Roggero, le parole che la politica non ha detto e che avremmo voluto sentire

da www.glistatigenerali.com
17 Luglio 2026

Roggero, le parole che la politica

non ha detto e che avremmo voluto sentire

di Jacopo Tondelli
Parole di saggezza e moderazione sul caso Roggero. Non le hanno dette i politici: eppure, in teoria, sarebbe il loro lavoro.
Il diritto penale, per la politica, è sempre stato territorio del diavolo, essendo il luogo nel quale lo Stato codifica il ruolo e il perimetro nel quale può esercitare il proprio diritto esclusivo alla limitazione della libertà dei cittadini che abbiano violato i diritti di altri esseri umani: quelli patrimoniali, l’incolumità, la dignità, la salute, perfino la vita. Con la rottura di ogni argine etico e comunicativo, di ogni continenza di quella che dovrebbe essere la classe dirigente, non è più luogo di un combattimento della democrazia contro il male: è invece il territorio principe del suo dominio, il luogo nel quale si misura la decadenza del dibattito pubblico, la capacità di chi guida di orientare gli istinti peggiori oppure, piuttosto, la tendenza ad assecondarli, accentuandoli.
Il caso Roggero, il gioielliere condannato per duplice omicidio e detenzione illegale di armi a quattordici anni e nove mesi, lo dimostra una volta di più, non che ce ne fosse bisogno. I fatti sono ormai noti e ampiamente accertati in tre gradi di giudizio: dopo aver subito una rapina, la terza, il gioielliere insegue chi ha appena delinquito al suo danno e delinquito, spara più volte, uccide due persone utilizzando un revolver che deteneva illegalmente. Anche i fatti successivi alla condanna sono ampiamente noti: Matteo Salvini invoca la grazia, il ministro Nordio, magistrato prestato alla politica con poco successo, sottopone a Mattarella la richiesta, che il Presidente della Repubblica respinge al mittente, Costituzione alla mano. Giorgia Meloni allude alla necessità di tutelare chi viene aggredito e fa approvare in fretta e furia una norma che vieti i risarcimenti alle vittime in casi come questi. Ovviamente, la norma non è applicabile al caso giudiziario di questi giorni, essendo i fatti vecchi di anni. Mentre la maggioranza, con toni lievemente diversi ma con una sostanziale unità di intenti, in una linea tracciata dalla minaccia Vannacci, “sta con Roggero” come vittima di un’ingiustizia, l’opposizione si trincera in un assai poco dignitoso silenzio. Lo nota con precisione ed empatia il giornalista del Corriere della Sera Alessandro Trocino, nella sua newsletter. Forse tra parole sbagliate e silenzi imbarazza(n)ti, possiamo provare a suggerire il discorso che avremmo voluto sentire, che sarebbe stato giusto fare, facendo politica.
“Care concittadine, cari concittadini,
la condanna a quasi quindici anni di carcere inflitta a Mario Roggero, il gioielliere che ha ucciso due rapinatori mentre fuggivano dal suo negozio, sta suscitando un grande dibattito, e molte emozioni. È comprensibile, e per chi amministra la cosa pubblica le emozioni del popolo sono importanti. La tendenza dei cittadini onesti a empatizzare con chi subisce reiteratamente un reato grave, come la rapina, che mette a repentaglio il lavoro e la vita delle vittime e dei loro cari è naturale, giusta, anche apprezzabile. Anche la tendenza ad avere paura che qualcosa del genere possa capitare a ciascuno di noi, anche a chi non fa il gioielliere. Sappiamo che l’insicurezza che scuote le nostre vite è un problema che non si risolve sciorinando dati, e però è giusto e doveroso ricordare che le rapine in Italia sono rare, più rare che in Germania, molto meno probabili che in Spagna, per parlare di paesi a noi vicini, e composte da società complessivamente simili alla nostra. Senza entrare nel merito della decisione dei giudici, che sono giustamente autonomi nelle loro valutazioni dei fatti, e devono rimanerlo sempre, anche e soprattutto – potremmo dire – quando i fatti scuotono le emozioni della società, è bene però ricordare che la condanna inflitta a Roggero – quindici anni – rappresenta una pena molto inferiore a quella che viene normalmente inflitta per un duplice omicidio, peraltro in concorso con altri reati, ovviamente di minore gravità, rispetto all’omicidio. Questo può aiutare a capire che le nostre leggi e il nostro sistema giudiziario sono in grado di esprimersi con flessibilità, e di valutare davvero il caso concreto. Infine, mi sento di ricordare a tutti una cosa: la legge, il diritto penale, la minaccia e la pratica della reclusione, devono mirare alla rieducazione di chi commette reati. Ma hanno anche un’altra funzione: quella di ricordare a tutti che certe cose non vanno fatte, e che chi le fa sarà perseguito. Vale per i rapinatori, e vale per chi li uccide inseguendoli dopo che il loro atto criminale è finito. Capisco che venga voglia di credere che, subendo un torto e un’ingiustizia, sia comprensibile reagire e “farsi giustizia” in prima persona. Ma chi deciderà, se accettiamo questo principio, come è giusto reagire, qual è la misura giusta per fare del male agli altri, avendone subito? Per questo esiste lo stato, abbiamo la fortuna di vivere in una democrazia solida, che si fonda anche e soprattutto sul principio che la forza può usarla legittimamente solo lo stato, che la difesa è legittima se proporzionata, e che la vendetta non è legittima in una democrazia”.
È un discorso semplice, banale, che io non riuscirei a fare, perché non rispecchia in piena le mie convinzioni politiche, etiche e giuridiche, ma che un politico di buona volontà potrebbe e forse dovrebbe fare. Un politico o una politica di destra e di sinistra potrebbe farlo, senza vergognarsi e rendendo un buon servizio alla propria missione. E invece, a quanto pare, non l’ha fatto proprio nessuno.
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da www.huffingtonpost.it
17 Luglio 2026 

