Una Diocesi allo sbando totale! Che fare?

Ordinazioni presbiterali: 25 nuovi preti per la Diocesidi don Giorgio De Capitani
La Diocesi milanese è come un grosso corpo in stato di disfacimento.
No, non è assolutamente tutta colpa dell’attuale vescovo ciellino. Angelo Scola ha solo messo a nudo una struttura che da tempo si trascina col suo passo lento. Lento, perché stanco. Lento, perché col fiato grosso. Lento, perché senza alcuna prospettiva.
Carlo Maria Martini è stato un grande bene per l’Umanità, ma non altrettanto lo è stato per la sua Diocesi. Ha, comunque, tentato di restituirle un po’ d’anima, ma il grosso corpo non ha sussultato più di tanto. Certo, ha seminato bene, ma la terra ambrosiana resterà ancora a lungo improduttiva, tanto più che in questi ultimi anni ha conosciuto una lunga stagione di gelo.
Spero che arrivi un Pastore “illuminato”, ma, in ogni caso, non gli sarà facile far uscire dal coma il popolo ambrosiano. Peggio, se imiterà pedissequamente il buonismo di papa Francesco. 
Ci vorrà un Pastore saggiamente “aperto”, e non superficiale: che sappia risvegliare anzitutto tra il clero quel senso mistico, che si è perso in un pragmatismo tutto fare, che finora è servito solo a dare l’illusione di una vitalità tutto ventre.
Se Angelo Scola è stato snobbato dall’indifferenza dei preti milanesi, che lo hanno trattato come qualcosa di inutile, anche compatito, anche deriso, ma nella più totale vigliaccheria di chi vede e tace, ecco, un Pastore che puntasse alla interiorità radicale del Vangelo dell’essere, verrebbe emarginato come qualcosa di scomodo, di irriverente, di pericoloso.
Il vero problema della Diocesi milanese è il clero: un caso patologico che solo il Padre Eterno potrebbe risolvere. Ma forse anche un grande miracolo servirebbe a nulla.
Non si sa da dove e come ripartire. Dai giovani preti? Vedendoli già alle loro prime esperienze pastorali, fanno spavento. Sembrano promettere solo fumo. Al massimo sono tizzoni fumiganti, destinati a spegnersi sotto un mucchio di ceneri.
È il clero in genere, giovane o adulto poco importa, che non dà speranza. C’è qualcosa che non funziona. Cosa?
Eppure, bisogna tentare qualcosa. Ma non basta dire qualcosa. È un discorso che impegna radicalmente, ovvero alle radici, il proprio essere.
I preti predicano, ma come pappagalli che ripetono le solite voci di suoni senza senso. D’altronde, non hanno tempo neppure per riflettere. Fanno e disfano, ma nel campo di una religione che mette al centro l’idolo dell’avere. Pregano, ripetendo prolisse formule pagane. Fanno la carità con il contagocce dell’opportunismo e del calcolo leghista.
Mi chiedo se questi preti, ministri di una Chiesa ministra di se stessa, siano diversi dai funzionari laici, ligi al loro dovere, ma al punto giusto per conservare il loro ruolo da apprendista stregone. Funzionari! In nome di quale dio?
Se chiedete ai preti in quale dio essi credono, vi risponderanno con il catechismo in mano, di una chiesa che prima inventa un proprio idolo e poi lo riduce in formule.
 Ogni tanto la batteria si scarica, e allora il clero partecipa a riunioni, ad esercizi spirituali, ma per ricaricare la molla della propria abitudine a credenze religiose, ovvero di una religione sempre super attiva nel proporre ai suoi devoti esercizi mentali auto-distruttivi. E poi si torna più concentrati per far funzionare al meglio l’ingranaggio della parrocchia. Ingranaggio!
E si inventa di tutto, pur di riconquistare qualche pecorella smarrita, anche facendo il giocoliere in chiesa o distribuendo dolci e dolcetti a piccoli e grandi, o proponendo sconti (prendi due paghi uno!), sempre con lo scopo di attirare qualche allocco alla causa di un dio, che non riesce più né a ridere né a piangere, tanto è diventato un pezzo di gesso.
Ci sarà pure qualche prete che crede ancora nel Mistero di Dio! Certo, ma il Mistero rimane lontano, e il prete si aggrappa a Dio con tutte le forze ancora rimaste, ma il problema è del tutto personale. Mi viene da pensare a certi film di Ingmar Bergman.
Il gregge non va coinvolto. Il dramma del suo prete che cerca disperatamente il Dio mancato non lo riguarda: la pastorale è una faccenda prettamente religiosa, ovvero in funzione di una religione che si auto-compiace, lasciando la coscienza del singolo in balìa delle proprie ossessioni personali.
Ma il dramma dei preti alla ricerca della fonte genuina dura poco: l’arte ingannevole della Chiesa sa spegnere nel bagno dell’obbedienza cieca ogni desiderio “proibito”, ovvero quelle disperate voci che richiamano l’Infinito dissacrante.
Sembrerebbe assurdo anche il solo pensarci, ma la realtà è questa: sembra quasi impossibile parlare di Mistica al clero di oggi, a cui interessa solo servire la religione, col minimo sforzo e il massimo rendimento.
La chiesa gerarchica non tema: i suoi ministri non riusciranno a metterla in crisi nell’ordine costituito. Magari fingendo, non si permetteranno mai di disobbedire alle direttive canoniche, attenti a non irritare l’autorità del loro vescovo, per nulla credibile ma del tutto temibile.
In questo clima, il clero si è formato, a dispetto della coscienza e della libertà dello Spirito: Coscienza e Spirito, due pilastri della spiritualità anche diocesana, ma che rimangono nel cassetto dei “desiderata” sempre in fieri.
Che cosa mi auguro? Sono in attesa che finalmente il clero, non solo quello ambrosiano, esca dall’anonimato di una funzionalità puramente religiosa, per conquistare quello spazio interiore, dove è sempre presente il Divino, ovvero lo Spirito della libertà.
Solo così il clero potrà far saltare la religiosità strutturale di una Chiesa che pensa solo a idolatrare i propri manufatti.
A quando? Ne passerà ancora di tempo, e non basteranno neppure cento vescovi come Carlo Maria Martini, ma basterà uno come Angelo Scola ad allontanare la possibilità di una radicale conversione tra il clero. 
***
Vi invito a leggere l’articolo (tanto fumo e poco arrosto!)
Parroci di Milano a confronto sulle molte “anime” della metropoli
 

