Scrivere del G8 di Genova per quei venti milioni di italiani che allora non c’erano

da www.huffingtonpost.it
17 Luglio 2026

Scrivere del G8 di Genova

per quei venti milioni di italiani

che allora non c’erano

di Fabio Luppino
È uno degli obiettivi del libro scritto da Giovanni Mari, Genova oltre Genova, People, da un mese in libreria. Ne aveva scritto un altro per il ventesimo anniversario di quelle tragiche giornate. “Avevano ragione i ragazzi in piazza a Genova”
I fatti di Genova G8 2001 sono incontrovertibili. Ci sono stati dei processi, sono stati raccolti mucchi di documenti. A parte l’appartenenza dei black bloc (non certo alle centinaia di migliaia di giovani del Genova social forum) è tutto noto. Quattro giorni in cui la polizia (e i carabinieri) invece di fare ordine pubblico agì come se dovesse condurre un’azione militare in un campo di battaglia; informative dei Servizi ignorate per lasciare fare; agenti esasperati e caricati a molla volutamente dai loro superiori. Vendette e orrori alla scuola Diaz, vendette e torture alla caserma di Bolzaneto. Informazioni verificate come false per irrompere in piena notte con manganelli e spranghe su ragazzi inermi che dormivano. La sospensione della democrazia, dello Stato di diritto, la macelleria messicana, di cui nessuno, ancora nessuno a livello istituzionale ha mai chiesto scusa. Franco Gabrielli, che nel luglio 2001 non era nei vertici, ha detto anni fa in una intervista a Repubblica che se fosse stato al posto dell’allora capo della Polizia, “si sarebbe dimesso”. Nella stessa intervista disse ancora (riportato nel libro di Mari): “Il G8 di Genova fu una catastrofe e in futuro non ci sarà mai più una nuova Genova. Un’infinità di persone, incolpevoli, subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. E se tutto questo, ancora oggi, è motivo di dolore, rancore e diffidenza vuol dire che la riflessione non è stata sufficiente”. Fallimenti della politica, fallimenti mediatici, fallimenti di vertici che allora come ora continuano ad ignorare i popoli del mondo.
Giovanni Mari, caporedattore centrale del Secolo XIX, lo storico giornale genovese, è tornato ancora su quei giorni di Genova. Per il ventennale aveva scritto, Genova, vent’anni dopo. Il G8 del 2001, storia di un fallimento, People. Ora, da più di un mese in libreria, sempre per People edizioni, con Genova oltre Genova. L’alternativa al G8 era possibile, ora è urgente. Ai fatti di sangue, all’omicidio di Carlo Giuliani, alla Diaz, a Bolzaneto dedica la seconda parte del volume. Nella prima si sofferma sulle ragioni dei No Global, sulle rivendicazioni ai Grandi del mondo, a Genova come in altri contesti mondiali. Tutte valide, la cui rimozione è causa del precipizio in cui il mondo si sta infilando. Venticinque anni buttati in tema di emergenza climatica, la devastazione ambientale, senza tagliare il debito ai paesi più poveri. Mandando in malora centinaia di milioni di posti di lavoro con la finanziarizzazione dell’economia, abbassando il reddito globale pro capite e facendo a pugni con la quota che determina la soglia di povertà, due dollari, con l’inflazione che si è mangiata il potere d’acquisto dei poveri. Con i ricchi sempre più ricchi dopo venticinque anni. Con i flussi migratori che sono causa dello strozzamento economico di decine e decine di Paesi, perché nessuno se potesse restare a casa sua si metterebbe su imbarcazioni infernali. Con le istituzioni mondiali insufficienti allora e invisibili ora. Il Social Forum scriveva parole di verità, inascoltate, su tutto questo. “Altro che estremisti: quei ragazzi di Genova erano dei visionari e ancora oggi la loro piattaforma di idee e valori può costituire una bussola assoluta e incorruttibile sulla direzione da prendere verso la via dell’equità e della sostenibilità – scrive Mari-. Dalle ceneri di un G8 nero può materializzarsi uno strumento che indica la strada giusta”.
Ai venti milioni di italiani che non c’erano (naturalmente non solo a quelli), a quei venti milioni che possono solo leggere, vedere, documentarsi, raccogliere testimonianze di chi ancora ha voglia di raccontare Giovanni Mari dedica questo libro. Alle loro coscienze, affinché non restino sbiadite e omissive come quelle di molta parte della politica e di una parte, anche se minoritaria, di chi fa informazione partendo da idee a priori e non dai fatti. A tutti coloro rinvio l’attenta lettura del capitolo 6, L’abisso. Parlando della notte alla Diaz, Giovanni Mari scrive: “Nella storia della città c’era stato solo un precedente agguato di Stato a danno di persone innocenti: era il 16 giugno del 1944 e i fascisti irruppero nelle fabbriche di Sestri Ponente per consegnare ai nazisti 1.500 operai da usare come schiavi del Terzo Reich”.
Non ci facciamo illusioni sulle capacità di chi oggi governa di dire parole di senso a venticinque anni dal G8 di Genova (19-22 luglio 2001). L’ossessione dell’ordine pubblico li porterà a dare letture negate dai fatti: propaganda, populismo, sovranismo, elettoralismo vengono prima dell’umanità. Da quei giorni, Giuliano Giuliani e sua moglie Haidi non hanno più il loro figlio Carlo.
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da www.huffingtonpost.it
18 Luglio 2026

