Omelia di don Giorgio: Domenica dopo l’Ascensione
20 maggio 2012: Domenica dopo l’Ascensione
At 1,15-26; 1Tm 3,14-16; Gv 17,11-19
Giovedì scorso la Chiesa ha celebrato il Mistero dell’Ascensione di Gesù. Anticamente tale festività – tenendo conto della indicazione cronologica di quaranta giorni dopo la Risurrezione contenuta nel libro degli Atti degli Apostoli – veniva celebrata il giovedì successivo alla Sesta domenica di Pasqua. E questo fino al 1977, quando, in seguito ad un accordo tra il governo e i vescovi italiani, l’Ascensione venne soppressa come festività civile, per cui venne spostata come festività liturgica alla domenica successiva, settima domenica di Pasqua. Recentemente, venne di nuovo rimessa come una volta il giovedì successivo alla Sesta domenica di Pasqua, ma, non essendo più festa civile, si può dire che è quasi scomparsa dalla devozione popolare. Non dimentichiamo che l’Ascensione, insieme alla Pasqua e alla Pentecoste – il Natale fa un po’ a sé -, era una tra le festività più importanti nella Liturgia della Chiesa.
Non potrei in poche parole spiegarvi il senso della Festa dell’Ascensione, anche perché è difficile per gli stessi studiosi cogliere il significato teologico di quei quaranta giorni in cui Gesù – come scrive Luca negli Atti – “si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove… apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”.
Penso che almeno una domanda sia lecita: come mai non erano bastati agli apostoli quei tre o quattro anni in cui Gesù, durante il suo ministero pubblico, aveva insegnato, aveva compiuto dei segni del tutto particolari, quasi quasi che la stessa passione e morte, per non parlare poi dell’Evento della risurrezione, non bastassero a renderli consapevoli della Buona Novella, come poi, invece, succederà dopo la Pentecoste? Gesù ha voluto rimanere ancora, in un modo del tutto “misterioso” – questo appare evidente dai racconti dei Vangeli – altri quaranta giorni per preparare i suoi discepoli al dono dello Spirito santo. E notate: nonostante questo, fino alla fine in alcuni discepoli restarono forti dubbi. Un insegnamento potrebbe essere questo: finché viviamo su questa terra, nonostante segni, prodigi, una fede sempre più matura, ci sarà sempre da camminare, da cercare e ricercare; tranne i fondamentalisti, ovvero coloro che hanno una fede cieca, noi poveri mortali ci sentiamo sempre in balìa di dubbi, di paure, di debolezze. Del resto, come vedremo, agli stessi apostoli non basterà neppure la discesa dello Spirito santo. La storia millenaria della Chiesa è una prova lampante!
Oggi, in questa domenica dopo l’Ascensione, vorrei soffermare la vostra attenzione sul primo dei tre brani: è tolto, come al solito in questo periodo pasquale, dal libro degli Atti degli Apostoli. Siamo nel periodo intermedio, di dieci giorni esattamente, tra l’Ascensione e la Pentecoste. I credenti aumentavano ogni giorno. Luca parla di centoventi “fratelli”. Da notare una cosa: all’inizio i primi seguaci di Cristo venivano chiamati “fratelli”, per il legame profondo che li univa nella fede. Successivamente vennero chiamati “discepoli”, poi “cristiani”. Al capitolo 11,26 del libro degli Atti, Luca precisa che “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”. Cristiani, ovvero seguaci di “Christus” (o “Chrestus”). I pagani di Antiochia, coniando questo appellativo, avevano considerato il titolo “Cristo” (da una parola greca che significa “unto”, ossia “consacrato”) come se fosse un nome proprio.
Dunque Pietro, non a titolo personale, ma in quanto responsabile all’interno del gruppo apostolico (da notare che nella lista degli apostoli egli appare sempre in cima), davanti a centoventi fratelli, tiene un discorso: spiega la ragione per cui ritiene sia giunto il momento di riempire il posto lasciato “vuoto” da Giuda. La tragica fine del traditore viene descritta con particolari raccapriccianti. Luca ha inteso così dare il massimo risalto alla gravità del castigo divino. Anche in questo c’è un monito: attenzione, senza entrare nel merito della responsabilità personale, il gesto in sé compiuto da Giuda è stato gravissimo. Anche qui dovremmo sempre cercare di distinguere tra il peccato in sé e il perdono: la misericordia divina non cancella di per sé il gesto compiuto, il quale rimane sempre in tutta la sua gravità, non tanto personale, ma sociale. Il castigo viene allora visto come un monito perché si evitino altri simili mostruosità.
Prima dicevo che Pietro, scegliendo un’altra persona perché il numero dei Dodici fosse al completo, ha inteso ubbidire ad un preciso volere di Dio. In che senso? Più che il numero dodici da rispettare, anche per fedeltà alle parole di Cristo secondo cui, al suo ritorno, gli apostoli saranno assisi su altrettanti troni e giudicheranno le dodici tribù, cioè il vero Israele, c’è una verità di fondo che va evidenziata: Dio non si fa mai sorprendere da nessun intoppo: continua per la sua strada. Neppure la Storia si fa sorprendere: nessun regime è riuscito a farla soccombere. Al momento opportuno sa giocare bene le sue carte vincenti. È vero: non mancano mai tradimenti, catastrofi sociali, ma l’Umanità deve sempre credere in se stessa. Anche noi italiani, bastonati in questi ultimi anni da politici barbari e criminali, dobbiamo credere nel nostro genio. È questo che ci salverà: però bisogna crederci. Ma finché saremo nel solito circolo vizioso di una visuale politica gretta ed egoistica, incapace di andare al di là del proprio naso, che si allunga a causa delle bugie e delle menzogne, saremo sempre preda della nostra misera storia. Bisogna crederci: credere nel genio che è saggezza, intelligenza, trascendenza.
