Omelie 2021 di don Giorgio: Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani

17 ottobre 2021: Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani
Is 26,1-2.4.7-8; 54,12-14a; 1Cor 3,9-17; Gv 10,22-30
Ogni anno, la terza domenica di ottobre è dedicata dalla Liturgia di rito ambrosiano alla celebrazione della dedicazione del Duomo di Milano. Nella parola “dedicazione” si racchiudono diversi eventi e diverse date. Richiederebbe troppo tempo anche dire una sola parola.
La cosa importante è un’altra, e sta nella domanda: che cosa rappresenta il Duomo di Milano per noi ambrosiani?
Da parte mia confesso che ogni anno mi sento in parte imbarazzato, in parte stimolato.
Anzitutto, sono imbarazzato, perché parlare del nostro Duomo è come parlare della nostra madre (“chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani”, così lo definisce la Liturgia), e, più specificatamente, è come parlare del grembo di una madre che dovrebbe sempre essere incinta per opera dello Spirito santo per generare figli sempre più coscientemente figli di Dio.
Si è figli per natura, e figli per grazia. I figli naturali sono opera della carne, i figli per grazia sono opera dello Spirito. Mentre la carne è carne, che si consuma nel tempo ed è consumata dal tempo, lo Spirito si rinnova, ringiovanisce, si genera e si ri-genera nell’Eterno presente.
Quando penso al Duomo di Milano e sento e provo un disagio, un forte disagio, perché, invece che grembo vitale divino sembra essere un grembo sterile, vuoto di Vita, vuoto di Grazia, allora mi chiedo come possa una Diocesi vivere e agire di Spirito santo.
L’imbarazzo, il disagio e tanta amarezza aumentano, man mano il tempo passa, e non si tenta nulla per reagire a un tale immobilismo da temere il peggio del peggio, ovvero quella agonia pastorale che porterebbe l’intera diocesi in uno stallo irreversibile.
No, non avverrà, perché sono convinto che la nostra Diocesi, di millenaria tradizione risalente alla storia provvidenziale di grandi santi pastori, non potrà d’un colpo cedere, cancellando un nobile passato di anime nobili.
D’altronde, ogni pur luminosa storia conosce momenti di buio, di crisi, di decadenza, che servono a ripartire con più slancio, dando e ridando alla Diocesi milanese momenti di splendore.
Perché non crederci? Io ci credo.
Ma ciò non toglie che nel frattempo si possa soffrire.
Si soffre, perché sembra che si stia perdendo tempo prezioso, proprio in un momento particolarmente critico e drammatico.
Paradossalmente, vedo una tragedia nella tragedia. La tragedia sta nel vivere di cose scontate, banali, formali in un momento in cui si esigerebbe il massimo dell’intelletto, l’unico in grado di far vedere la realtà, per uscirne con la testa alta.
A me sembra di assistere a una tale assurdità da chiedermi se Dio non ci stia mettendo a dura prova, proprio nella fede più profonda.
Quando il Duomo sembra oramai del tutto spento nella sua interiorità divina; quando il Duomo neppure più attira per la sua mistica bellezza architettonica; quando il Duomo è solo un nome di ritrovo, talora neppure artistico; quando il Duomo, al suo interno, non vibra più di Infinito, ma di imbecillità di arcipreti che sono l’ego in persona; quando il Duomo, al suo esterno, nella piazza antistante, è un luogo di contestazioni che espongono solo pelle di imbecilli, che urlano diritti di una carnalità già putrefatta; insomma, quando il Duomo è solo una costruzione materiale, in cui tutto è vuoto di essere, allora non ci rimane che urlare e reagire, in nome di quel Cristo che aveva detto alla Samaritana: “I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”.
Spirito e verità!
La parola “verità” richiama la parola “cattedrale”, da “cattedra”, sede dove è seduto il maestro, colui che insegna la verità.
Se la parola “duomo” significa casa, di per sé signorile, e la parola “casa” in latino significa casupola, capanna, anche tenda, e questo secondo significato è più aderente alla casa di Dio (pensiamo alla prima abitazione di Dio che era proprio una tenda; il tempio in muratura di Salomone verrà distrutto nel 586 a.C dai Babilonesi, così come il successivo tempio di Zorobaele, ampliato poi da Erode il Grande, verrà distrutto del 70 d.C. dai romani), la parola “cattedrale” non indica tanto una imponente e meravigliosa costruzione, come solitamente siamo soliti pensare, ma indica la sede o cattedra d’insegnamento del vescovo, al di là di qualcosa di materiale.
La parola di Dio non ha bisogno di una cattedra fisica, richiede invece un maestro autorevole. Autorevole non significa autoritario. La differenza tra autorevolezza e autoritarismo sta in questo: l’autorevolezza non sta nella persona (per il suo carisma, perché è dotata di capacità intellettive o d’altro), ma sta in ciò che egli dice, è la parola a doversi imporre, non la persona; l’autoritarismo sta nella persona che si impone sulla parola. Purtroppo, nella Chiesa si è sempre caduti in questo equivoco: l’autoritarismo ha sempre prevalso sulla autorevolezza.
Anche i Vangeli notano che Gesù insegnava con autorevolezza, e non come gli scribi che si imponevano per la loro bravura, offuscando così la Novità della parola di Dio.
Oggi noi che cosa vediamo? Vescovi che hanno la missione di insegnare con autorevolezza il messaggio evangelico, oppure pastori che dicono poco o nulla, parlano e parlano senza dire nulla di quella Novità che è il Vangelo, che significa Buona Novella?
Non chiediamo ai Pastori di essere maestri in proprio, ma voce di quella Parola che aspetta di essere comunicata con passione e determinazione.
Non si può essere solo megafoni. I profeti dell’Antico Testamento ci mettevano anima e corpo. Una parola, quella di Dio, che diventa passione.
Ma la parola di Dio va colta nella sua radicalità. Non basta ripetere e ripetere le solite cose, peggio poi se tutto viene ridotto sul piano moralistico.
Non è necessario dire: Compòrtati in questo modo! Se uno scopre il mistero che ha dentro, viene poi naturale, istintivo comportarsi in un certo modo. La Parola di Dio è anzitutto intelletto, perciò luce. Non è la volontà da risvegliare, o un mondo di emozioni, è anzitutto dare spazio al proprio intelletto interiore, e lo spirito si unirà allo Spirito divino.
Altre cose dovrei dire, come ad esempio che il Duomo dovrebbe essere come un faro di luce intensa. Non ho questa impressione. Forse sono troppo esigente.

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