20 luglio 2025: SESTA DOPO PENTECOSTE
Es 24,3-18; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35
Vorrei insistere nel dire che ogni brano della Bibbia andrebbe sempre inserito nel suo giusto contesto, così dovrebbe essere anche quando citiamo frasi di autori famosi, per evitare di far dire all’autore sacro o non sacro ciò che non era sua intenzione dire. Basta poco, togliere una parola o anche una sola virgola, prima o dopo, e tutto cambia. È il contesto che conta.
Chiariamo la parola “contesto” nella sua etimologia. La parola rimanda al latino “contextus”, participio passato del verbo “contèxere” che significa “intrecciare” o “connettere”. Quindi, il termine “contesto” evoca l’idea di qualcosa che è intrecciato, connesso, o che fa parte di un insieme più ampio. In pratica, il contesto si riferisce all’insieme delle circostanze che circondano un evento, un’espressione o una situazione, e che contribuiscono a determinarne il significato. Può essere linguistico (altre parole o frasi che precedono o seguono) o extralinguistico (situazione, ambiente, cultura). Quindi, l’etimologia di “contesto” ci aiuta a capire che il significato di una parola o di un’azione non può essere compreso isolatamente, ma va sempre considerato all’interno del suo intreccio di elementi circostanti.
Infine, per capire il contesto, soprattutto se si tratta di eventi di un passato lontano occorre l’aiuto di qualche libro di competenti nella materia, e, nel caso delle Bibbia, di preparati esegeti. Oggi vanno di moda i cosiddetti divulgatori. Sono superficialoidi.
Soffermiamoci ora sul primo brano della Messa. Ci troviamo di fronte ad un testo complesso, da chiarire. Con il Signore si realizza un rito che sancisce un’Alleanza con il popolo, come si usava fare tra popoli antichi per garantirsi delle alleanze. Nel Medio Oriente il testo, scritto dai contraenti l’alleanza, veniva deposto nel tempio ai piedi della statua della divinità e poi letto periodicamente (per es. all’inizio dell’anno).
Dio si assoggetta a questi riti perché sono “segni” che si praticano, e la gente li capisce. Così il Signore vuole garantire un’alleanza con il suo popolo attraverso il sacrificio di animali e il mutuo consenso del popolo intero, e non solo di Mosè. Così metà del sangue è versato sull’altare (che rappresenta Dio): Dio in tal modo esprime il suo consenso. Un’altra metà è posta in catini. A questo punto Mosè “prese il libro dell’Alleanza e lo lesse alla presenza del popolo”. Un’alleanza si compie quando per tutti sono chiare le clausole e si sa quello che si accetta. E qui vengono lette le leggi che il popolo deve mantenere per stare ai patti, e quindi meritare la fiducia del Signore e la sua protezione. Il popolo accetta e formula la propria adesione. «Dissero: “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto”». Accolta l’alleanza perché c’è accordo con le regole-leggi di Dio, Mosè versa l’altra metà del sangue contenuta nei catini: con tutta probabilità si asperge il popolo versando il sangue su dodici stele o colonnine, probabilmente disposte in cerchio che rappresentano le 12 tribù. La medesima vita, significata dal sangue, lega i due contraenti: Dio e il suo popolo diventano “consanguinei”, dello stesso sangue. Il rito del sangue, che conclude il patto, insieme al banchetto di comunione, esprime adesione, comunicazione, unità con Dio e non certo magia: unità e intreccio inscindibile tra rito e parola. Esso crea vincoli, ripara, difende, ristabilisce. Nella fedeltà il sangue unisce, lo stesso sangue garantisce. Nel tradimento il sangue è morte, è minaccia, grida la maledizione (vedi l’episodio della morte di Abele da parte di Caino: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Gen 4,10).
Certo, parlare di sangue di animali irrita la nostra sensibilità moderna, non importa se poi davanti al sangue di innocenti barbaramente uccisi dai tiranni rimaniamo oramai indifferenti.
Ma ecco il secondo brano della Messa: è un brano tolto dalla Lettera agli Ebrei, una lettera che non è di San Paolo, ma di un autore di cui non conosciamo il nome.
Soffermandoci sul brano proposto dalla Liturgia, appare subito in evidenza il salto di qualità: dal sangue di animali che sanciva l’antica Alleanza, si passa al sangue versato da Gesù sulla croce, sangue che esprime sempre la vita, ma quella donata dal Salvatore per amore.
Siamo dunque su un altro piano, di cui il primo, quello antico, era solo un simbolo della realtà del Nuovo Testamento. Così Mosè era simbolo di Cristo, ma Cristo è ben superiore a Mosè, così come il sacerdozio di Cristo è superiore al sacerdozio levitico.
Anche Cristo è sacerdote, ma secondo l’ordine di Melchisedek, un re pagano, ma che adorava un Dio altissimo, pur senza conoscerlo. Il sacerdozio di Cristo è al di fuori di ogni religione: Cristo è l’offerente, di se stesso, della sua vita, ed è l’offerta al Padre.
L’autore del secondo brano della Messa cita un lungo passo di Geremia. Gli studiosi ci dicono che è la più lunga citazione dell’Antico Testamento che troviamo nel Nuovo.
Scrive Geremia: «Ecco: vengono giorni, dice il Signore, quando io concluderò un’alleanza nuova con la casa d’Israele e con la casa di Giuda».
Si parla di alleanza “nuova”. I Profeti di Dio vedono sempre lontano, al di là del presente immediato, quando Dio ci stupirà con le sue Sorprese. Noi creature ci crediamo padroni del momento storico, ma neppure di un istante possiamo dire che è nostro. Il momento storico passa, e consuma gli imbecilli senz’anima. Ma questi pazzi scatenati non studiano la storia? Già del resto basterebbe leggere il Magnificat: “Dio ha rovesciato i potenti dai troni”! E voi pensate che la Madonna soffrisse al pensiero che questi tiranni finissero in un burrone con la testa fracassata? No, Maria gioiva!
Una alleanza “nuova” tra Dio e l’umanità, non più tra Dio legato con una alleanza di sangue di animali a un unico popolo, tra l’altro “duro di cervice”. È finita l’era dell’Alleanza di Dio con il popolo eletto: tutti i popoli sono eletti, da quando Cristo, dall’alto di una croce elevata sul Golgota, ci donava il suo Spirito.
Ecco il terzo brano della Messa. L’evangelista Giovanni scrive: «E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito». Non solo. Scrive ancora Giovanni: “Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco e subito ne uscì sangue e acqua”. Sangue e acqua: altri doni, perfino dopo la morte.
Il Vangelo secondo Giovanni va letto cogliendo ricche simbologie nei particolari che potrebbero sembrare di poca importanza.
“Sangue e acqua” richiamano la Grazia. Pensiamo al colloquio di Gesù con Nicodemo e con la donna di Samaria. Ricordiamo le stesse parole profetiche di Gesù: «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato». (7,37-39)
“Dio è morto”, cantava una canzone. Uccidetelo pure Dio o Cristo. Seppellitelo pure. Anche da morto, usciranno sangue e acqua, il dono dello Grazia o dello Spirito. Lui non muore mai, voi, sì, morirete nella vostra superbia omicida e suicida. Più ucciderete, più voi morrete.
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