2/ Tradizionalisti o progressisti?

L’EDITORIALE
di don Giorgio

2/ Tradizionalisti o progressisti?

Vorrei subito chiarire che i primi credenti erano chiamati con diversi nomi, come risulta leggendo il libro “Atti degli apostoli”, scritto da Luca, autore anche del terzo Vangelo. Venivano chiamati: “fratelli”, “discepoli”, “santi” (nel senso di consacrati al Cristo e al suo servizio), anche “seguaci della Via (Odòs, in greco)”, ovvero del Cristianesimo (è stato fuorviante la prima traduzione italiana di “odòs”, come dottrina), infine vennero chiamati “cristiani”, ovvero seguaci del “Christus” (o “Chrestus”), un appellativo coniato dai pagani di Antiochia, che avevano considerato il titolo “Cristo” (da una parola greca che significa “unto”, ossia “consacrato”, in ebraico “messia”) come un nome proprio.
Dal libro “Atti degli apostoli”, capitolo 15,1-5, apprendiamo che alcuni giudeo-cristiani provenienti dalla Giudea, probabilmente ex farisei convertiti da poco al Cristianesimo, di loro spontanea iniziativa giungono ad Antiochia ed esigono che i pagani convertiti non solo si facciano circoncidere, ma osservino integralmente la legge di Mosè. Paolo e Barnaba si oppongono energicamente a tale richiesta. Ne nasce un’accesa discussione, nel corso della quale viene stabilito di inviare a Gerusalemme una delegazione, capeggiata dai due apostoli, per dirimere la questione presso la comunità-madre. Giunti nella capitale, vengono ricevuti dalla Chiesa e dai suoi rappresentanti. Qui, alcuni cristiani ex farisei avanzano nuovamente la pretesa che gli ex pagani si sottopongano alla circoncisione e all’osservanza della legge mosaica, senza ammettere alcuna eccezione.
Da notare: il capitolo 15 da Carlo Maria Martini è stato definito “altamente drammatico”. In che senso? Paolo e Barnaba, durante il loro primo viaggio missionario, avevano dovuto affrontare numerose difficoltà. La loro evangelizzazione, che rifletteva senza ombre la novità del messaggio radicale di Cristo, aveva trovato non poche chiusure, soprattutto da parte di un certo mondo ebraico intransigente e conservatore. A questo punto occorreva una chiarificazione ufficiale: che la Chiesa-madre di Gerusalemme pronunciasse la sua parola autorevole, permettendo alla Parola di libertà e di salvezza di continuare la sua strada, in ogni direzione. E bisognava agire in fretta perché, come fa notare il card. Martini, il rischio c’era: «La grande opera di evangelizzazione, descritta nei due capitoli precedenti, minacciava di naufragare a causa dell’insistenza di alcuni giudei convertiti nell’imporre anche ai pagani la legge di Mosè».
Anni fa, esattamente nel giugno del 1988, stampato presso la Casa Editrice Velar, è uscito un mio commento al libro ”Atti degli apostoli” con il testo integrale (allora, forse uno dei pochi casi: un commento al testo non ridotto!), con uno sguardo particolare al mondo dei ragazzi, apprezzato anche dagli adulti (mi avevano riferito che, a Milano, presso una parrocchia, era stato preso come libro di testo per le riunioni serali di catechesi proprio per adulti).
