
Non capire quando è ora di lasciare,
e scomparire nel silenzio come “servo inutile”…
So di contraddirmi, e di venir meno alla parola data, ovvero che non avrei mai più parlato di Mario Delpini, ma forse c’è una tale attrazione fatale da non potermene staccare, essendo in gioco il futuro della diocesi milanese. So anche che la diocesi ambrosiana, come dice l’aggettivo qualificativo, è fondata su un Santo Patrono, Ambrogio, che non si farà certo sorprendere da nessuno scherzo o scherzetto di un diavolo o diavoletto.
In fondo chi è Mario Delpini, se non un’ombra, fugace ombra che lascerà in Diocesi solo il rammarico di averci fatto perdere in quanto ambrosiani l’occasione, dato anche il momento storico, di fare un tale salto di qualità da mettere in ombra lo stesso Vaticano. Forse per questo, dopo Martini, e in parte dopo Tettamanzi, i Papi hanno affidato la Diocesi milanese prima a un cardinale ciellino con gravi problemi psicologi, e successivamente a un vescovo del tutto insignificante, talmente insignificante da non avere nutrito nemmeno un dubbio sulla sua inettitudine a prendere in mano la diocesi più grande del mondo.
Dopo l’avventura disastrosa con Angelo Scola, rimasi impietrito all’annuncio della nomina di Mario Delpini, con cui già avevo avuto, quando era Vicario generale di Scola, esperienze personali del tutto negative, tanto da definirlo una “mummia”, di poche fredde parole, che uscivano da un cuore spento. Qualcosa di tremendamente dis-umano, privo di quella paternità che ci si aspetterebbe dal buon pastore.
Quando arriva la seconda batosta, uno si chiede se non sia un suicidio voler ancora reagire, lottare, coinvolgere altri preti perché insieme si possa fare qualcosa per tentare di far rinsavire anche gli zombie. Ed è forse qui la vera batosta: un prete che “vede” resta solo, emarginato da vigliacchi che borbottano, ma non hanno il coraggio di alzare la testa, al di là dello steccato, entro cui fa comodo restare buoni buoni per non perdere il posto di lavoro.
In questi giorni mi sembra di soffrire forti sintomi di una certa agonia, non tanto di una diocesi che nonostante tutto si salverà, ma per tanta rabbia che sento dentro di me, che riesce a distruggermi non solo nel fisico, ma anche nell’anima.
L’aria che si respira in Diocesi è questa: “Fra poco finalmente se ne andrà…”. Un poco che durerà quanto? Alcuni mesi o alcuni anni? Un’attesa che è letale, tanto più se si aggiunge anche la beffa: lui, il mister fallito, quasi se la ride, continuando a fare la trottola, indisturbato, come se lo Spirito gli desse ancor più energia per farlo girare su se stesso, ovvero intorno al nulla.
E mi chiedo, sempre con tanta sofferenza dentro: “Altre occasioni perse, altro tempo sciupato?”. E l’emergenza si aggrava, i preti impazziscono, le comunità languono, i laici se ne approfittano. “Ma stanno arrivando rinforzi!” così tentano di consolarmi. Ma da quali sponde?
Mi sembra di assistere a uno spettacolo osceno in balìa di un regista impazzito che lascia gli attori liberi di dire le cazzate che vogliono, anzi stanchi di recitare, perché sfiniti e delusi. E il regista bacchetta quasi con gusto, perché sa che è protetto. Da chi? Non sono ancora riuscito a capire da chi la “mummia” è super protetta!
In questi anni in cui è successo tutto ciò che poteva succedere, al di là di ogni previsione – oramai la diocesi milanese è soggetta a imprevisti da mettere sempre in conto – l’attesa di un cambio avviene secondo la legge del rimpiangere il passato: meglio prima, e così si scende sempre più in basso. E nella discesa si trova sempre un motivo per qualche scusa o giustificazione, come davanti a un terremoto o al covid, e si pensa a qualcosa di provvidenziale.
