Omelie 2026 di don Giorgio: QUARTA DOPO PENTECOSTE

21 giugno 2026: QUARTA DOPO PENTECOSTE
Gen 6,1-11; Gal 5,16-25; Lc 17,26-30.33
Una premessa è sempre d’obbligo, anche se appaio ripetitivo. I testi che riguardano la prima parte della Messa, detta Liturgia della Parola, non sempre sono di facile lettura, e ciò dipende anche dal criterio con cui vengono scelti: un criterio talora assai discutibile. Tuttavia, ci si salva sempre: il celebrante trova la maniera di cavarsela, non sempre a vantaggio dell’assemblea presente in chiesa, che magari si aspetterebbe qualcosa di più sostanzioso, ovvero un cibo che nutre lo spirito o il nostro mondo interiore. Lo diciamo anche nel Padre nostro: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Sull’aggettivo “quotidiano”, in greco “ton epioùsion”, ci sono varie interpretazioni. Carlo Maria Martini ce ne ha indicate diverse, anche se schiettamente dice che il termine greco appare solo in questo passo della Scrittura e in un vecchio papiro, dove non si sa nemmeno cosa voglia dire: forse si riferisce al cibo, alle provviste quotidiane. Tuttavia, la Vulgata di san Girolamo traduce il termine “epiousion” “super-sostanziale”, intendendo con ciò il pane celeste, il pane dell’Eucaristia, il pane dell’amore infinito del Padre, il pane della vita eterna. Questa è una traduzione che preferisco. E allora pensate a certe omelie dove si parla di tutto e di niente, o si riduce la parola di Dio a una questione puramente moraleggiante.
Vorrei soffermarmi sul terzo testo, tratto dal Vangelo secondo Luca. Vediamone il contesto. Qualche versetto precedente al testo di oggi (17,20) ci presenta una domanda che i farisei pongono a Gesù: “Quando verrà il Regno di Dio?”. Gesù risponde: “Il Regno di Dio non viene in modo che si possa osservare” (17,20-21). Ovvero, nessuno lo può notare con gli occhi della carne. Si comincia così quella che si chiama la “Piccola Apocalisse (o piccola rivelazione) di Luca”, distinta dalla grande Apocalisse, sempre di Luca, riportata più avanti (21,5-36).
Probabilmente Luca sta toccando un problema drammatico delle comunità cristiane che lui conosce bene: da una parte, esse subiscono grandi difficoltà proprio a causa della fede e, dall’altra, hanno l’impressione che la loro attesa sia vana. Perciò la richiesta è drammatica: “Quando il Signore Gesù, che è nella gloria, concluderà questa nostra sofferenza?”.
E se alla domanda dei farisei Gesù risponde: «Prima il Figlio dell’uomo deve patire molto ed essere rifiutato dagli uomini di questo tempo», le comunità cristiane invece hanno sperimentato, insieme, la sofferenza di Gesù, ma anche stanno vivendo con certezza la sua risurrezione. Allora la domanda si sposta nel tempo ed è una domanda squisitamente cristiana. Non si tratta più di chiedersi se avverrà il Regno, ma ci si chiede: “Quando avverrà?”.
Gesù porta due esempi, tratti dalla Scrittura: l’esempio di Noè e di Lot. Egli non risponde al “quando”, ma sottolinea l’imprevedibilità e l’incapacità delle persone di vivere con lucidità il tempo. La comunità cristiana, in particolare, non riesce a sopportare l’insignificanza del messaggio che deve portare agli altri. Mentre crede nella pienezza di grazia e di forza che si è sprigionata da Gesù risorto, non la verifica risolutiva. Perciò, i cristiani pensano: “Dio deve essere drastico, con un luminoso giudizio sul bene, con una condanna del male. Questo è urgente per poter concludere la fatica e la sofferenza della persecuzione, ma anche per raggiungere il vero trionfo e il significato della venuta di Gesù”.
Così pensavano i primi cristiani, e anche talora è il nostro modo di pensare. Come oggi, quando tra guerre atroci di pazzi scatenati, ci chiediamo: “Quando il Signore interverrà spazzando via questi criminali che si divertono sulla nostra pelle?”. Non è forse così? Chi non pone a Dio una richiesta di intervento anche straordinario?
Gesù, invece, cita i due episodi di Noè e di Lot: «Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva».
Chiariamo subito l’ultima frase. Si parla di “vita”, ma non è la traduzione esatta del termine greco “psuchè”, in italiano “psiche”, che è la realtà intermedia tra lo spirito (o vita) e il corpo. “Psuchè” riguarda il mondo delle emozioni, dei sentimenti, dei desideri che sono per lo più apparenti e ingannevoli.
Citando questi due episodi (tra l’altro molto attuali) Gesù sottolinea l’incapacità di saper leggere o discernere i tempi: in tempi in cuio viviamo. Al tempo di Noè e al tempo di Lot, tutti pensavano di vivere il proprio quotidiano in modo del tutto carnale, ovvero preoccupandosi solo di cose materiali, pensando così di costruire la loro felicità, dimenticando che tutto questo era fragile, soggetto al tempo o alle evenienze storiche che sono imprevedibili ai ciechi e agli ottusi, e scombussolano i loro piani o i loro sogni. Improvvisamente succede il cosiddetto patatrac, espressione onomatopeica che indica un crollo improvviso o un fallimento totale, un disastro non previsto. E si rimane spiazzati, delusi, amareggiati, si va in crisi, e allora si ricorre ai maghi o santoni o agli psicologi. Un mondo di illusioni ci crolla addosso.
In particolare, al tempo di Noè i contemporanei hanno esaurito la loro attenzione nel mangiare, nel bere, nello sposarsi; al tempo di Lot i concittadini hanno sviluppato una quotidianità rivolgendo inoltre interesse nello sviluppo del commercio e nel costruire. Per sé, dal testo del Vangelo non risulta che abbiano fatto qualcosa di male, svolgendo una vita legata alla dimensione umana. E tuttavia sono stati travolti perché hanno esaurito le loro energie, semplicemente operando nel presente, perdendo di vista il progetto di Dio.
Anche per le generazioni future, le nostre, la domanda non sarà tanto: “Quando verrà il Regno?”, quanto: “Come vivere la quotidianità, ancorandosi al fondamento della nostra vita che non si regge sulla carnalità di un vivere che non è un vivere, ma è un vegetare per sopravvivere a situazioni complesse ma senza sfuggire alle evenienze imprevedibili”.
Oggi il vero problema delle comunità cristiane non è tanto aggrapparsi a quel poco di buono che è rimasto, a qualche rito sacramentale senza senso mistico. Si deve ripartire dalla evangelizzazione: predicare il Vangelo nella sua radicalità.
Se fra poco non ci saranno più preti a celebrare la Messa, non è l’occasione per ridare ai laici la possibilità, preparandoli prima, di predicare il Vangelo, ovvero ridando alla prima parte della Messa il suo valore primitivo di offrire alla gente un cibo veramente sostanzioso che possa nutrire lo spirito? Ma quale diocesi ci sta pensando a questa urgenza di reimpostare le comunità parrocchiali? Certamente, non quella milanese.

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