Omelie 2026 di don Giorgio: DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO

18 ottobre 2026: DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO
Bar 3,24-38; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17
Ho sempre ritenuto questa ricorrenza, che ha una sua importanza, anche un’occasione per riflettere sulla nostra diocesi che, se è vero che è una tra le più grandi del mondo, è anche di conforto sapere che ha avuto arcivescovi di grande spessore, pensiamo a Sant’Ambrogio.
Tuttavia, proprio per questo, si soffre quando capita di avere pastori di poco spessore.
Non vorrei ripetermi, anche perché siamo in attesa di un nuovo vescovo, e non vale la pena di infierire più di tanto sull’attuale situazione.
Parlando del Duomo di Milano, ma potremmo parlare anche di ogni cattedrale, vorrei ricordare quanto ha scritto don Angelo Casati: «A me piace pensare che la costruzione sia sempre in corso; e ancora aperta la cosiddetta “Fabbrica del Duomo; ciò mi dà gioia, chiama l’incompiuto. Insegnamento prezioso, così ha da essere una chiesa, di cui il Duomo è simbolo: non può essere che costruzione “in fieri”, con la passione di dare nel tempo sviluppi nuovi al Vangelo del Maestro, lui la pietra, quella d’angolo, a fondamento di tutto».
Riflettiamo. Se capissimo che tutto è “in fieri”, a partire dal nostro essere! Ma che significa l’espressione latina “in fieri”? Significa letteralmente “in divenire” o “in via di formazione”. Descrive qualcosa che è già iniziato ma non è ancora completato, oppure che si trova ancora in una fase di ideazione, progettazione o evoluzione. L’espressione “in fieri” viene talora sostituita dall’altra più di moda: “già ma non ancora”, che è un concetto fondamentale della teologia biblica che descrive la condizione del credente nel tempo presente, ma in vista del futuro, ecco perché si chiama anche teologia escatologica (termine greco che significa “discorso sulle cose ultime”).
In sintesi possiamo dire che una caratteristica importante della fede che emerge dalla Bibbia è quella di essere una fede in cammino. Tutti i grandi personaggi e i grandi racconti puntano decisamente verso una meta, un avvenire lontano, del quale però già si vedono le gemme e le prime foglie.
Possiamo anche dire che i credenti vivono in una tensione tra il presente e il futuro, sostenuti dalla Grazia divina. Non mi piace usare la parola “speranza”.
E allora non è accettabile che le comunità cristiane siano del tutto immobili, vivano di sole tradizioni esteriori: devono essere creative non nella formalità, ma nel senso che attingono la loro fede dalla Grazia infinita di Dio, che è Luce sovrabbondante. Ogni credente, anche anziano, ha una sete insaziabile della verità, ed è ancor più triste vedere giovani che nel campo della fede si accontentano di poco, del già, senza pensare all’ancòra. E la cosa paradossale è che si vuole sempre di più in cose materiali, e ciò non permette di essere sempre “in fieri”, in cammino verso quella meta che è lo stesso mondo divino, che è in noi.
Chiariamo una cosa. Non si tratta di aggiungere qualcosa, come quando si costruisce una casa e si aggiungono i mattoni, il tetto, gli arredamenti, ecc. o per un Duomo si aggiungono altre statue o altri dipinti.
Nel mondo dell’essere si tratta invece di togliere ciò che è inutile per far sì che la grazia di Dio che in noi è “in fieri” diventi abbondante. Più ci riempiamo di cose, il germoglio divino non si sviluppa, il “non ancora” rimarrà sempre “non ancora”, lontano.
Questo è anche l’attuale dramma delle comunità cristiane, che più si aggrappano alle cose, meno si spogliamo dell’inutile, più diventano sterili nella Grazia illuminante e santificante.
Don Angerlo continua: «Poi la convocazione delle pietre, antiche e nuove, senza eccezioni, ciascuna con la sua originalità; e guai se qualcuno si arrogasse l’autorità di imporre un modello unico, sarebbe come assassinare la fantasia di Dio e la dignità delle sue creature».
Riflettiamo. Possiamo dire che ognuno di noi, pur nella sua originalità, è come una tesserina che compone il grande Mosaico divino, che è il Creato o l’Universo. Ogni tesserina è importante, ma nell’insieme del Mosaico. Anche le più umili tesserine hanno una loro originalità ed essenzialità, il che comporta l’estinzione di quell’ego che dà troppa importanza alla tesserina da credersi privilegiata. Pensate anche a quel fenomeno che si chiama omologazione, ad opera di un pensiero unico, quello del potere dominante che toglie a ciascuno la sua originalità. Forse sembra forte l’espressione di don Angelo: “sarebbe come assassinare la fantasia di Dio e la dignità delle sue creature”. Con Dio non abbiamo nulla da perdere, ma tutto da guadagnare anche nei nostri diritti, purché partano dai doveri, e il primo nostro dovere è prendere coscienza che siamo figli di Dio, e di nessun altro.
Don Angelo continua: «Il nostro Duomo, per come si affaccia. sembra evocare la grandezza e lo sconfinamento. Così allude anche il libro del profeta Baruc: “Quanto è grande la casa di Dio, quanto è esteso il luogo del suo dominio! È grande e non ha fine, è alto e non ha misura!”. Ebbene la grandezza, quella vera che dovremmo respirare nella casa di Dio, si accompagna alla Sapienza. Senza la Sapienza che viene dall’alto la grandezza diventa un delirio e una ubriacatura. Il profeta parla di “”famosi giganti dei tempi antichi, alti di statura, esperti nella guerra; ma Dio non scelse costoro e non diede loro la via della sapienza: perirono perché non ebbero saggezza, perirono per la loro indolenza!».
Continua don Angelo: «So di forzare il testo: stiamo – e non da oggi – assistendo a un attestarsi devastante della forza dei giganti, che confidano nella statura e nella guerra. Un crescendo di restrizione delle visioni. Un delirio che a poco a poco ha invaso pensieri e parole, gesti. Starei per dire che è cambiata l’aria, c’è pesantezza».
Don Angelon ha scritto queste cose anni fa: che direbbe oggi?
Una breve riflessione sul testo del Vangelo. Possiamo così riassumerlo. Troviamo un duplice aspetto: da un lato ci sono i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe, e dall’altra Cristo che, compiendo un gesto violento, restituisce al tempio la sua dignità di “casa del Signore”. Una casa dove Dio accoglie piccoli, ciechi e zoppi, tutti quelli che cercano il senso della vita, e spalanca loro gli occhi e la libertà nello spirito.
Il finale è sconcertante. Matteo scrive: «Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che Gesù aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide!”, si sdegnarono, e gli dissero: “Non senti quello che dicono costoro?”. Gesù rispose loro: “Sì! Non avete mai letto: Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode”? Gesù lasciò quei caporioni ciechi e ottusi, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte.
Don Angelo commenta: «Si apre un germoglio. Nel tempio rimane l’ombra nera, gli occhi bui. Il Maestro esce con i suoi. Una casa di amici lo accoglie a Betania nella notte: è immagine di una chiesa che sogniamo».

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