Omelie 2026 di don Giorgio: OTTAVA DOPO PENTECOSTE

19 luglio 2026: OTTAVA DOPO PENTECOSTE
1Sam 3,1-20; Ef 3,1-12; Mt 4,18-22
A me piacciono quei commenti sui testi della Bibbia quando a proporci delle riflessioni sono autentici ministri di Cristo, non necessariamente esegeti o teologi, ma che prima di scrivere o di parlare attingono al loro essere interiore, dove la Parola di Dio si rigenera nello Spirito. Il tutto con semplicità e umiltà. Perché non dirlo? Non è tanto la laurea o un titolo di studio che si dovrebbe esibire come garanzia di una ortodossia ineccepibile, e tanto meno come presunzione di voler imporre una interpretazione della Parola di Dio come se fosse un segreto da scoperchiare mediante un mucchio di parole più vane che sincere. È la santità di un ministro di Cristo che mi colpisce, quando mi aiuta a scoprire la bellezza più pura di un testo biblico che tocca il cuore o il Mistero divino.
D’accordo, occorrono anche degli esegeti quando il testo biblico appare difficile e andrebbe inquadrato in un contesto storico, ma gli esegeti dovrebbero prendere coscienza che il loro compito, pur prezioso, finisce davanti al Mistero divino. E qui entra in gioco la fede più pura, quella fede popolare, di cui parlava lo stesso Carlo Maria Martini: quella fede cioè che è tanto semplice quanto umile così come la saggezza della gente più comune che ha poche parole dotte ma vive nel silenzio una fede quasi irragionevole ma potente davanti a quel Dio altrettanto abbondante di Grazia.
Una lunga premessa per dire che talora basta poco per cogliere un nesso spontaneo tra il primo testo, che narra la vocazione di Samuele, e il testo evangelico, che narra la vocazione di quattro pescatori. È vero: Samuele e i quattro pescatori sono lontani tra loro da migliaia di anni, ma sono uniti dalla stessa Parola eterna di Dio. Sono in ascolto della stessa Parola. Saper ascoltare non è una caratteristica legata a un tempo determinato: è una qualità che è insita in ogni essere umano. Il nostro spirito interiore è in ascolto del Mistero divino. La vocazione di ciascuno è nel proprio essere. Una vocazione, che è ascolto, che ci ricrea ogni giorno. Brutta cosa dunque è farsi prendere dall’abitudine, come se Dio fosse qualcuno di noiosamente scontato. L’invito è: chiunque provi sempre un brivido per come è chiamato dal Signore. “Come accadde a Samuele nella notte, nella penombra di un tempio, e a quei pescatori nella luce accesa di una spiaggia di lago”.
La voce di Dio è un richiamo per ciascuno di noi: nella notte, o all’alba, o nei posti di lavoro o a scuola o mentre preghiamo. Una voce che non ci distrae dai nostri doveri quotidiani, ma ci ispira le cose migliori perché il nostro dovere diventi una gioia diffusiva.
E qui le riflessioni si allargano, sempre nella semplicità anche popolare. La voce di Dio è anche la voce di chi ci sta accanto. Ascoltiamo questo invito: “Tu sai che, se sei sordo, sei sordo per Dio e sei sordo per gli altri. Anche perché la voce di Dio spesso, e tu lo sai, si annida nella voce degli altri. E dunque avere finezza di udito. E cogliere, come fosse un’arte, e come vorrei averla!, cogliere le sfumature di una voce».
Don Angelo Casati ci aiuta a riflettere ancora: «Quando poi c’è di mezzo il tuo nome, è un po’ da brivido. Perché, quando lo senti pronunciare inatteso è come sentirti pescato in un mare infinito, il mare dell’umanità, dove tu non hai uno uguale a te. E ci vorrebbe un nome per ciascuno. Io non so dare un numero agli infiniti nomi. E ad ogni nome è legata una storia. Che non ha eguali. E ognuno è chiamato ad essere se stesso, secondo il suo nome e non secondo un altro nome. Legata al tuo nome una storia, la tua. Che è unica. Come legata al nome “Samuele” era una storia unica, irripetibile. Forse ha colpito anche voi l’insistenza del nome che risuonò, per ben tre volte, nella notte: “Samuele”. Qualcuno vi legge un’urgenza: per questo compito è urgente che risponda tu. E ognuno dal suo posto».
