Omelie 2012 di don Giorgio: XII Domenica dopo Pentecoste

19 agosto 2012: Dodicesima dopo Pentecoste

Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15

Partiamo dal primo brano della Messa. Si tratta dei primi tredici versetti del capitolo 25 del libro del profeta Geremia. Abbiamo anche una data ben precisata: 605 a.C., l’anno in cui il babilonese Nabucodonosor è salito al trono, colui che punirà il popolo ebraico, con una feroce repressione, distruggendo nel 587 la città di Gerusalemme, radendo al suolo il Tempio di Salomone e deportando gli ebrei a Babilonia e verso altre terre, ove rimarranno esuli per settant’anni (numero più simbolico che cronologico, in realtà gli ebrei inizieranno a tornare in patria nel 538, con l’editto del persiano Ciro il Grande). Chiuso questo periodo di castigo e di purificazione, si aprirà per gli esuli una nuova èra, perché Babilonia sarà sottoposta anch’essa al giudizio divino.
Alcune considerazioni. La Bibbia ha una concezione della storia tutta sua. Contiene libri sapienziali e libri storici. Troviamo dei miti, dei racconti simbolici, e libri che narrano degli eventi storici. Ma gli avvenimenti vengono narrati da un punto di vista religioso. L’autore sacro vede ogni avvenimento come un intervento diretto divino. Dobbiamo, dunque, stare attenti: dobbiamo interpretare bene il linguaggio biblico per non cadere nel rischio fondamentalista di identificare la storia umana con la presenza invasiva e onnipotente di Dio. Questa concezione rimarrà a lungo nei secoli, fino ad oggi. Sì, è vero che per i credenti Dio dirige la storia, ma come? Anche il nostro modo di esprimerci (Dio fa questo, fa quello, punisce, si rivela dettando norme e condizioni a tizio, caio, sempronio) può indurre a pensare che tutto avvenga sotto la regia di Dio che controlla ogni virgola. Una regia che si serve di ministri che credono di essere l’incarnazione del potere onnipotente di Dio. Dobbiamo stare attenti: la Bibbia usa un linguaggio che va capito. Non si tratta di svincolarci dallo sguardo di Dio per sentirci liberi, ma si tratta di assumere la nostra responsabilità. Il fatto di credere in un Dio non significa annullarci come se fossimo solo strumenti del volere divino. La Bibbia usa l’espressione “Dio parla”, ma come va intesa? Neppure nell’Antico Testamento i profeti agivano sotto dettatura di Dio. Che significa oggi parlare in nome di Dio o dello Spirito santo? Quanti si credono profeti, privilegiati! “Dio mi ha detto”, “Dio mi dice”. Stiamo attenti. Non è che voglio in tal modo mettere in discussione la realtà di Dio o la sua esistenza. Dico solo che dovremmo considerare Dio più seriamente di quanto l’abbiamo fatto finora. In nome di Dio, abbiamo compiuto porcherie, delitti, mostruosità. Ancora oggi, in nome di Dio compiamo delle stragi oppure umiliamo le persone, condannandole, emarginandole, scomunicandole. In nome di Dio giustifichiamo i nostri voleri, copriamo i nostri interessi, santifichiamo i nostri affari.
Dio per me è la storia stessa che giudica il mio modo di pensare e di agire. Dio per me è la natura che si ribella quando la sfruttiamo senza pietà. Dio per me è la ribellione dei poveri che non accettano ingiustizie e oppressioni. Dio è la voce della mia Coscienza. Non è necessario sentire la sua voce come se ispirasse sensibilmente la mia mente.
Certo, Dio si può servire di tutti, anche al di fuori della schiera eletta o privilegiata, per far sentire la voce dalla Coscienza. Questa lezione, che proviene dalla stessa Bibbia, non è mai stata recepita neppure dalla Chiesa. La Chiesa crede di raccogliere le direttive, i richiami alla verità, di lanciare la salvezza, rimanendo al suo interno, ascoltando le voci che provengono dalla propria struttura. Chiusa in se stessa, la Chiesa difficilmente raccoglierà le voci profetiche provenienti dal di fuori.