Luca Casarini:

“La disobbedienza di Genova continua,

ci avevamo visto lungo”

di Federica Fantozzi
25 anni dopo il G8, Huffpost raggiunge telefonicamente l’allora leader delle Tute Bianche e poi dei Disobbedienti, mentre è a Minneapolis per protestare contro le politiche di Trump: “Quel cammino prosegue oggi nella lotta all’Ice, alla violenza istituzionale, alla creazione della paura come metodo di governo, alla diseguaglianza come sistema economico”
Venticinque anni fa Luca Casarini, allora leader delle Tute Bianche e poi dei Disobbedienti, sfilava per le strade di Genova contro i “potenti della terra”. Adesso, come capo missione e fondatore della Ong “Mediterranea”, è negli Usa per l’incontro mondiale dei movimenti popolari, piattaforma voluta nel 2014 da Papa Francesco per unire le istanze dei movimenti all’accompagnamento della Chiesa. Adesso a Minneapolis, tappa fondamentale per la resistenza alle politiche trumpiane: “Non è casuale che nell’anniversario del G8 mi trovi qui dove il cammino di Genova continua nella lotta all’Ice, alla violenza istituzionale, alla creazione della paura come metodo di governo, alla diseguaglianza come sistema economico”.
Sulla globalizzazione il “popolo di Seattle” ci aveva visto lungo?
Certo, più lungo di tanti grandi analisti ed economisti che non hanno visto arrivare la crisi dei mutui del 2008 né l’aumento della forbice tra ricchi e poveri. L’ultimo recente rapporto Oxfam fotografa una situazione in cui 12 soggetti detengono quanto oltre 4 miliardi di persone. Ci hanno raccontato la favoletta che la globalizzazione avrebbe aiutato il mondo a essere meno diseguale mentre oggi ci sono privati più abbienti degli Stati. Ci avevamo visto lungo: i privati continuano ad accumulare ricchezza sottraendo beni comuni alla proprietà di tutti. Pensiamo allo spazio: chi ha detto che è di Elon Musk, che lancia satelliti condizionando l’accesso alle informazioni, e non dell’umanità intera?
Se vi avessero ascoltato all’epoca sul turbo-capitalismo la storia dell’ultimo quarto di secolo – dalle guerre al cambiamento climatico – sarebbe stata diversa? Avete ragione da 25 anni?
Penso proprio di sì. Ciò che proponevamo allora, e oggi in forme più consapevoli, era sostanzialmente la possibilità di mettere in campo strumenti di redistribuzione della ricchezza e di tutela dei beni comuni. Economia dal greco significa legiferare per amministrare la casa comune, non accumulare a favore di oligarchi. Quella è rapina, appropriazione indebita che sottrae al pianeta mare, terra, spazio. Le guerre scoppiano per il petrolio e per le fonti energetiche. Pensiamo all’AI: il vero nodo sono i dati gestiti e venduti nei data center privati per fare soldi a spese delle nostre vite.
La sinistra nel mondo non è stata all’altezza delle vostre aspettative?
La sinistra alla Tony Blair pensava di poter disegnare una società migliore mettendo al centro il mercato secondo la teoria del “gocciolamento” che dai ricchi avrebbe portato benessere verso il basso. È stato vero il contrario. Avevamo ragione noi: l’ideologia del mercato globale, della finanziarizzazione, del turbo-capitalismo ha prodotto invece un’accelerazione delle diseguaglianze. Oggi è sotto gli occhi di tutti, noi lo dicevano 25 anni fa a Genova.
Il “movimento dei movimenti” puntava a globalizzare la lotta per pace, giustizia, clima, sanità pubblica, fisco equo. Che cosa ha ottenuto?
Anzitutto ha portato la consapevolezza che il mondo era in procinto di cambiare e le nuove generazioni avrebbero dovuto confrontarsi con questo cambiamento. Vivevamo in un contesto costruito, poi la realtà proiettata si è infranta sui fatti veri. Accade ancora: in California ho visto Silicon Valley e i campesinos che lavorano come schiavi nei campi per 10 dollari al giorno. Il movimento ha fatto aprire gli occhi a noi, ai giovani, a tutto il pianeta.
Quanto ha influito l’11 Settembre sullo sviluppo del movimento?
Molto. Il mondo ha sbattuto contro un piano di guerra civile globale. Il conflitto è fatto di due elementi. Il primo è quello esterno, la guerra fra Stati, che può essere fredda o calda come adesso che andiamo verso la Terza Guerra Mondiale a pezzi. Il secondo è la dimensione interna: un mondo diseguale non può che essere governato dalla guerra, è troppo diseguale per consentire una governance pacifica. Lo vedo ancora nella lotta contro gli squadroni dell’Ice che uccidono lavoratori. L’ingiustizia elevata a sistema non può che generare guerra permanente.
