di ringraziamento collettivo. E per i cristiani le feste agricole e le sagre popolari erano momenti di grande gioia per celebrare la terra, i frutti del lavoro nei campi e le tradizioni locali. Tra gli elementi tipici di questi eventi troviamo i canti e i balli tradizionali, la condivisione di piatti tipici e il forte senso di comunità.
Guai se non ci fossero questi momenti anche oggi: ma stare insieme non basta, ballare non basta, cantare non basta, se poi il giorno dopo si cade nella solita tristezza di una vita quotidiana, quasi un intreccio di spine. Così era una volta. Oggi forse la vita quotidiana è fatta di tanta noia. Noia perché lo spirito interiore sembra spento.
Del resto, come era la vita di allora, ai tempi di Gesù e di Maria? C’era più ricchezza interiore, più umanità, più solidarietà, più empatia? Forse sì. Affascina sempre l’incontro di Maria incinta con la cugina Elisabetta incinta. Una ragazza e una anziana, entrambe, benché in modo diverso, benedette dalla grazia fecondante dello Spirito.
Commenta don Angelo Casati: «Storie di donne, ma anche di bambini, che nell’abbraccio delle donne, sfiorandosi nel segreto, sussultano. Per ben due volte nel breve racconto Luca parla del sobbalzo: “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo”. Quasi fosse scritto, da prima di venire alla luce, che incontrarsi, sfiorarsi, fa pentecoste: irrompere dello Spirito e trasalire di gioia, assunzione nella gioia. Pensate, donne e uomini, e una società, e una chiesa, che avessero come passione quella di far sussultare i sogni! Il bambino rappresenta anche i sogni: farli sussultare e portarli più vicini a un loro realizzarsi. Purtroppo i bambini, quelli estasiati nel grembo delle due donne, oggi paradossalmente mi facevano richiamo all’altro bambino di cui parlava la pagina dell’Apocalisse con le sue immagini infocate: “Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito”. È un’immagine che mi ha colpito in passato e non finisce di colpirmi anche oggi. Mi fa entrare nella storia. Mi fa tristezza il pensiero di come subito ci sia qualcuno che insidia il bambino, insidia il sogno al suo stesso nascere. Fanno paura i sogni a coloro che sono spinti da una indomabile voracità, dalla pretesa di possedere, di omologare, di dominare. Fanno paura i sogni. Il bambino, il sogno, nasce, ma è a rischio. A rischio dei potenti. Fanno paura i sogni. Ti rubano i sogni. E hanno, purtroppo, mille modi, mille mezzi, mille astuzie per divorarli. Ebbene, è scritto che Dio sta dalla parte di quella donna e di quel bambino, dalla parte della fragilità, dalla parte degli indifesi. E vuole che tu stia da quella parte. Da quella parte anche se rischiosa, anche se apparentemente perdente. E se oggi siamo qui a contemplare, è anche per chiedere a Maria la grazia di non dimenticare il suo canto, quello sull’uscio della casa di Elisabetta. Cantò, ed era una adolescente, un Dio che il suo potere lo mette a servizio della fragilità: “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”».
Notate i verbi che sono al passato: ha disperso i superbi… ha rovesciato i potenti dai troni… ha innalzato gli umili… ha rimandato i ricchi a mani vuote. Dio l’ha già fatto, e questo è una garanzia che lo farà ancora, sempre. La storia insegna, quella di Dio. Se Dio ritarda i suoi interventi, è colpa nostra, perché Dio chiede anche la nostra collaborazione. La tracotanza e l’imbecillità sembrano fermare il passo di Dio. Ma fino a quando?

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