Eppure la Bibbia dovrebbe insegnare qualcosa in merito. Ma, anche qui, attenzione: la verità non ce l’ha in tasca nessuno. La verità è seminata ovunque, nell’Universo. Più la fai propria, e più la Verità sfugge. Tutto serve a scoprirla: lo stesso male. Il male può essere uno strumento per farci riflettere. Ma il male rimane tale. È facile scambiarlo come se fosse il nuovo bene. Dio si è servito dei babilonesi per punire e purificare il suo popolo, e poi ha punito gli stessi babilonesi servendosi dei persiani. E poi i persiani saranno a loro volta puniti. Questo per far capire che gli strumenti vanno presi come tali, ovvero come strumenti del momento, ma non sono il fine. Il potere può essere uno strumento provvidenziale, ma sempre momentaneo, perché il potere in sé è un male. Qui ci vuole una grande capacità d’intelligenza per capire come usare gli strumenti per il proprio bene o per il bene della comunità, senza scambiare tali strumenti come se fossero lo stesso bene comune.
La cosa veramente sconcertante è come un popolo, l’eletto del Signore, quasi privilegiato, che ha avuto le cure più particolari di Dio, sia stato continuamente sottoposto a dure umiliazioni, senza mai capire in pieno la lezione. L’ultima prova è stata la shoah, lo sterminio operato dai nazisti. Secondo voi gli ebrei hanno capito la lezione? Viene il dubbio che neppure Dio sia riuscito a convertirli. Una cosa è chiara: Dio si è scelto il popolo più ostico, un popolo di dura cervice. Forse perché a Dio piacciono le sfide, le cose più difficili, rischiare sull’incerto. Il popolo ebraico non è mai stato affidabile. Neppure oggi. Un popolo che fa sempre la vittima sfugge alla propria coscienza ed è sempre pronto a vendicarsi.
Il brano di San Paolo è parecchio enigmatico. Secondo alcuni studiosi l’apostolo alluderebbe alla conversione finale degli ebrei. In ogni caso la storia del popolo ebraico rimarrà sempre emblematica. Lasciamo perdere chi sono oggi gli ebrei: già la parola “ebreo” è soggetta a diverse interpretazioni e può far nascere discussioni e litigi a non finire. Quando parliamo di ebrei pensiamo al popolo eletto dell’Antico Testamento, e non possiamo non rimanere ancora oggi affascinati, da quando Dio ha scelto Abramo fino alla conquista della terra promessa: una storia di fede nel Dio dei padri e di tradimenti dell’Unico e Assoluto, di grandi passioni e di orgoglio nazionale, una storia di grandi profeti e di lunghe attese del liberatore. Domanda: di fronte a Dio che l’ha scelto, il popolo ebreo che peso ha avuto dopo Cristo fino ad oggi, e che peso avrà nelle generazioni future? Un mistero! Tanto più che le vicende politiche sembrano sempre più prevalere sugli aspetti religiosi. Il popolo ebraico tornerà ad essere la luce divina dei popoli dell’Universo? Pur avendo grandi riserve sugli ebrei di oggi, non dimentichiamo però una storia millenaria dove Dio ha fatto sentire la sua voce, e non dimentichiamo che Cristo era un ebreo. E non dimentichiamo che il cristianesimo non ci sarebbe senza l’ebraismo. Ma soprattutto noi cristiani non dimentichiamo la lezione della storia del popolo eletto: paragonandola alla storia della Chiesa, il cristianesimo si sente con la coscienza a posto? Possiamo dire che noi siamo migliori? Non è che possa venire un dubbio, ovvero che gli ebrei si convertiranno, mentre noi cristiani tradiremo Cristo, riconsegnandolo questa volta all’Umanità migliore?
Avrei potuto limitarmi a riflettere sul terzo brano della Messa: non l’ho lasciato per ultimo e alla fine quasi per paura di vergognarmi di sentirmi parte di una Chiesa che, fin dall’inizio, non ha fatto altro che dimenticare ciò che Cristo ha ordinato ai Dodici apostoli, mandandoli a compiere la loro prima missione tra la gente. Sulla povertà e sulla gratuità del cristianesimo si fonda tutta la credibilità del messaggio di Cristo. Certo, il messaggio è fondamentale: come però trasmetterlo? Cristo predicava già con la sua stessa testimonianza di vita.