Non è un paradosso che le proteste più forti e partecipate della storia abbiano riguardato un G8, a Genova, che rispetto ai vertici attuali prendeva in maggiore considerazione il tema delle diseguaglianze, dai fondi per la lotta all’Aids al commercio equo e solidale?
Partiamo dal presupposto che le proteste poi sono state represse nel sangue, annientate dai governi con violenze e carcere. Non è poco: non c’è stata nessuna risposta di accoglienza di quelle istanze, soltanto parole. Lei parlava dell’Aids: la lotta per i farmaci salvavita di Nelson Mandela contro le Big Pharma è stata senza tregua.
I tribunali però hanno imposto alle società farmaceutiche di fornire i brevetti gratis per limitare la diffusione dell’Hiv. Non è stata una vittoria?
Grazie ai giudici, sì. Tuttavia, contro il covid l’Ue ha dovuto comprare i vaccini e nonostante si parlasse di pandemia globale solo una minima parte della popolazione mondiale si è potuta immunizzare. E il referendum che ha sancito il diritto all’acqua pubblica? Oggi nel mondo l’accesso all’acqua è un problema enorme. Qui, negli Usa, senza assicurazione sanitaria si muore. Questi sono i dati che ci consegna la storia. Il paradosso casomai è che Fmi, Wto, Banca mondiale cercavano di convincerci di essere il governo mondiale. Intanto: chi li aveva nominati? Lo slogan di Genova era: voi siete 8 noi 6 miliardi. Ma poi non avevano capacità concreta di governare: lo vediamo oggi che il diritto internazionale è carta straccia, vince il più forte.
L’uscita degli Usa dall’Oms ha indebolito la lotta a malattie endemiche in Africa. Scusi, il multilateralismo imperfetto non era comunque meglio dell’unilateralismo trumpiano?
Ma era una finzione, una proiezione, la creazione di una realtà virtuale. Il G8 dava diritto di tribuna ai diritti umani, dedicava loro discorsi, ma tutto finiva lì. E allora non poteva che andare in questo modo. La nostra contestazione era proprio che avrebbero dovuto fare sul serio: basta con lo sfruttamento dell’80% del mondo e con la compressione dei salari. Dopo il crollo del Muro di Berlino l’ossessione è stata ripetere che non c’era un’altra strada. Allora non ha senso dire che ieri si stava un po’ meglio, perché quello ieri è stato la premessa di questo oggi.
Oggi abbiamo la global minimum tax, la protesta dei trattori, l’ipotesi di sospendere certi brevetti, le proposte di imposta patrimoniale. Un’”altra globalizzazione” è ancora possibile?
Assolutamente sì. È scritta nelle lotte della vita “disobbediente” che a Genova non accettava la conclusione che un solo mondo – quello – fosse possibile. Insieme a Carlo Giuliani hanno tentato di uccidere questa idea ma non ci sono riusciti. Oggi molte comunità si autoorganizzano, vivono in modo diverso e non accettano l’ingiustizia, la diseguaglianza e la distruzione del pianeta come unico mondo possibile. Non hanno stroncato questa speranza.
Chi è nato nel 2001 oggi non ha memoria di quanto accaduto a Genova, da piazza Alimonda alla “macelleria messicana” alla scuola Diaz fino alle violenze nella caserma di Bolzaneto. In Italia c’è una rimozione collettiva, come ha denunciato su Repubblica Elena, la sorella di Carlo Giuliani?
Il lavoro del potere, dopo aver permesso il massacro a Genova, è stato proprio cercare di rimuoverne la memoria e ogni forma di contraddizione. La polizia ha perso un’occasione di riformare se stessa: Franco Gabrielli, uomo democratico, ha detto che hanno voltato pagina ma non è vero. La cultura della polizia, e quindi dello Stato, non è cambiata: si aggiunge un pezzo di cattiva cultura per cui le istituzioni non processano se stesse. Sono d’accordo con Elena Giuliani: quella rimozione ha schiacciato la Repubblica e potenziato lo Stato. Il che in democrazia è pericoloso perché per la ragione di Stato si commette qualsiasi nefandezza mentre è la ragione della Repubblica ad impedirlo. La verità storica è incontrovertibile: a Genova c’è stata la risposta violenta del potere ad istanze democratiche. Ma in concreto è stata un’occasione mancata.
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da www.huffingtonpost.it
18 Luglio 2026