Torniamo al brano di oggi. Qual è il criterio che Pietro indica per scegliere chi dovrà sostituire Giuda? Pone una condizione: venga preso in considerazione un discepolo che, al pari dei Dodici, sia stato costantemente accanto a Gesù dall’inizio della sua attività pubblica fino all’ascensione. Perciò un testimone oculare. La sua doveva essere una testimonianza garantita da una conoscenza diretta di Gesù. Una condizione dunque fondamentale. Oggi si parla di esperienza. Pensate ai Movimenti ecclesiali. Sinceramente non ne ho ancora capito il senso. Che significa fare esperienza del Cristo? Se qualcuno me lo spiega, gliene sarei grato.
Vengono proposti due discepoli oculari: Giuseppe e Mattia. Quale dei due scegliere? Come conoscere il volere il Dio? Secondo un uso arcaico ancora in vigore ai tempi di Cristo, si ricorre all’estrazione a sorte. Come infatti testimoniato dall’Antico Testamento, era assai frequente l’uso di tirare a sorte: per decidere della proprietà, per dividersi la terra conquistata e il bottino sottratto ai nemici, per determinare il titolare di una carica (dal sacerdote al re) e, addirittura, per consultare Dio nei casi giudiziari più difficili, come quando doveva essere scoperto un criminale. Tale criterio, però, è stato ben presto sostituito da un procedimento meno “meccanico”, così succederà quando gli Apostoli sceglieranno i sette diaconi.
Comunque, non scandalizziamoci più di tanto di certe usanze antiche. Se non altro, pur lasciando la scelta alla sorte, si evitavano altri giochi sporchi, coperti però dalla cosiddetta volontà di Dio. Pensate alle elezioni dei vescovi o dello stesso papa. Si prega, s’invoca lo Spirito santo, si fanno digiuni per interpretare il volere di Dio, e poi, mentre si prega – l’ha confidato un cardinale – ognuno pensa alla persona più opportuna da scegliere, dando alla parola opportunità un significato non certo teologico. Quanti calcoli si fanno mentre si sceglie un vescovo da destinare ad una diocesi! Ma la cosa impressionante è questa: i calcoli talora non sono dettati dal bene comune della Chiesa, ma da un opportunismo della peggiore politica. E poi ci lamentiamo dello Stato e dei suoi rappresentanti! Rimaniamo pure in alto: solitamente si ragiona in rapporto alla struttura della Chiesa da difendere anzitutto dalla Novità che viene spesso presa per avventura alla cieca su strade rischiose. E allora si parla di tradizionalisti e di innovatori, di ortodossia e di teologia d’avanguardia.
A proposito dello Spirito santo che s’invoca ogniqualvolta ci si trova davanti a scelte di un certo peso, l’ho già detto e lo ripeto: non credo che lo Spirito santo intervenga prima della scelta di una persona a cui affidare un incarico importante, suggerendo la persona giusta. Forse, dico forse, è capitato una sola volta, quando Gesù stesso ha scelto Pietro come primo responsabile della Chiesa nascente. Ma lo Spirito santo è presente nel far sì che la Chiesa di Cristo non sprofondi nel baratro, ovvero lo Spirito santo interviene per ricavare il bene da qualsiasi male compiuto dai suoi rappresentanti. La potenza dello Spirito sta proprio nella sua forza di guidare la nave verso la rotta, nonostante i suoi capitani. Si crede ancora che sia lo Spirito santo a scegliere il papa. Allora avrebbe scelto anche Alessandro VI? Lo Spirito santo ha tirato fuori il meglio di sé facendo sì che la Chiesa con Alessandro VI non finisse travolta come del resto è successo con tutti gli altri regni terreni. Può darsi che talora lo Spirito santo sa giocare brutti scherzi ai nostri cardinali chiusi nel conclave. Ma, lo ripeto, lo Spirito santo agisce dopo, quando il papa è stato eletto con i soliti giochetti dettati talora dal peggior opportunismo. Solitamente succede che dopo un papa innovatore arrivi uno tradizionalista, e l’equilibrio è fatto! Ma più che il papa, che può sì condizionare il cammino della Chiesa, è l’apparato gerarchico del Vaticano a dettare legge.
Lo Spirito santo, allora, è presente nella struttura rigida della Chiesa, oppure nei suoi profeti? Ma, se è vero che l’apparato gerarchico della Chiesa mette a dura prova lo Spirito santo, succede talora che a mettere in difficoltà la profezia sono le comunità cristiane che, anche per volere della gerarchia ufficiale, sono nel piccolo la fotocopia della Chiesa ufficiale.
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