Omelie 2021 di don Giorgio: Quarta dopo Pentecoste

21 giugno 2021: Quarta dopo Pentecoste
Gen 18,17-21; 19,1.12-13.15.23-29; 1Cor 6,9-12; Mt 22,1-14
Mentre leggevo e rileggevo, anche un po’ disgustato, i tre brani della Messa di oggi mi colpiva una cosa: l’implacabile giudizio di Dio, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, nei riguardi di certi comportamenti morali delle sue creature, ma soprattutto di quel male che risale alle origini della creazione.
Qui possiamo già fermarci a riflettere, allargando il discorso, quindi al di là dei tre brani proposti dalla liturgia.
Qual è il vero problema
Il problema sta nel chiarire bene il rapporto che c’è tra la morale da una parte e la teologia e mistica dall’altra. Un rapporto che, più che dialettico, può essere di contrasto.
Che cos’è anzitutto la morale?
Per morale s’intende un insieme di norme da osservare, quindi la morale riguarda il nostro comportamento anzitutto fisico o carnale. Sono bravo, quando osservo certe regole e perciò mi comporto in un certo modo. Ma di quali leggi si tratta? Qui è il punto.
Ogni stato ha le sue regole, più o meno convenzionali, e così ogni religione ha le sue norme, più o meno convenzionali. Convenzionali, ovvero che sono appropriate, convengono allo stato o alla religione. Lo stato e la religione sono istituzioni, enti, organismi, strutture.
Quindi, lo stato impone la sua morale, così la religione, e così la Chiesa come istituzione.
Una morale che è fatta di norme, di un groviglio di leggi, da interpretare, appesantendo una esistenza già di per sé problematica.
Tante volte mi chiedo il senso di certe norme, veri rompicapo.
Cristo ai suoi tempi aveva pensato bene di azzerare tutti i precetti (613) imposti dalla religione ebraica, riducendoli a un solo comandamento: “Ama Dio, e di conseguenza ama il tuo prossimo”.
Poi ci penserà la Chiesa istituzionale a inventare migliaia e migliaia di precetti opprimenti e carnali, imponendo una morale asfissiante e schiavizzante. La Chiesa istituzionale è riuscita a reprimere la coscienza, lo spirito, l’essere. E questo fin da subito, per poi arrivare a condanne capitali.
È vero che, più che la morale, alla Chiesa istituzionale interessava mettere sotto controllo il pensiero. Gli eretici erano donne e uomini di pensiero, i mistici erano donne e uomini di pensiero, e vennero mandati al rogo.
Ma è anche vero che, messo sotto vetro il pensiero, la morale perdeva la sua sorgente, e perciò la Chiesa istituzionale imponeva meglio le sue norme comportamentali, riducendo il cristiano a tradire la propria coscienza per vivere da alienato una esistenza al limite della pazzia.
Il fondamento della morale evangelica
In altre parole, la morale evangelica ha il suo fondamento non sulle regole comportamentali stabilite dalla religione o dalla Chiesa istituzionale, ma su quel Bene Sommo, che è Dio stesso.
Qui cambia tutto, qui c’è quell’equivoco di fondo che ha creato lungo i millenni quella deformazione mentale e culturale, le cui conseguenze negative le stiamo pagando ancora oggi.
Prima, osservanti della legge, in modo così scrupoloso da fare della legge un’ossessione (basterebbe pensare alle confessioni sacramentarie), e oggi tutti o quasi libertini, tanto da esibire anche pubblicamente le proprie vergogne, senza arrossire, quasi una bandiera di libertà.
Prima, la legge era stabilita da un organismo esteriore, il quale spesso e volentieri violava i diritti della coscienza, in nome dei diritti di un dio creato a immagine della struttura religiosa, e oggi la legge è stabilita in proprio, da una coscienza che ha perso ogni legame con lo Spirito.
Noi sappiamo che gli estremi si toccano: da un estremo si passa all’opposto, e mentre prima ciò richiedeva anche un secolo di tempo, oggi sembra che i secoli si siano talmente accorciarti da dover assistere ogni giorno a cambiamenti repentini. Una volta si parlava di cambiamenti epocali, oggi si parla di cambiamenti decennali o addirittura annuali.
Tutto cambia con la stessa facilità con cui si cambia un vestito, ma i cambiamenti culturali non sono vestiti formali, ma riguardano stili di vita, mentalità o modi di pensare, comportamenti paradossali.
Almeno ci si scandalizzasse, il che significherebbe che è rimasto ancora un po’ di buon senso.
No! A tutto ci si adatta, ci si rassegna, anche perché ciò fa comodo.
E se ci si scandalizza è solo perché non siamo capaci di essere disonesti come i più furbi. Siamo onesti per costrizione. E ce ne lamentiamo. C’è di più. Siamo disonesti nel nostro pensare, perché vorremmo avere questo o quello, ma in realtà non riusciamo ad avere tutto ciò che desideriamo. Onesti d’obbligo, ma disonesti nei nostri desideri. Questa disonestà intenzionale non è inferiore alla disonestà reale.
“Se anche io fossi!”. Ecco l’ottativo di fondo anche del credente di oggi: la fede oggi è una infarinatura che serve per chiedere a qualche santo l’arte di ingannare gli altri per ottenere qualche personale beneficio.
E allora da dove partire per essere se stessi?
Già dire se stessi ci manda in crisi oppure, come succede oggi, ci lascia del tutto indifferenti, essendo venuta meno l’idea di ciò che l’essere è.
Sentiamo parlare di essere, e pensiamo a qualcosa da mangiare, e ci giustifichiamo, atteggiandosi a colti, che in fondo anche il corpo o la carne “è”. Certo, tutto “è”, ma in quanto spirito che anima il corpo o la carne.
Dunque, la morale evangelica non sta nell’osservanza di una legge puramente esteriore, ma nella fedeltà al proprio essere interiore.
La nostra legge interiore è lo Spirito santo, e non quanto ci ordina lo stato o la religione. Ogni legge esteriore mortifica la legge dello Spirito.
È evidente che non tutto può essere eliminato di quanto succede fuori di noi. Ma ogni legge proveniente dall’esterno di noi è solo relativa: relativa al nostro essere interiore, e non in funzione della struttura dello stato o della Chiesa.

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