Per grazia pretesa.

L’incredibile assalto al Colle

delle destre  per Roggero

di Giulio Ucciero
La solidarietà al gioielliere che ha ucciso due rapinatori arriva da un post di Meloni, dalla strampalata ipotesi di candidatura con la Lega, dalla difesa di Tajani, dai flash mob degli uomini di Vannacci, dall’istruttoria di Nordio (nonostante la reprimenda del Quirinale). Poi tocca al diretto interessato: “L’ha data a Nicole Minetti, Mattarella si metta una mano sulla coscienza”
Un furbo post di Giorgia Meloni, un’impossibile candidatura offerta da Matteo Salvini, quindi la difesa di Antonio Tajani e il flash mob dei vannacciani. La destra converge e si avviluppa attorno a Mario Roggero, il gioielliere condannato per aver sparato a due rapinatori in fuga, che entrando al carcere di Bollate si rivolge direttamente al Colle: “Ha graziato uno scafista e la Minetti, si metta una mano sulla coscienza”. Un accerchiamento, politico, al Quirinale, che già ha ricordato la facoltà “esclusiva” della presidenza della Repubblica sulla grazia. Una bacchettata al guardasigilli Carlo Nordio, che però, col placet di Palazzo Chigi, tira dritto.
Condannato a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso nel 2021 due rapinatori e ferito un terzo in seguito a un colpo nel suo negozio a Grinzane Cavour, il 72enne è tornato a essere, nel giro di quarantott’ore, il simbolo della destra, di governo e non. A certificarlo ci ha pensato la premier. Dopo il duro richiamo di Mattarella a Nordio – convocato ieri al Quirinale per ricordare che la grazia “spetta esclusivamente al presidente della Repubblica, come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006” – Meloni ha camuffato con un post il rilancio governativo.
“Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto”, ha vergato la premier senza citare Roggero ma circoscrivendo il caso al risarcimento da oltre 700mila euro che l’uomo deve versare alle famiglie delle vittime. Uno stratagemma architettato per evitare il frontale col Colle, ma utile a rilanciare sulla sicurezza, disegno di legge compreso. Il refrain, d’altronde, è lo stesso degli scorsi giorni, ma il ritorno della legittima difesa (che non era) è carburante fresco per scacciare il pressing securitario di Roberto Vannacci.
“Una battaglia di giustizia, non ci fermiamo”, fa eco Salvini. Rispetto alla premier, è ben più esplicito il suggerimento della Lega, impegnata “su ogni fronte” per sostenere il gioielliere, raccolta firme comprese. Secondo fonti del partito, il Carroccio “sta valutando ogni possibile iniziativa, nel pieno rispetto della legge, compresa l’eventuale candidatura di roggero, qualora ne ricorrano i presupposti normativi”. Una formulazione che lascia intendere già l’esito: in un nulla di fatto, visto che la legge Severino vieta l’elezione a cariche di governo, parlamentari e regionali a chi è condannato in via definitiva. Tanto che è lo stesso Roggero ad ammettere: “Adesso l’ultima cosa è candidarmi”.
Per offrire poi un seggio, la Lega, primo partito a cavalcare il caso, spera infatti nella grazia. Misura richiesta a gran voce dallo stesso Roggero entrando in carcere: “Il presidente Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza”. Suggerimenti che infiammano la barricata innocentista e fanno sperare a Roggero in un ribaltone: “Passo il testimone agli italiani che effettivamente porteranno avanti la mia battaglia, andremo avanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo e dopodiché vedremo”.
La domanda di grazia, presentata dalla moglie del gioielliere, è l’ultimo appiglio per Roggero, dopo che ieri la Cassazione ha confermato la condanna. Lo sa bene Nordio. Convintamente, il ministro della Giustizia ha avviato l’istruttoria per l’eventuale concessione della grazia, in coordinamento con la Procura generale della Corte d’Appello di Torino. Ora saranno i magistrati a dover raccogliere tutta la documentazione, i pareri e lo storico giudiziario di Roggero.
Al di là dei tecnicismi, quella in difesa di Roggero è una pressione politica. “Una vera e propria strumentalizzazione politica che mette in difficoltà il Capo dello Stato”, spiegano dall’opposizione. Mattarella, ovviamente, non si esprime: il presidente della Repubblica deciderà a tempo debito, a iter concluso, ma senza tollerare fughe in avanti. Come quelle invocate dalla destra. Quella di Futuro Nazionale, che organizza flash mob per chiedere “la sospensione dell’ordine di carcerazione di Mario Roggero”. Ma anche quelle della destra più moderata, come Forza Italia. Tajani fa sapere di ritenere il provvedimento di clemenza “giusto per un uomo che ha sbagliato” ma che “non è un pericoloso criminale”.
Ulteriore confusione che, come spiegano i giuristi, punta a ridefinire uno strumento così delicato per quello che non è: un quarto grado di giudizio. Moniti che non scoraggiano il governo, che tira dritto. Con il benestare di Giorgia Meloni, sempre più assediata da una concorrenza tutta a destra.
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da www.huffingtonpost.it
17 Luglio 2026 