Ma c’è da dire anche questo: con Angelo Scola tutto era cupo, ma anche schematico, secondo la legge ciellina del dogma fondamentalista. Scola era così, e per anni non è mai cambiato. Monotono, anche. Testando, ma in linea con il suo carattere cupo e inflessibile. Ne so qualcosa. Con Delpini qualcosa di diverso è successo: inafferrabile come una biscia. Non sai come prenderlo, come la pensi, o perché faccia la trottola: almeno si giustificasse con qualche motivazione teologico-pastorale! Il problema è che non si riesce a farlo ragionare su qualsiasi cosa: chiuso in una botte, non ce la fa, proprio non ci riesce a mettere fuori almeno la testa, e vedere la realtà. Già le sue omelie che pena ascoltarle! Frasi a effetto (secondo lui!) che si ripetono come girare attorno a una botte, nel suo interno. Non provo alcuna emozione quando lo sento parlare. Asettico? Non lo so. Lui parla con i soliti schemi di parole ripetute come nei salmi responsoriali, e tutto si ferma nella sua bocca: non arriva nulla di buono (di eccitante, e perché no?) al cuore della gente che lo ascolta.
Anche Scola non ascoltava nessuno: prendeva provvedimenti senza prima chiamarti per un colloquio di chiarimento, e se, dopo i provvedimenti già presi, ci andavi per chiarire subivi altre umiliazioni. Così mi avevano avvertito. Per questo ho rifiutato di incontrarlo, dopo che aveva già preso duri provvedimenti contro di me, resi esecutivi secondo voi da chi? Dal suo Vicario generale, di nome Mario Delpini, la “mummia”.
Scola comunque era rimasto nella sua botte, senza farla rotolare in tutta la diocesi. L’avevo duramente contestato, e l’avevo anche ignorato, ma sapevo che era così, non andava oltre. Delpini si è subito montato la testa, occupando ogni spazio appena lo si invitava per qualsiasi cagata. Presente fisicamente, ma “assente”. Diceva solitamente due parole in croce, le solite: “Sono qui ma non so che cosa dire…”. A parte la sua irritante sgraziata ironia, non incideva in nulla, ma destava se non altro qualche reazione ed è per questo che si rendeva anche ridicolo. Il suo seme, “logos spermatikòs” (come direbbe san Giustino) restava sterile, non fecondava nessuna zolla. Forse, chissà, in avvenire nasceranno figli. Chissà, e saremo costretti a chiedere scusa al più piccolo vescovo meneghino.
Chissà perché parlo come se non ci fosse più. Forse in me è talmente forte il desiderio che lasci la Diocesi che vedo già presente il successore. Se fosse così, perché prendermela ancora per un vescovo del tutto inutile. Inutile per me, chissà forse è stato l’uomo della divina provvidenza da me incompreso. Gli studiosi dovranno rivedere la storia della diocesi milanese, spodestando dal suo trono lo stesso Sant’Ambrogio. Questo sì che sarebbe lo scherzo più osceno tale da umiliare un gigante.
Sperem… direbbe un milanese, sempre in attesa che qualcosa cambi. Da tempo lo dico anche io: Sperem…, ma sono qui a fare del mio sogno già una realtà. Poi mi sveglio di colpo, e vedo la trottola girare pazzamente. E penso: anche per le trottole le pile sono destinate a scaricarsi.
Mio Dio, quando noi ministri del Maestro, l’Unico Necessario, impareremo la lezione del Battista? Lui, il Maestro, deve crescere, ed io diminuire, fino a scomparire come un “inutile servo”: ho fatto ciò che dovevo fare, ora lascio il posto a un altro.
E quando penso che proprio questi vescovi, che si ritengono necessari e che non vogliono mai mollare il loro ruolo di potere, e poi gli stessi impongono ai loro preti di lasciare una parrocchia obbedendo (a chi?) allora mi chiedo se non siamo nelle mani di gerarchi dissociati nel cervello.
Avanti, Delpini, sempre così, e noi milanesi perderemo anche la nostra identità di preti ambrosiani. Basta poco, e abbandoneremo. Già poveri di spirito, anche per colpa di vescovi citrulli, ci aggrapperemo anche ai rottami pur di evitare di annegare.
Ma perché non capisci?
Calendario delle visite di Mario Delpini mese di agosto

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