Omelie di don Giorgio 2013: Quinta domenica di Quaresima – rito ambrosiano

17 marzo 2013: Quinta di Quaresima

Dt 6,4a; 26,5-11; Rm 1,18-23a; Gv 11,1-53

l brano odierno di Giovanni suscita non poche domande. Anzitutto, come mai un miracolo così strepitoso lo troviamo solo nel quarto Vangelo? Come è possibile che Marco, Matteo e Luca se ne siano dimenticati? È vero che i tre sinottici narrano altre due risurrezioni: di una ragazzina dodicenne, figlia di Giairo, capo di una sinagoga, e di un ragazzo, figlio di una vedova abitante a Nain. Sembra quasi che gli evangelisti non diano molta importanza a questi miracoli. Si soffermano invece su altri. Giovanni, come vedremo, ha dato grande rilievo alla risurrezione di Lazzaro. Altra domanda: come interpretare l’atteggiamento del Maestro che aspetta che l’amico muoia prima di intervenire? La risposta di Gesù non ci convince. Inoltre: come mai neppure davanti a un miracolo simile i capi del sinedrio aprono gli occhi, anzi decidono di uccidere Gesù? È proprio vero: i miracoli talora sembrano ottenere l’effetto opposto.
Ci sono altri interrogativi. Anzitutto, ciò che colpisce è la forte amicizia del Maestro con Lazzaro e le due sorelle. L’evangelista non la nasconde: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Alla luce di questa particolare amicizia possiamo capire il comportamento di Marta prima e di Maria dopo, appena sanno dell’arrivo del loro Maestro. Lo ricevono con parole che sono un misto di delicato rimprovero e di grande fede. È veramente ammirevole l’atteggiamento di queste due sorelle, al cui confronto sia gli apostoli che gli ebrei sembrano fare una brutta figura.
Che dire poi di Lazzaro? Egli ha solo un nome, non parla mai, né prima e neppure dopo che è tornato in vita. Commenta Carlo Maria Martini: “La sua figura rimane impenetrabile: non parla, non agisce, non si sa che mestiere facesse, non esplicita in alcun modo il suo amore per Gesù. Sappiamo solo che è amico e questa amicizia viene sottolineata in tutto il racconto. Quando Gesù scoppia in pianto, i giudei dicono: “Vedi come lo amava!”.
Sarebbe davvero interessante trattare il tema dell’amicizia nei Vangeli. Carlo Maria Martini nel libro “Il caso serio della fede: Meditazioni sul Vangelo di Giovanni” ha dedicato un capitolo intero all’amicizia nel quarto Vangelo. Cita anzitutto un grande filosofo greco Aristotele, vissuto nel quarto secolo avanti Cristo, secondo il quale l’amicizia è “il punto nodale della vita della città: a suo giudizio, la città non si fonda sulla giustizia, ma anzitutto sull’amicizia”. Scrive ancora Martini: “Ricordo di aver citato, in qualche discorso alla città di Milano, alcuni passi dell’opera di Aristotele, Etica a Nicomaco (suo figlio), dove il filosofo afferma: “Il punto più alto della giustizia sembra appartenere alla natura dell’amicizia” descrivendo l’amicizia come quel bene senza il quale “nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni”. Certo, potrebbe sembrare strano parlare di amicizia nel campo politico, dove l’amicizia è solo un compromesso. Si sfruttano gli amici più altolocati per interessi personali o di partito. Forse non abbiamo ancora capito in che cosa consista la vera amicizia. Si può essere amici anche con opinioni diverse. Si può essere amici anche su fronti diversi.
Nel quarto Vangelo ci sono affermazioni sull’amicizia che dovrebbero farci riflettere. “Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”. E poi: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.
Naturalmente Gesù intendeva dare senso concreto all’amore reciproco. Si può essere amici per convenienza, per interesse, si può essere amici per un momento, ma quando si è disposti a sacrificarsi per un amico, allora non c’è dubbio che si tratti di un’amicizia autentica. Sembrerebbe cosa rara oggi la vera amicizia. Forse è così. Forse perché essa vive di sentimenti troppo superficiali. Forse perché viviamo in una società dove a prevalere sono il tornaconto, l’utilità, il consenso, il bisogno immediato. Una società, dunque, che sta perdendo il senso della gratuità.
