Omelie 2025 di don Giorgio: DELLA INCARNAZIONE o della Divina Maternità della b. sempre Vergine Maria

21 dicembre 2025: DELLA INCARNAZIONE o della Divina Maternità della b. sempre Vergine Maria
Is 62,10-63,3; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a
La VI domenica di Avvento ha due titoli: “Della incarnazione”, oppure “della Divina Maternità della beata sempre Vergine Maria”. Due titoli che sono profondamente interconnessi, ovvero si richiamano reciprocamente. Anche qui la Madonna è vista in quanto Madre del Figlio di Dio che si è incarnato nel suo grembo verginale, e offerto al mondo intero.
I tre brani della Messa sono come tre gioielli, da cogliere in tutta la loro bellezza divina. Una Bellezza che si riflette anche nelle vicende più dolorose della storia, e nelle nostre attese migliori. La storia, vista come maestra di vita, è la storia di un Dio che educa il suo popolo, il mondo intero, a grandi altezze perché ognuno di noi, anche il più distratto, se ne innamori se vogliamo superare ostacoli apparentemente insormontabili, ma che nella onnipotenza dell’Unico Bene si sciolgono come nebbia al sole.
Qui vorrei proporvi alcune riflessioni che ho trovato, a commento del terzo brano di oggi. Sono di una insegnante, laica. Scrive: «Nel Vangelo dell’Annunciazione, da lasciar risuonare lentamente e ripetutamente nella nostra fede, parola per parola (ognuna grande, ognuna semplice, ognuna essenziale), spicca la domanda di Maria: “Come avverrà questo?”. È una domanda legittima, perché il Signore non richiede dei Fiat a mente cieca, volutamente supina, ma desidera il consenso della libertà, un consenso che aderisca al Suo progetto in pienezza cosciente. Ed è significativo che la domanda parta da una donna, anzi da una ragazza (soggetti deboli, misconosciuti), che all’improvviso si trova coinvolta in qualcosa di più grande ed imprevedibile dei suoi desideri di giovane ebrea, promessa sposa a rischio. La fede è sempre legata alla dignità della persona; e qui è importante che si tratti di una donna, in cui viene riposta la fiducia di Dio. E con questa fiducia reciproca ad occhi aperti e cuore spalancato possono avvenire “cose grandi”, “magnifiche”, può cambiare addirittura il corso della storia: un Dio che si fa piccolo e la donna Maria che si fa grande della piccolezza di Dio. Si tratta di stare nel piccolo aspirando a cose grandi: le cose che Dio solo sa dilatare per appagare la nostra sete di essere amati. Anche per noi. Accettare e amare la piccolezza vuol dire accettare di essere non come ci siamo prefigurati, magari con qualche aureola, ma per tutto quello che veramente siamo: inadeguati, bisognosi di aiuto, incapaci di essere all’altezza delle situazioni e delle richieste o attese. Riconoscersi nella piccolezza significa anche saper guardare il mistero di Dio e delle persone con occhi incantati, insaziabili, poetici, perché capaci di intuire e cogliere una bellezza altrimenti sopita o soffocata. Questo vangelo mi fa anche pensare che Dio è il “grembo” perenne che ci porta dentro di sé, che ci dà la linfa vitale, che ci rende “creature” in continuo divenire, in continua creatività, che ci tiene sul suo cuore, che ci vuole consapevoli di questo: e per questo ci parla. Come a Maria. E allora anche noi siamo “grembo” entro cui far maturare come in un nido caldo la vita, entro cui portare i nostri fratelli e sorelle con tenerezza e compassione, riscoprendo le ragioni di una vita comune donata e proposta come amore. Per questo è una domenica di letizia; di gioia calda e vera entro cui sentire il battito della tenerezza di Dio».
Cosa pensare dopo queste riflessioni? Si sente che non sono parole di una fredda teologa, ma di una donna credente che scopre nel Vangelo cose paradossali, e anche tanto semplici, al di là di calcolati ragionamenti che disturbano quel Mistero che solo una calda fede può intuire. In libertà interiore, nella Libertà dello Spirito.