 

3 Commenti

  1. mauro ha detto:

    Mi viene spesso di pensare che il nostro clero sia lo specchio fedele di quello che i “praticanti” si aspettano da loro… Belle messe, magari ricche di corali e sceneggiature da pro loco, oratori opulenti con sale riunioni utili ad autocelebrarsi e campi per i vari giochi delle solite compagnie di giro, omelie che ripropongono, più o meno brevemente, il ripasso delle letture appena sentite, così da permettere anche ai più distratti di ricordare qualcosa, feste, sagre, processioni e ricorrenze celebrate neanche troppo nascostamente per fare cassa per questa o quella attività.. La nostra chiesa non “scandalizza più nessuno” e questo mi fa pensare… Nessuno di noi vuole essere disturbato ed allora avanti con l’omologazione al pensiero dominante di turno, in un buonismo che porta i fedeli più fedeli, quando parlano di cose di chiese, ad esprimersi imitando financo nei toni e nei gesti i loro preti…
    Non so cosa dire o proporre.. l’età media dei partecipanti alla messa sembra inversamente proporzionale alla fuga dei giovani.. A me piace una chiesa che sia santa e riformanda.. ecco, forse, il coraggio di aprirsi davvero alle cose nuove della società manca per non aprire ulteriori crepe in una struttura in evidente declino, e la nostra chiesa ambrosiana, che pure dovrebbe essere la prima ad essere coraggiosa, appare ancora più struttura delle altre…
    Ho paura per la chiesa che si va via via straniando dalla società… coltivo la fede ma cerco profeti..

  2. Giuseppe ha detto:

    Non vorrei versare benzina sul fuoco di un quadro già così impietoso, ma temo che questa crisi che tu denunci non si limiti alla sola diocesi di Milano e del suo hinterland, visto che se ne colgono i segni un po’ dovunque. Non posso esprimere giudizi generalizzati, basandomi solo su situazioni in cui mi sono imbattuto e persone che mi è capitato di incontrare, ma una idea al riguardo me la sono fatta, anche perché ho una certa dimestichezza con l’ambiente delle parrocchie, anche se non sono aggiornatissimo.
    Intanto vorrei mettere l’accento sulla ormai cronica crisi vocazionale, che vede diminuire ogni anno il numero dei nuovi preti usciti dai seminari di casa nostra, tant’è vero che la presenza di sacerdoti stranieri, provenienti spesso da altri continenti, è diventata la regola, almeno qui a Roma. Non solo, ma ho l’impressione che più di qualcuno abbia delle serie difficoltà ad esporre e spiegare la parola di Dio in modo da carpire l’interesse dell’uditorio, toccando le coscienze dei fedeli, almeno a sentire certe omelie che hanno spesso il sapore amaro della superficialità e della limitatezza. Magari si tratta di individui attivi e dinamici, e anche disponibili ad offrire comunque una parola di conforto e di incoraggiamento, ma come lo farebbe un assistente sociale o un altro operatore del settore. Mentre d’altra parte, a fronte di realtà che vivono nell’indigenza e che senza l’aiuto di enti e comunità, farebbero fatica a tirare avanti, assistiamo all’intraprendenza di parroci che “sanno muoversi” e attraverso mille iniziative mondane e festaiole, gestiscono la vita parrocchiale come affaristi o manager di grandi aziende. Anche se così privilegiano l’effimero, magari a scapito della loro missione spirituale e pastorale. Do per scontato che sia evidente l’estremizzazione di questi esempi, perché sono certo che ci siano ancora diversi preti che assolvono in pieno la propria missione e sappiano coinvolgere nel profondo le anime di coloro di cui si prendono cura.

  3. GIANNI ha detto:

    Non posso dire di conoscere tutte le tipologie possibili ed immaginabili di sacerdote, ma quelli che ho conosciuto per lo più amano il quieto vivere.
    Intenti nelle loro cerimonie religiose, talora nelle formule degli esercizi spirituali, ma poco propensi a lasciar spazio ad una riflessione più personale.
    Diciamo che molti amano la quotidiana routine della loro vita, e probabilmente per loro fa lo stesso un vescovo più conservatore o più innovativo.
    L’importante è che non siano disturbati nelle loro consuetudini giornaliere.
    Qualche novità, magari a base di feste di parrocchiani, et voilà, per loro tutto finisce qui.