Genova 2001: Carlo Giuliani e noi,

venticinque anni dopo

di Andrea Catarci
L’ANGOLO DEI BLOGGER. Partivamo dalla Garbatella, ancora immersa nella festa popolare per lo scudetto della Roma, così travolgente da rendere perfino difficile trovare il tempo per gli incontri preparatori. Sapevamo che pochi giorni dopo ci saremmo ritrovati dentro un clima surriscaldato per tutt’altro, in quella che si sarebbe rivelata come una delle pagine più cruente della storia repubblicana
Era venticinque anni fa, luglio 2001. Era lunedì, ci muovevamo dalla Garbatella verso la stazione Tiburtina per prendere il treno diretto a Genova. Eravamo una ventina di persone, diverse per età ed esperienze, legate a Rifondazione Comunista e al centro sociale La Strada, dalle più giovani ed entusiaste a Francesca, Remo, Davide e il resto più allenato. Lasciavamo un quartiere e una città ancora immersi nella festa popolare per lo scudetto della Roma, così travolgente da rendere perfino difficile trovare il tempo per gli incontri preparatori. Sapevamo che pochi giorni dopo ci saremmo ritrovati dentro un clima surriscaldato per tutt’altro, in quella che si sarebbe rivelata come una delle pagine più cruente della storia repubblicana.
Fin dall’arrivo alla stazione di Brignole e nel tragitto verso lo stadio Carlini era evidente quale accoglienza ci fosse stata riservata: una città militarizzata, blindati ovunque, divise a ogni incrocio, pochissimi civili per strada.
Erano i giorni dell’allestimento delle tende, delle assemblee tese e lunghe, dei laboratori per costruire protezioni individuali e collettive con gommapiuma, tappetini da campeggio, bottiglie di plastica, cartone e plexiglass. Erano i giorni della determinazione a violare la zona rossa e a utilizzare i corpi per farlo, nelle mobilitazioni promosse dal Genoa Social Forum e dalle tante organizzazioni aderenti al “movimento dei movimenti”, che metteva radicalmente in discussione un intero modello di sviluppo. Si parlava di democrazia, welfare, ambiente, diritti, Nord e Sud del mondo, immigrazione, città, periferie, povertà, uguaglianza, redistribuzione della ricchezza. Molte delle questioni che allora venivano liquidate come estremiste o utopistiche sono oggi al centro del dibattito pubblico mondiale: l’aumento delle disuguaglianze, il potere della finanza globale, la crisi climatica, la precarizzazione del lavoro, le migrazioni come fenomeno strutturale. Genova aveva intuito molto.
Erano i giorni della ribellione al G8 e a un’idea di globalizzazione presentata come inevitabile. Una globalizzazione difesa con la forza cieca e brutale delegata a truppe addestrate al massacro dei manifestanti fin dal precedente di Napoli, dove un governo di colore diverso da quello di Berlusconi e Fini aveva adottato le stesse pratiche repressive e autoritarie. Una globalizzazione protetta dietro cancellate, sbarre e zone rosse che facevano di Genova una città-galera, presidiata da migliaia di uomini in armi con “licenza di pestaggio”. Da una parte il potere che blindava gli 8 grandi del pianeta, espressione di politiche di oppressione e sfruttamento gestite da istituzioni internazionali ademocratiche come la Banca Mondiale e il WTO; dall’altra una moltitudine vivace e determinata che rivendicava il diritto a immaginare e costruire un altro mondo possibile e necessario.