La sanatoria politica di Nordio su Roggero

è una forzatura inaccettabile

di Gregorio De Falco
L’ANGOLO DEI BLOGGER. È una clava propagandistica. In questo ambito di sistematico disprezzo per la cultura delle regole che il ministro della Giustizia abdica definitivamente al proprio ruolo, confermando una volta di più la propria totale inadeguatezza istituzionale e politica
La decisione della Corte di Cassazione che ha reso definitiva la condanna a Mario Roggero, conferma i pilastri del nostro Stato di diritto: per quanto inevitabilmente condizionati dallo shock e dallo stato d’animo esacerbato a causa della violenta aggressione subita nel proprio negozio, i comportamenti del gioielliere non possono in alcun modo essere ricondotti ad una ipotesi di legittima difesa.

La legittima difesa (articolo 52 del codice penale) si ravvisa nel momento in cui vi sia la necessità di respingere un pericolo attuale e concreto alla propria o altrui incolumità. La ricostruzione dei fatti descrive, invece una dinamica completamente differente, poiché al momento della reazione, violentissima, i rapinatori avevano già abbandonato le armi (un coltello e una pistola giocattolo) e stavano scappando. Ne consegue che l’inseguimento in strada arma in pugno e l’esplosione di ripetuti colpi di pistola — anche alla schiena —, come anche i calci inferti al volto di uno dei rapinatori, oramai inerme ed a terra, non configurano più una reazione difensiva volta a proteggere la vita o l’integrità fisica delle vittime, sconfinando inequivocabilmente nella ritorsione di una esecuzione.

Questi sono i fatti.

In questo scenario fattuale, le reazioni e le prese di posizione del mondo politico hanno generato un acceso dibattito; in particolare, sembrano davvero affette da patologica precocità quelle del ministro Carlo Nordio, che ha immediatamente annunciato di aver già incardinato il procedimento per la concessione della grazia a Roggero. Sono dichiarazioni sgangherate nel metodo e nel merito: infatti, intervenire in modo così netto prima ancora che le motivazioni della sentenza della Cassazione siano state depositate e rese pubbliche, tradisce un approccio puramente ideologico e un intento smaccatamente propagandistico. Un rappresentante delle istituzioni dovrebbe muoversi nel rigoroso rispetto dei tempi della magistratura e della separazione dei poteri. Con questa reazione compulsiva, invece, Nordio ha trasformato una valutazione tecnica in un manifesto di propaganda sul tema della “difesa sempre legittima”.