Rivolgendomi ai ragazzi, così scrivo a proposito del capitolo 15:
«Ti chiedo ancora un po’ di attenzione. Voglio aiutarti a capire meglio le cose, ed eventualmente prevenire qualche tua obiezione. Perché tutte queste polemiche già all’inizio del Cristianesimo? Cerco di rispondere. Le comunità cristiane erano sorte un po’ ovunque e comprendevano convertiti di origine giudaica e di origine pagana. Di qui un intrico fatto di problemi di vario genere: di carattere teorico e di carattere più pratico. Primo fra tutti: come poter continuare ad osservare la legge di Mosè e frequentare coloro che, dicendosi cristiani, non la praticavano? Come ammettere il solo fatto che alcuni scegliessero di non praticarla pur dichiarando di credere nello stesso Dio dei padri? Insomma: come avrebbe potuto un ebreo togliersi di dosso tutto d’un fiato le proprie convinzioni e tradizioni religiose? E vita facile non credo abbiano avuto neppure i neo-convertiti pagani, chiamati ormai a rinnegare un certo modo di vivere, effettivamente lontano dagli ideali evangelici. Se mi venisse chiesto di fare un confronto tra la reazione degli uni e quella degli altri di fronte alla proposta evangelica, azzarderei a dire che il giudaismo doveva sentirsi messo in discussione forse più di quanto non si sentisse il paganesimo, il quale se non altro iniziava a respirare aria nuova, profumi assolutamente sconosciuti di libertà vera. Certo: successivamente la portata innovativa del Vangelo non potrà che minare alla base i fondamenti del paganesimo, mettendone in crisi credenze ed stituzioni; e allora sarà una nuova ribellione, non meno decisa di quella attuata dagli irriducibili seguaci della legge mosaica. Nessuno dunque può negare l’evidenza e la fondatezza di certe ritrosie: se pensi, anche solo per un attimo, alla distanza psicologica che separava il mondo greco dal mondo giudaico, credo che mi darai ragione: saprai valutare anche tu quanto sia stato difficile per la Parola di Gesù aprirsi un varco proprio tra giudei, più che tra i pagani. D’altra parte, se la Chiesa avesse ceduto ad ogni nuova forma di intolleranza, avrebbe tradito mille volte il cuore del Vangelo stesso, che proclamava a tutti, pagani compresi, la salvezza universale nel nome di Gesù indipendentemente dalle prescrizioni giudaiche. Non è facile tradurre in poche righe i conflitti e le lotte, le discussioni e i tentativi per superarle, i motivi diversi che hanno spinto gli uni a opporsi e gli altri a difendersi. Comunque, sappi una cosa: in questa lotta senza tregua tra bene e male, tra compromessi e scelte ottimali, puoi già scorgere il disegno provvidenziale di Dio, secondo il quale, costi quello che costi, il mondo dovrà diventare un’unica famiglia in cui saremo chiamati a convivere tutti, quelli del Nord e quelli del Sud, provenienti da qualunque àmbito razziale e culturale. Stai in guardia dunque, perché già in molti si preparano a impugnare le armi, a innalzare barricate, ad attaccare per difendersi, senza accorgersi che nessuno ha dichiarato loro guerra, né ha intenzione di farlo. Nessuno verrà a rubare i loro diritti. È facile respirare l’aria indiretta di certi razzismi, sempre pronti a nascondersi dentro nuvole nuove. Occhi aperti, perché anche sotto il tetto di casa tua puoi sentire discussioni in cui tutto si di riduce ad una visuale talora più meschina di quella dei giudei convertiti, che contestavano la predicazione e il comportamento di Paolo. Se già succede, prendi la parola. E se non sai cosa dire, ripensa ai primi cristiani».
Riprendiamo il racconto. Alla presenza di tutta la comunità, si trovano riuniti in un’assemblea straordinaria gli apostoli, gli anziani e altri membri della Chiesa. Dopo una lunga e animata discussione, interviene Pietro, il quale ricorda l’illuminazione divina ricevuta in occasione del battesimo di Cornelio (cfr At 10,1-11,18) e dichiara solennemente che non sarebbe giusto imporre ai nuovi convertiti provenienti dal paganesimo la legge di Mosè. Ne spiega la ragione: ciò che procura la salvezza non è l’osservanza della legge, ma la grazia di Cristo risorto, da cogliere mediante la fede. Davanti a simili parole, tutti i presenti tacciono in segno di rispetto e di approvazione, mentre Paolo e Barnaba possono finalmente raccontare, a conferma di quanto ha detto Pietro, i miracoli e i prodigi compiuti dal Signore tra i pagani.
Nel discorso di Pietro, di poche parole (interessante già questo: oggi si scriverebbero documenti papali a non finire!), troviamo ciò che è essenziale: con Cristo, la legge scritta lascia il posto allo Spirito santo, la nuova legge interiore. Del resto, lo stesso Paolo ha scritto: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita».
È dunque la fede che conta, ma quale fede? Fede nella Grazia del Cristo risorto. Proprio su questo rapporto tra la legge, o dogma, e lo Spirito santo, la nuova Legge, che la Chiesa istituzionale man mano devierà dalla Via, Odòs, che è il puro Cristianesimo. Certo, anche i Mistici medievali non rifiutavano in toto le leggi, ma le ritenevano come strumenti in rapporto alla Legge dello Spirito. Diciamo meglio che i Mistici hanno sempre mantenuto una certa libertà di spirito di fronte anche le norme rituali o istituzionali, senza doverle per forza smantellarle.
Ma la Chiesa istituzionale pretenderà sempre di fare da tramite tra la legge interiore, quella dello Spirito, e la legge ecclesiastica, e così condannerà definitivamente la Mistica medievale, ritenuta pericolosa, proprio perché rifiutava ogni mediazione istituzionale tra lo spirito e la legge esteriore.