Certo, non si può vivere all’avventura. Se non hai una dimora, lo Stato non ti riconosce. Una struttura ci vuole. Senza strutture, oggi non si fa nulla. Ci vogliono anche i soldi. Bisogna essere realisti. Tutto sta nel come si utilizzano i mezzi a disposizione, nel criterio delle scelte da fare in vista dell’annuncio della Buona Novella. Con pochi mezzi si possono compiere miracoli purché si creda nella causa al servizio della quale usiamo i mezzi che abbiamo. Non dobbiamo però dimenticare che, più che l’efficacia o la potenza dei mezzi, è la forza della Parola di Dio che conta. È la Parola di Dio a compiere i miracoli. E la Parola non vuole vincoli, condizionamenti, non vuole compromessi. La Parola soffre se è costretta in una prigione di strutture pesanti, tali da togliere il respiro.
Le strutture ci vogliono, sì, ma non devono soffocare l’anima educativa. Ambienti faraonici non hanno mai servito la causa del Vangelo. Ciò che conta è puntare all’essenziale, ai veri valori, è formare l’essere umano. Queste cose le diciamo da secoli, eppure basta guardarci attorno, e che cosa vediamo? Strutture grandiose, ma prive di Umanità. Strutture vuote dell’essenziale. Noi preti ambrosiani abbiamo tutto, e abbiamo nulla. Oratori che sovrabbondano di iniziative, eppure mai come oggi ragazzi e giovani sono annoiati e privi di quel mordente sociale che un tempo animava i nostri ambienti oratoriani, più poveri di strutture, ma più ricchi d’anima.
Non parliamo poi della Chiesa in genere. Credo che sia una tra le potenze più ricche del mondo. Se a questa potenza strutturale corrispondesse l’efficacia della Parola di Dio, la società non soffrirebbe così tanto, per tutte quelle ingiustizie che la stanno martoriando. Ingiustizie dovute anche al troppo di pochi, e al poco o al niente di una moltitudine che sembra aumentare giorno dopo giorno. Certo non risolveremmo la fame del mondo se la Chiesa dovesse spogliarsi di tutti i suoi beni. Ma a guadagnare sarebbe anzitutto la Parola che salva. La Parola di Dio non è incatenata dalle persecuzioni  o dalle violenze che ancora oggi subiscono le chiese cristiane, ma è incatenata dalla troppa ricchezza, dalla super-abbondanza di beni che mortificano la libertà dello Spirito.
Non dobbiamo prendercela se la Chiesa è perseguitata, casomai dovremmo fare un serio esame di coscienza quando la Chiesa vivesse troppi momenti di serenità. Le piante vanno potate perché diano più frutti, così la Chiesa: certe potature possono sembrare violenze alla libertà religiosa, in realtà sono la salvezza di una Chiesa che ha dimenticato la legge fondamentale del Vangelo, che è l’annuncio della Buona Novella nel servizio e nella gratuità.

 

2 Commenti

  1. Luciano ha detto:

    Grazie infinite don Giorgio. Davvero dobbiamo tornare all’Essenzialità del Messaggio Evangelico. Dobbiamo spogliarci di tutto quello che ci impedisce di Vivere nell’Amore di Cristo. Bisogna essere nel mondo ma non del mondo. Buona Giornata e Buona Festa.

  2. Luisella ha detto:

    don Giorgio oggi come sempre in ogni omelia si trova spunto alla riflessione, basta solo fermarsi e cogliere il senso vero e reale di ciò che viene trasmesso, ogni mente si può aprire se capace di cogliere e ascoltare, quanto sano e costruttivo lavoro sai compiere e dare, è una vera missione essere portatore di vera Parola nella nostra terra, cosi ti ascolto e raccolgo, ogni essere umano ha il diritto di espressione, è vero, e tu lasci che ognuno si esprima con ogni gergo, questo è rispettare la natura in ogni sua forma, poi continui sulla strada e sulla Via maestra dove conduci pazientemente quel “popolo” in cerca di verità. Grazie