La grazia presidenziale è un istituto eccezionale e non può diventare un “quarto grado di giudizio”, costruito su criteri di appartenenza o vicinanza tutto politica. L’eccezionalità dell’istituto deriva, necessariamente dalla intromissione che esso comporta nella sfera dell’ordine giudiziario, ed è per questo prerogativa esclusiva e discrezionale del presidente della Repubblica. Solo al presidente, super partes, è attribuita la facoltà di concedere, eccezionalmente, la grazia, per finalità umanitarie o per correggere eccezionali asimmetrie sanzionatorie. Per natura e finalità i’Istituto non può mai essere utilizzato come uno strumento di “sanatoria politica”, scavalcando la giustizia, sarebbe una forzatura inaccettabile. Un segno tangibile di disprezzo per le istituzioni.

È in questo ambito di sistematico disprezzo per la cultura delle regole che il ministro della Giustizia abdica definitivamente al proprio ruolo, confermando una volta di più la propria totale inadeguatezza istituzionale e politica. Quando il guardasigilli a prescindere dalle motivazioni dei giudici di Cassazione e dai fatti rincorre l’umore populista della propria fazione, non sta solo svilendo la dignità del proprio ministero: sta compiendo un vero e proprio attentato culturale allo Stato di diritto.

Trasformare una prerogativa esclusiva del Quirinale in una clava propagandistica, significa voler veicolare un messaggio devastante: che la vendetta privata vale più della legge e che la giustizia, per essere considerata tale, deve conformarsi e piegarsi all’ideologia pseudo maggioritaria.

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da ANSA
TORINO, 17 luglio 2026

Quando Roggero minacciò con una pistola

il fidanzato della figlia

Patteggiò due mesi per l’episodio del 2005, richiamato in motivazioni sentenze
di Andrea Doi
Aveva impugnato una pistola e minacciato tre persone, finendo nei guai.
Nel passato giudiziario di Mario Roggero c’è anche un precedente emerso dagli atti delle sentenze confermate mercoledì dalla Cassazione, che ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo avere subito l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour, nel Cuneese, nell’aprile 2021.
La vicenda, risalente al 2005, non riguarda però una rapina e presunte legittime difese, di cui tanto si discute in queste ore. Roggero estrasse infatti una pistola durante una lite con il fidanzato di una delle figlie e minacciò anche i genitori del giovane. Per quei fatti, nel 2007, patteggiò davanti al Tribunale di Alba una pena di due mesi di reclusione, sostituita con una multa di 2.280 euro, per ingiurie e minacce aggravate dall’uso di un’arma.
L’episodio, ricostruito negli atti della Corte d’Assise di Asti e richiamato anche nelle motivazioni della sentenza della Corte d’appello di Torino, è del 17 dicembre 2005. Secondo quanto emerge dalle sentenze, quella sera Roggero era stato chiamato dalla figlia, che gli aveva chiesto aiuto dopo essere stata lasciata in strada dal fidanzato. Tra i due giovani era scoppiata una lite, durante la quale il ragazzo aveva schiaffeggiato la ragazza.
Rientrato a casa, il giovane aveva sentito suonare il citofono. Roggero lo aveva insultato, chiamandolo “bastardo”, poi lo aveva spintonato e colpito con pugni al volto. Quando erano arrivati i genitori del ragazzo, il gioielliere aveva estratto una pistola e minacciato tutti e tre, costringendoli, per paura, a chiudere il cancello che separava il cortile dall’abitazione. La vicenda si concluse con denunce reciproche e, successivamente, con il patteggiamento.
Quel precedente è richiamato anche nelle motivazioni della sentenza d’appello, confermata dalla Cassazione. I giudici osservano che Roggero era “affetto da un disturbo post traumatico da stress in seguito alla precedente rapina del 2015” e che era convinto “di dover agire da solo, posto che le autorità a ciò deputate non avevano svolto in modo adeguato il loro compito a seguito di quella rapina”.
Nelle motivazioni si aggiunge inoltre, con riferimento proprio all’episodio del 2005, che “la modalità impulsiva di reazione agli eventi fosse presente anche nel passato”.

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