Torniamo al racconto. Dopo l’intervento di Pietro, la parola passa a Giacomo, vescovo della comunità di Gerusalemme. Ecco in sintesi il suo intervento. Attraverso la conversione di Cornelio, Dio ha dato un segnale chiaro: il nuovo “popolo” che Egli si è scelto abbraccia tutti, anche i pagani. Questo disegno divino non è stato rivelato solo di recente, ma fin dal tempo dei profeti. Anche sui pagani è stato invocato il nome del Signore, vale a dire che anche loro sono Sua proprietà, il Suo popolo appunto.
Giacomo conclude proponendo un numero minimo di prescrizioni, il cui rispetto è raccomandato a tutti in nome della buona intesa e della serena convivenza con i cristiani provenienti dal giudaismo. Sono le cosiddette “clausole di Giacomo”. Eccole. I pagani convertiti dovranno astenersi dalle seguenti azioni: mangiare le carni degli animali immolati nei sacrifici pagani (i cosiddetti “idolotiti”, cioè le carni poste in vendita sul mercato, dopo che sono state offerte a Dio); contrarre matrimonio tra consanguinei; ingerire carne di animali uccisi per soffocamento e quindi contenenti ancora sangue.
Dunque, la ragione principale di queste prescrizioni imposte ai neo-convertiti dal paganesimo è di natura pratica: evitare di urtare profondamente la sensibilità dei cristiani provenienti dal giudaismo, soprattutto là dove ci siano comunità miste, composte di giudei e pagani.
Come si può notare, Giacomo, vescovo di Gerusalemme (aspetto da non dimenticare, perché Gerusalemme richiedeva un pastore non troppo aperto al mondo pagano!), si è dimostrato sì aperto, ma nello stesso tempo realista. Ha accolto la Novità oramai inarrestabile, ma ha saputo altresì mantenere i piedi per terra.
Anche io sarei tentato di definirlo un buon diplomatico, abile nel mediare due posizioni, ancora lontane. In realtà, Giacomo si è rivelato una persona straordinariamente ricca di buon senso, sicura di ciò che voleva ottenere e soprattutto di ciò che in quel momento non sarebbe stato possibile ottenere. Ha saputo aprire le porte perché tutti potessero entrare, e gli incerti non venissero chiusi fuori. Imponendo quelle “clausole”, che potremmo a prima vista ritenere un po’ meschine, sapeva che in breve tempo sarebbero cadute nel nulla, all’avanzare della Novità travolgente del Cristianesimo.
Non dimentichiamo che, ancora oggi, chi ha una autorità di rilievo nella Chiesa (penso sempre al cardinale Carlo Maria Martini) non è del tutto libero di aprire porte e finestre, ma deve sempre tener conto di tante cose, che potrebbero bloccarlo. Penso anche a Giovanni Battista Montini, che, prima di essere papa, aveva idee rivoluzionarie, ma che, fatto papa, ha dovuto smorzarle, anche perché, succeduto a Giovanni XXIII, che forse aveva aperto troppe le porte, Paolo VI ha dovuto frenare.
Si dice che il bello della Chiesa sia la convivenza di santi come Paolo e Barnaba, e di santi come Giacomo, vescovo di Gerusalemme. Ci vogliono i riformatori, e ci vogliono i moderati: coloro che aprono e coloro che frenano, i sognatori e i realisti. La Chiesa cammina grazie alla spinta degli uni e alla prudenza degli altri.
Ci soffermeremo più lungo su questa dicotimia, che non deve essere una contrapposizione insanabile tra tradizionalisti e progressisti, ma una dialettica sempre in vista del Meglio.
Nel mio libro citato, a commento degli “Atti degli apostoli”, così scrivo ancora rivolgendomi ai ragazzi:
«Dio indica chiaramente la meta, lasciando che ciascuno scelga il proprio passo. L’Ideale va proposto, ma gradualmente: altrimenti potresti scoraggiarti. Il Volere di Dio chiama tutti alla santità, ma tiene conto dei limiti di ognuno. Ciò che ti chiede è che non ti stanchi di cercarLo, perché ti riserverà ogni giorno qualcosa di assolutamente nuovo».
E ancora:
«Anche le tradizioni hanno il loro valore, purché non costituiscano un freno per il cammino della novità di Cristo. Dunque, rispetta le tradizioni, e collabora nel renderle più vive. Non dire anche tu: “È bene fare così perché si è sempre fatto così!”. Guarda avanti: oggi il Vangelo dice qualcosa più di ieri. Cogli l’attimo eterno».
(2/continua)
21/01/2023
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