L’amicizia non è di per sé amore. È qualcosa di più vasto, che va oltre un legame pur profondo tra due sposi o fidanzati. Quando due si lasciano, dicono: Rimaniamo comunque ancora amici. L’amicizia va oltre l’aspetto fisico, va oltre un aspetto carnale. È qualcosa di più ampio. Coinvolge anche più persone. Ancora oggi la società rifiuta che due uomini o due donne possano amarsi fisicamente. Ma non rifiuta che possano essere amici in modo anche profondo. Non è qui il momento di distinguere l’amore dall’amicizia.
Gesù nel Vangelo dice: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando”. Qui per comando s’intende fedeltà a Dio nella libertà, tanto è vero che Gesù dice anche: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”.
Noi cristiani parliamo tanto di amore. Amore per il prossimo! E poi non siamo neppure amici tra di noi. Forse dovremmo riscoprire la virtù dell’amicizia. Anche nelle nostre relazioni sociali. È proprio vero quanto dice ancora la Bibbia, nel libro del Siracide: “Chi trova un amico, trova un tesoro”.
Tornando al brano di oggi, ciò che colpisce è ancora la prevalenza della parola sul fatto. Solo alla fine viene raccontato il miracolo. Il racconto si snoda attraverso una serie di dialoghi: tra Gesù e i discepoli, tra Gesù e Marta, tra Gesù e Maria. Giovanni non si limita dunque a raccontare il fatto, pur strepitoso, ma lo fa precedere da parole che rivelano ciò che il fatto in sé contiene. Gesù non compiva i miracoli, così tanto per dare dimostrazione della sua potenza. Ogni suo gesto aveva un senso profondo, e che l’evangelista ci aiuta a cogliere. Attraverso le parole.
L’affermazione-chiave di tutto l’episodio sta nella risposta di Gesù a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita”. Il cuore del racconto non è la risurrezione di Lazzaro, ma l’affermazione che Gesù è la risurrezione e la vita.
Tutti gli esegeti fanno notare che Gesù dice “Io sono”, non dice “Io sarò”. Gesù prima ancora di morire sulla croce è la risurrezione, e non dopo. Il presente è solo di Dio. In Dio non c’è la speranza. Lui è il presente già certo. Noi credenti parliamo di speranza, ed è giusto che sia anche così. D’altronde la realtà è quella che è: non possiamo dire che sia sempre risurrezione e vita. Forse però dovremmo dare più certezza alla speranza. Nell’oggi. Cristo non ha detto, dopo aver compiuto il miracolo: Vedete quanto sono bravo, io sì che sono la risurrezione e la vita. Ma l’ha detto prima di risuscitare Lazzaro. Forse i miracoli non si compiono, (e per miracolo intendo la conversione dei cuori, una maggiore coscienza sociale), per il semplice motivo che non crediamo abbastanza in quell’”Io sono la risurrezione e la vita”. Ed è talora veramente difficile credere nelle parole di Gesù, nei momenti più bui della nostra vita, o nel momenti più drammatici della società.
Andrebbero meditate anche le parole di Gesù, quando risorge Lazzaro: “Lazzaro, vieni fuori!”. A proposito don Paolo Curtaz commenta: «Anche a me, l’amico, Gesù grida: “Lazzaro, vieni fuori!”. Vieni fuori dalla tua tomba, dalle tue tenebre, dalle tue piccole sicurezze, vieni fuori dai tuoi pregiudizi, dai tuoi schemi, dai tuoi egoismi. Vieni fuori, fratello che leggi, veniamo fuori dalle nostre oscurità, lasciamoci rivivere. Vieni fuori da tutto ciò che di freddo e di buio abita in te».
E poi Gesù grida ai presenti: “Liberatelo e lasciatelo andare!”.  Padre Ermes Ronchi commenta: «Tre parole per risorgere, tre ordini che risuonano per me: esci, lìberati e vai. Con passo libero e glorioso, per sentieri nel sole, in un mondo abitato ormai dalla più alta speranza: qualcuno è più forte della morte».

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