18 maggio 2025: QUINTA DI PASQUA
At 4,32-37; 1Cor 12,31-13.8a; Gv 13,31b-35
Dico subito che il primo brano della Messa, che fa parte del quarto capitolo del libro “Atti degli Apostoli, è uno tra i più famosi, forse il più discusso e anche contestato, perciò soggetto alle più differenti interpretazioni, allo scopo di ridurne in parte o totalmente la radicalità di un messaggio, che, se lasciato solo in via sperimentale, come del resto è confermato dallo stesso Luca, potrebbe essere visto come ideale per comunità monastiche, ma se fosse un ideale che lo Spirito santo proporrebbe o imporrebbe alla Chiesa universale, e di riflesso all’intera società nei suoi risvolti personali, sociali e politici, allora avremmo qualcosa di talmente rivoluzionario da incutere paura a tutti, ed è per questo che l’esperimento è durato forse nemmeno un mese, e il breve brano degli Atti prese un’altra via.
Mettere insieme tutti i beni, e così evitare disuguaglianze e povertà! Immaginate cosa sarebbe successo? Ma tutti sanno cosa è successo, quando la proprietà privata è rimasta in tutta la sua legalità, giustificata dalla stessa Chiesa, e così si perpetuò un mondo di ingiustizie e di povertà, tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, tentando da parte dello Stato qualche correttivo inutile e ridicolo, e da parte della Chiesa una lunga serie di organismi assistenziali, che risolvono qualcosa durante le emergenze, o per salvare la propria faccia o per creare occasioni ai credenti di sentirsi buoni per ottenere una parte di paradiso nell’aldilà: non basta averlo già in anticipo sulla terra, no, si pretende anche di occupare un pezzetto di paradiso, nell’aldilà: in nome di che cosa?
Lungo i secoli, prima e dopo il Cristianesimo, ci furono tentativi di abolire la proprietà privata per togliere la causa delle disuguaglianze sociali. Il socialismo o comunismo fu uno di questi. Tutti comunque fallirono per la ragione che niente può durare sotto costrizioni, creando uno Stato assoluto, da cui tutto dipende, anche la libertà dei cittadini.
Il 25 aprile 1945, Benito Mussolini si era recato all’Arcivescovado di Milano per incontrare il cardinale Ildefonso Schuster. Questo incontro avvenne nel tentativo di mediare tra Mussolini e i partigiani, con l’obiettivo di trovare un accordo per la resa e evitare lo spargimento di sangue. Si dice che, in uno scambio di battute, al Duce che si vantava di essere socialista, e perciò di aver fatto del bene all’Italia, il cardinale avesse risposto: “I primi socialisti siamo stati noi cristiani!”, forse per far capire che neppure i cristiani erano riusciti nell’intento di creare una società priva di disuguaglianze sociali. Del resto, tutti sappiamo che fine fecero i movimenti spontanei cosiddetti pauperisti, nati all’interno della stessa Chiesa. Certo, la Chiesa non sarebbe diventata come è diventata, ovvero un grosso animale strutturale, economicamente quasi imbattibile, nonostante le sue banche, una in particolare, siano finite in un mondo di scandali. E poi un papa, non so chi, avrebbe detto ai cristiani di mettere in banca le preghiere o le opere buone, non i soldi. Da che pulpito viene la predica.
Certo, può essere facile fare il pauperista di comodo, dicendo peste e corna contro tutti, chiesa e stato, perché mantengono in vita la proprietà privata, nel peggiore dei modi e nella più ampia licenziosità di leggi che permettono a chi ha già, di avere sempre di più, senza mettere quel limite che garantisca a tutti di avere gli stessi diritti di gestione dei beni della terra, secondo le parole di Benedetto XVI; i beni della terra sono proprietà di Dio, e noi siamo solo amministratori, nel rispetto dei diritti di ciascun abitante a gestire quel pezzetto di terra che gli garantisca di vivere qui sulla terra in modo per lo meno dignitoso. E se vi costruisco una casa ho il dovere di pagare una specie di affitto, da donare ai più poveri, in nome di quel Dio che è il padrone della terra. Ho detto una casa, per evitare che costruendone due si tolga a un altro il diritto di costruire la sua.