E ancora: «Vorrei aggiungere: non conta l’età. Samuele è un giovane, un ragazzo e dovrà portare messaggi pesanti al vecchio sacerdote, per tentare di aprirgli gli occhi, che si erano impalliditi per l’età, aprirli su quei suoi figli depravati. Ed avesse il coraggio di smascherarli! Troppo il malcostume, la corruzione, la volgarità con cui agivano indisturbati nel tempio. È scritto: “I figli di Eli erano disonesti e non si curavano del Signore. Nei rapporti con la gente non rispettavano le norme stabilite per i sacerdoti”. Si impossessavano delle vittime dei sacrifici, delle offerte del popolo, tradivano la fiducia della povera gente. Storie di corruzione che sono continuate e continuano nella società, e purtroppo anche nella chiesa. È cronaca ed è ferita al cuore. Vorrei dire ferita al cuore dei più poveri, dei più semplici, di quelli che ancora osano affidarsi».
Forse una volta i giovani erano più maturi di oggi, e si potevano affidare a loro delle responsabilità sociali e spirituali. Certo sbagliavano anche, e andavano guidati. Ma oggi i giovani trovano mille scuse per non impegnarsi in qualche incarico importante. E se vengono coinvolti vengono buttati per scopi meno nobili in qualcosa di troppo grande per essere poi bruciati.
Ecco il Vangelo: la voce arriva lungo un litorale. Immaginiamo la scena: quel lago così caro a Gesù, le barche e i pescatori. Una scena dunque per Gesù del tutto familiare. Ed è qui, sul lago, che il Maestro propone le prime chiamate: per una missione sconvolgente, anche se all’inizio non appariva tale, ma in ogni caso la chiamata richiedeva subito un radicale distacco dalla vita ordinaria. Tutto per un regno, quello di Dio, che si radica già nell’oggi. Che istruzione potevano avere i pescatori, abili sì nell’arte della pesca?
Forse Gesù preferiva affidare un grande messaggio a gente abituata al sacrifico e senza tanti grulli nella testa. Pescatori, e per questo Gesù dirà loro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”.
Vi propongo questo commento: «Già mi commuove questo Messia che “passa” lungo il mare di Galilea. Quasi una passeggiata informale e quotidiana, tanto comune da passare inosservata ai più. Uomo tra gli uomini. Feriale. Ma quell’invito a seguirlo per diventare “pescatori di uomini” con tutta sincerità qualche problema me lo ha sempre creato. Pescare significa adescare, imprigionare, catturare. Tra l’altro nelle antiche lotte romane i gladiatori usavano proprio le reti per immobilizzare l’avversario. Fino a quando non mi si è aperta la mente per comprendere che pescare uomini significa trarli in salvo, chiamarli a liberazione, mettersi al servizio della loro vita e della loro gioia. Non solo perché nella cultura di Gesù, del suo tempo e del suo popolo, le acque erano il luogo dei mostri malefici e del male vero e proprio. Ma semplicemente perché nelle acque di un mare o di un lago, si muore, si annega. Al contrario che pescare pesci, pescare uomini significa metterli in salvo. E allora è questa la missione a cui Gesù ci chiama, tutti. A liberare le persone mettendoci a servizio di progetti di liberazione da ogni sorta di tentativo di mettere in pericolo la vita e da ogni forma di schiavitù. Si serve il Vangelo, liberando: si annuncia il Vangelo, liberando. Si testimonia il Vangelo, liberando. E allora forza, continuiamo a tessere reti per pescare. Persone umane che hanno bisogno di essere liberate».

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