Sembra che la stessa Chiesa abbia paura dell’imprevedibile divino, ponendo una domanda: “Come è possibile questo?”. Ma la domanda viene risolta saltando apparentemente o superficialmente l’ostacolo, ovvero trovando soluzioni altrove, nei mezzi potenti umani. Ma in tal modo le domande aumentano, creando situazioni sempre più allarmanti.
Vorrei insistere. Che significa: “Come avverrà questo?”, ovvero che io, una semplice ragazza di Nazaret, un paese sconosciuto, possa generare nel mio grembo il Figlio di Dio? Non è un dubbio sull’onnipotenza divina, ma sui propri mezzi inadeguati. Certo, è una domanda legittima, sapendo che “il Signore non richiede dei Fiat a mente cieca, volutamente supina, ma desidera il consenso della libertà, un consenso che aderisca al Suo progetto in pienezza cosciente”. Ci sono stati profeti che, chiamati da Dio a svolgere una certa missione tra il popolo, sono stati tentati di rifiutare. Lo stesso Mosè era all’inizio riluttante, appellandosi al fatto che era balbuziente. Scrive l’autore sacro: «Quando la voce dal roveto ardente, solenne, lo chiama e gli dice: “Tu andrai al mio popolo e dirai…”, Mosè obietta: “Signore, ma io sono pesante di lingua (il modo ebraico per dire ‘sono balbuziente’)”». Mosè aveva capito il peso di quella chiamata, e ha cercato delle scuse per evitare quell’incarico. Così è stato per altri profeti: pensate a Giona che fugge lontano per non andare a predicare la parola di Dio agli abitanti di Ninive; pensate a Geremia e Ezechiele.
Diciamo una cosa: in questi profeti c’era un senso della loro inadeguatezza. Oggi assistiamo a qualcosa di paradossale: tutti vorrebbero assumere cariche o ruoli importanti, anche tra i preti. E poi la loro inadeguatezza li sommerge di ridicolo. La fede non significa una presunzione di potere che va al di là dei propri limiti. Certo, è proprio nei miei limiti che Dio fa miracoli, vedi Maria di Nazaret, quando accettiamo di porre fiducia nella grazia di Dio. Ma è ridicolo gioire di diventare vescovo di Milano, o il papa della Chiesa universale.
Maria acconsente al disegno che Dio ha su di lei, dopo la risposta dell’angelo Gabriele: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
Vorrei fare brevemente un’ultima riflessione. Quale è in realtà l’opera del profeta di Dio o di un suo ministro o semplicemente di un credente? La risposta la troviamo all’inizio del primo brano, quello del libro di Isaia, dove il profeta anonimo dice: «Passate, passate per le porte, sgombrate la via al popolo, spianate, spianate la strada, liberatela dalle pietre, innalzate un vessillo per i popoli».
Che significa: “Spianate, spianate la strada, liberatela dalle pietre”? La nostra opera di profeti, ogni credente lo è, è quello di togliere le pietre che ostacolano la presenza di Dio nel grembo di ognuno di noi. Noi perdiamo tempo a parlare di Dio o di Cristo (scriviamo libri di 700 pagine per dire castronerie!), e non ci preoccupiamo di liberare il nostro interno da tutte le pietre, anche i nostri pregiudizi di sapientoni, che seppelliscono Dio e il suo Gesù detto il Cristo.
Certo, non è un’opera del tutto personale: educatori e preti hanno il compito di aiutare la gente, a iniziare dai piccoli (pensate all’opera educativa dei genitori), a liberare la strada alla rigenerazione di Dio nel grembo del nostro essere.
Non dobbiamo perdere tempo a parlare di Dio, ma dobbiamo perdere casomai tempo a far sì che la Grazia di Dio entri in abbondanza nel grembo interiore di ogni essere umano.

Commenti chiusi.