17 maggio 2026: DOPO L’ASCENSIONE
At 1,9a.12-14; 2Cor 4,1-6; Lc 24,13-35
Vorrei soffermare la vostra attenzione sul secondo brano, che fa parte della seconda lettera che l’apostolo Paolo ha scritto ai cristiani di Corinto.
Anche quando si legge la Bibbia, bisognerebbe sempre mettere le vicende nel loro giusto contesto, e perciò conoscerlo almeno sommariamente. Così quando leggiamo i brani delle lettere di san Paolo, non possiamo non conoscere almeno a grandi linee gli ambienti dove vivevano i primi cristiani, soprattutto se questi erano greci e romani, spesso convertiti dal paganesimo, che vivevano anche in grosse città come Corinto. Corinto era la capitale della provincia romana di Acaia, nota per essere un importante centro commerciale e portuale, caratterizzato da grande ricchezza ma anche da una fama di immoralità. I cristiani corinzi erano una congregazione giovane e problematica, composta da convertiti che faticavano ad abbandonare le vecchie abitudini pagane.
San Paolo scrisse due lettere ai cristiani che risiedevano a Corinto per correggere i gravi disordini morali, le divisioni interne e le incomprensioni dottrinali che affliggevano la giovane comunità cristiana. Scritte tra il 50 e il 57 d.C. circa da Efeso, le lettere servivano dunque a riportare ordine (litigi tra gli stessi cristiani portati davanti a tribunali pagani), a promuovere l’unità (c’era chi si richiamava a diversi leader: “io sono di Paolo”, “io sono di Apollo”, “io sono di Pietro”), ad affrontare temi come l’immoralità sessuale (addirittura casi di incesto), e argomenti come i doni spirituali, l’idolatria e la resurrezione.
Soffermiamoci ora sul brano della Messa. Ce n’è su cui riflettere.
Paolo inizia così: «Avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo». Poche parole che dicono tanto. Perché Paolo non si perde d’animo, non si scoraggia, non si deprime, eppure ne aveva di buone ragioni per cambiare mestiere (scusate la brutta espressione, ma efficace)? Perché dunque rimane sul campo di battaglia, e lotta per riportare ordine in una comunità che sembra già in affanno alle prime armi? San Paolo non era un ingenuo: conosceva, anche per la propria esperienza personale, le difficoltà di un vivere in ambienti corrotti e senza ideali. Il fatto di aver abbracciato il Cristianesimo, non garantiva l’immunità: i primi cristiani venivano detti “fratelli” e anche “santi”, non perché erano già perfetti, ma perché erano chiamati ad essere fratelli e a essere santi.
Abituati a vivere in un certo modo, da pagani, non era facile estirpare in loro una certa mentalità. Certo che si erano convertiti al Cristianesimo, anche attratti da alcune novità rivoluzionarie nel campo sociale: pensate al principio indiscutibile che tutti siamo uguali nei diritti e nei doveri. Tanti di loro erano schiavi. Lo stesso non avviene ancora oggi, benché in senso cristiano? I cristiani si sono fatti pagani, forse peggio degli antichi pagani, che se non altro avevano un comportamento forse più nobile.
San Paolo dice anche il motivo vero per cui non si è lasciato scoraggiare: egli ripensa alla propria vita da convertito, come il frutto di una enorme misericordia da parte di Dio che gli ha aperto gli occhi della fede nel Cristo risorto. È qui la cosa interessante su cui riflettere. Chi ha ricevuto un dono o grazia, non può tenerselo per sé. Ho ricevuto qualcosa di buono, lo devo donare, metterlo a disposizione degli altri. Se non lo faccio, sarei un egoista imperdonabile. Studiare per sé è un atto di egoismo. Quando vengo a conoscenza di una cosa bella d’istinto mi viene di comunicarla agli altri, perché anch’essi godano di questo dono. Invece oggi va di moda postare foto sui social per far vedere che siamo andati chissà dove, umiliando chi non può andare in vacanza perché non ha soldi. Solitamente dico: sei andato all’estero imbecille e sei tornato doppiamente imbecille!
«Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù». Quante domande dovrei fare!
“Noi non annunciamo noi stessi, ma il Cristo Risorto”. Qui tornano le parole di Giovanni Battista: “Lui, Cristo, deve crescere, e io diminuire”.
Non annuncio il mio ego, ma la Buona Novella nella sua radicale e non per ciò che fa comodo al mio Movimento ecclesiale o alla struttura della Chiesa istituzionale.
È antichissima l’espressione latina “servus servorum Dei”, servo dei servi di Dio o di Cristo. Nella cancelleria pontificia, la formula è costantemente adoperata (dal sec. 9° a oggi) nella intitolazione dei documenti emanati dal papa; la formula più abbreviata “servus Dei” era già presente nelle lettere degli apostoli e ripetuta per devozione nei primi secoli cristiani da prelati e da semplici fedeli, ma divenne esclusiva del papa dopo essere stata adottata da Gregorio Magno alla fine del sec. 6°.
L’ipocrisia anche nella Chiesa istituzionale meriterebbe le più dure condanne di Cristo. Essere anche semplicemente “servo di Cristo” richiede un’umiltà che attinge alle sorgenti della Grazia più pura: vuole dire essere interiormente spogli di ogni legame esteriore o di quell’ego che si copre di umiltà per ingannare meglio.
San Paolo dice ancora: «Abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità…».
La misericordia di Dio, a cui San Paolo è debitore, obbliga in ogni momento alla verità, a non comportarsi con astuzia ingannando. Il suo compito, dice l’apostolo, è quello di essere presente ogni giorno, in lotta contro il principe di questo mondo che cerca la menzogna e che non vuole assolutamente che la Parola di Gesù possa brillare come luce e quindi come riferimento nella vita di ogni uomo.
Paolo continua: «E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente… E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo».
Paolo non si scoraggia né di fronte alla potenza di questo signore del mondo né di fronte al rifiuto delle persone che lo giudicano, ma testimonia con chiarezza che il suo compito è quello di predicare Gesù, costi quello che costi, anche la sua vita fisica. Paolo sente il dovere di essere chiamato per “far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo”.
Questa testimonianza, che Paolo offre alla sua comunità di Corinto, è percorsa da tensioni e diffidenze verso di lui: lo sa, e Cristo stesso ha dato l’esempio nella sua vita terrena. Un vero discepolo del Maestro non può non avere nemici.
Penso quei preti che sui social non fanno altro che avere consensi, visibilità, e hanno la spregiudicatezza di chiamarsi “servi di Cristo, che è morto solo sulla croce, abbandonato dagli stessi Apostoli. Mentre moriva, Gesù ci ha donato il suo Spirito. Noi preti esaltiamo la nostra carnalità putrefatta.
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