Vorrei anche spendere una parola per quei Padri della Chiesa, tra cui S. Ambrogio, che hanno scritto parole di fuoco contro l’avidità mai sazia dei ricchi, dicendo tra l’altro cose del tutto condivisibili: il di più che hai, lo devi dare ai poveri. Lo devi: non è un atto ti bontà o di generosità, è un tuo doverlo farlo, altrimenti, scrive sant’Ambrogio, tu saresti un ladro.
Ma vorrei per mettere nel suo giusto contesto il brano di oggi, fare qualche chiarezza. Anzitutto, il brano è il secondo dei tre cosiddetti Sommari di Luca. Si tratta di brani, brevi, che sintetizzano lo stile di vita dei primi cristiani. Quindi, non si tratta di brani da prendere a se stanti, o calati dal cielo. Per cui, ciò che troviamo scritto anche nel secondo Sommario è qualcosa che fa parte del modo di vivere dei primi credenti.
Ho detto “credenti”. Anche qui, vediamo come erano chiamati i primi seguaci di Cristo. Luca usa il nome “fratelli”, poi li chiama “santi”, poi “cristiani”, infine parla di “quelli della Via”.
Già il nome “fratelli” può dire già tanto come dovevano essere le prime comunità cristiane. Anche qui, attenzione: parlo di comunità cristiane, ma non da vedere nella loro individualità, come tanti gruppi a parte. Si trattava sempre dell’unica comunità cristiana, che era la chiesa nascente. Dunque, un’unica famiglia, e la parola “famiglia” dice che tutti i membri sono sotto lo stesso tetto, con i beni tutti in comune.
A questo punto, senza spendere troppe parole, mi rifaccio al card. Carlo Maria Martini, che ha cercato di interpretare in modo del tutto originale il brano in questione in questo modo: non si trattava di per sé di una rinuncia radicale e definitiva alla proprietà, una volta per tutte, ma della disponibilità a mettere i propri beni a servizio degli altri, per venire incontro alle necessità quando la situazione lo richiedeva.
Non possiamo negare la grande disponibilità d’animo dei primi cristiani, quasi un istinto naturale, frutto della loro fede nel Risorto, in forza del quale, davanti al bisogno o alla richiesta d’aiuto, non indugiavano: intervenivano. La carità era frutto spontaneo della loro fede. Carità, intendiamocene, che non si riduceva ai bei discorsi. Era l’amore operante (“dilectionis operatio”), di cui avrebbe parlato Tertulliano. Chi possedeva si sentiva in obbligo di dare: sentiva cioè impellente il diritto del povero di essere aiutato.
Riflettiamo. Più ci sentiamo perplessi nel nostro dovere di amare il prossimo, più dovremmo interrogarci per valutare a che punto sia la tua fede. Amiamo veramente Dio, perché elenchiamo una marea di scuse prima di soccorrere un bisognoso? Possiamo anche discutere, ma solo per dare al nostro gesto più incisività, non per renderlo più titubante. Tanti ma e tanti se sembrano fatti apposta per creare degli alibi all’ignavia di ciascuno.
Non apriamo il cuore solo quando vediamo un povero che ci chiede qualcosa. Lo dovremmo aiutare, prevenendo la sua richiesta: altrimenti, lo umilieremmo.
E non facciamo pesare il nostro aiuto, donando qualcosa, ma dopo mille riserve, mille titubanze, mille domande. Quando siamo incerti se rispondere o no alla richiesta di qualcuno, rifugiamoci nella Parola di Dio e obbediamo agli impulsi dello Spirito del Risorto. Non ce ne pentiremmo.
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