Erano i giorni della sospensione della democrazia, in quella che Amnesty International avrebbe poi definito “la più grave violazione dei diritti umani dalla fine della Seconda guerra mondiale”.
Era il 20 luglio 2001. Il giorno in cui a piazza Alimonda si presero la vita di Carlo Giuliani, ucciso dai colpi di arma da fuoco partiti da una camionetta dei carabinieri. Un morto in uno scontro di piazza non è mai solo una vittima, diventa un simbolo di ideali e istanze e Carlo lo è diventato e lo è. Le manifestazioni sono continuate il 21 e il 22 luglio, ancora più partecipate. Migliaia di persone hanno sentito il bisogno di raggiungere Genova mentre si consumavano la macelleria della scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto, pianificate e praticate in aggiunta alla violenza spropositata esercitata nelle strade.
Alla battaglia campale è seguita la propaganda di regime, impegnata a negare ogni responsabilità, a mettere sullo stesso piano un estintore e una pistola, a infangare la memoria di un ragazzo e di una piazza che pretendevano giustizia sociale. Sono arrivate le prove false costruite da appartenenti alle forze dell’ordine e i processi-farsa, capaci di rovesciare la realtà, fare piena ingiustizia e aprire la strada alle promozioni di molti tra i responsabili, nell’impotenza e nella collusione delle principali forze partitiche.
Negli anni successivi una parte di quella moltitudine irrequieta, uscita da Genova ferita nel corpo e nei pensieri, ha scelto di allontanarsi dall’impegno politico e dalla dimensione collettiva; un’altra ha fatto la scelta opposta, vivere quella vicenda come il battesimo di fuoco e proclamare la propria irriducibilità alla resa, per restare in campo contro i potenti cercando un diverso modo di proseguire la militanza. Il principio del “pensare globale, agire locale” ha trovato, proprio allora, nuove forme di espressione dentro associazioni, centri sociali, esperienze di mutualismo, comitati, reti civiche, spazi culturali. Non si è rinunciato all’ambizione di cambiare il mondo. Si è scelto di tradurla nella costruzione paziente di comunità, nella cura dei luoghi, nella difesa dei beni comuni, del diritto a casa, salute, istruzione e reddito. Dopo Genova, partecipazione, mutualismo e ricostruzione dei legami sociali sono diventati, per molti, il modo concreto di continuare quello stesso scontro, alternative concrete nei territori dopo il punto più alto della critica al modello dominante toccato a Genova.
Intanto, sono arrivate le generazioni del nuovo millennio, che hanno richiamato anche le precedenti all’impegno, ricucendo un filo che sembrava spezzato. Hanno ripreso a intrecciare analisi, partecipazione e azione diretta, a scommettere sulla forza trasformativa dei movimenti, a ricordare che la storia non è finita e che la giustizia sociale rimane un orizzonte possibile.
Per Carlo Giuliani.
Per sempre ragazzo.

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