L”EDITORIALE
di don Giorgio
Un prete può fare politica?
Premetto che anni fa ho scritto un opuscolo dal titolo “Il prete e la politica”. Per leggerlo QUI.
Comunque non è la prima volta che torno su questo argomento, ovvero se un prete può fare politica, anche nelle omelie festive.
Ma siccome, soprattutto quando a governare è una destra che vorrebbe silenziare tutti, compresi in preti dissidenti, allora c’è sempre qualcuno che appena sente un prete dire certe cose nell’omelia allora lo accusa di fare politica. Solitamente rispondo: meno male che noi preti abbiamo ancora un pulpito da dove sparare a zero se fosse necessario quando c’è un governo di farabutti che stanno frantumando il bene comune, che riguarda cittadini e cristiani.
A noi preti, si diceva una vita, dovrebbe interessare soprattutto il bene delle anime, ed è vero, ma l’anima è in un corpo, e se il corpo sta male anche l’anima soffre. Ma soprattutto una volta i preti si preoccupavano del bene comune o sociale della gente. Non immaginate cosa facessero i parroci per il bene della loro gente. E per bene s’intende anche ogni problematica esistenziale: vedi casa, lavoro, cibo, ecc. ovvero quel minimo di benessere anche materiale che dava ai propri fedeli la possibilità una vita dignitosa. Pensate anche ai missionari: non solo evangelizzavano annunciando la Buona Novella, ma la Buona Novella era anche ridare agli indigeni una esistenza migliore, togliendoli dalla schiavitù, ecc.
E questo che cosa è? Non è fare Politica, intendendo per Politica il bene della gente più povera in tutti i suoi aspetti tridimensionali: spirito, anima e corpo?
Non ci sono poi le sette opere di misericordia corporale? Una volta, quando ero piccolo, dovevamo durante il catechismo imparare a memoria l’elenco. Eccole:
1. Dar da mangiare agli affamati; 2. dar da bere agli assetati; 3. vestire gli ignudi; 4. alloggiare i pellegrini (o accogliere i forestieri); 5. visitare gli infermi; 6. visitare i carcerati; 7. seppellire i morti.
Queste sette opere richiamano una pagina del Vangelo secondo Matteo (25,31-46): è il racconto del giudizio finale. Rileggiamo la pagina:
«In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riuniti davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: ‘Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi’. Allora i giusti risponderanno: ‘Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?’. Rispondendo, il re dirà loro: ‘In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’. Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: ‘Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato’. Anch’essi allora risponderanno: ‘Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?’. Ma egli risponderà: ‘In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me’. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”».
Saremo giudicati sul nostro dovere di fare Politica!
Pensate anche alle parabole di Gesù. Possiamo dire che ogni discorso di Gesù era politico: riguardava il bene delle anime e la dignità umana di ogni figlio di Dio.
Forse non lo sapete, ma il Cristianesimo si è diffuso inizialmente tra i pagani più poveri e schiavi, perché attratti dal messaggio dei primi cristiani che era di liberazione da ogni forma di schiavitù, e lo stesso Impero romano perseguitò i cristiani proprio per il loro messaggio politico. Dicono che nel famoso Pantheon ci fossero tutti gli idoli dei popoli conquistati dai Romani, ma Cristo come divinità non vi è posto, perché ritenuto il più pericoloso, proprio per il suo messaggio socio-politico. I primi cristiani furono sempre perseguitati per il loro messaggio politico. Ai Romani non interessava se i cristiani pregassero o no. Erano tolleranti con tutti i popoli per le loro divinità.
E che dire anche dei preti che hanno creato centri di recupero per drogati o disabili, ospedali, case di cura, ospizi per anziani, scuole di ogni tipo, università, ecc.? Non è anche questo un modo per fare Politica? Certo che in questi casi fa comodo a tutti, anche allo stato, che i preti riempiano il vuoto delle istituzioni statali. Ma è il pensiero politico che darà sempre fastidio a tutti, anche alla Chiesa: quel nobile pensiero che incide nel profondo del proprio essere. Chi fa opere assistenziali fa comodo a tutti, e non viene mai contestato, ma chi scava nel pensiero, ed educa la gente a usare la propria testa anche quando vota, allora viene contestato perché è il pensiero che rinnova la società.
Anni fa c’è stato un interessante confronto proprio sulla questione se un prete poteva fare politica soprattutto nelle sue omelie. Ricordo con piacere uno degli interlocutori: monsignor Gervasio Gestori, che prima di diventare Vescovo di S. Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, era stato Prevosti di Melzo, e qui lo avevo conosciuto: min aveva accolto e aiutato. Una persona squisitissima e intelligente.
Ebbene, alla domanda del giornalista: “È giusto che un prete faccia politica dal pulpito?”, Gestori così ha risposto:
«Rispondo dicendo che tutto dipende da quello che si intende per politica. Se per politica si intende scelta partitica, appoggio di uno schieramento contro un altro, invito a sostenere un candidato, ecc.. allora dico chiaramente che questa politica non può e non deve essere fatta da un prete. Specialmente durante un’omelia. Il pulpito è il luogo sacro, dal quale annunciare la Parola di Dio, e non è lecito strumentalizzare questo luogo per sostenere determinate scelte politiche di parte. Se invece per politica si intende difesa dell’uomo, dei suoi diritti e della sua dignità, e invito alla giustizia ed all’impegno per la costruzione del bene comune, nel rispetto di tutti per un mondo di pace vera, allora questa politica è doverosa anche dal pulpito. Insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: “La Chiesa… a motivo della sua missione e della sua competenza… non si confonde in alcun modo con la comunità politica rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità dei cittadini” (2245). “Date a Cesare quello che è dì Cesare. ed a Dio quello che è dì Dio”, aveva insegnato Gesù. Però il Concilio Vaticano II ha ricordato che la Chiesa ha la missione di “dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime” (Gaudium et spes, 76).
L’altro interlocutore è il Presidente della Provincia Massimo Rossi, il quale ribadisce l’importanza della politica all’interno della società che però deve riscoprire le sue radici:
«La politica deve tornare ad essere come doveva essere, cosa nobile. La politica non come legami di potere ma di problemi concreti e di società. È impossibile che un sacerdote non tocchi queste cose e questi argomenti, questo non va visto in logica di parte e non trovo scandaloso che qualcuno si trovi in disaccordo. Quando si creano polveroni per situazioni simili, evidentemente il sacerdote tocca nel segno creando contraddizione. Del resto, se un pastore della Chiesa che guida la comunità religiosa non chiama i propri fedeli a riflettere sulla quotidianità e i problemi della società verrebbe meno ai suoi ruoli. Il sacerdote non deve parlare di partiti o di governo, ma di problemi sociali e soluzioni, deve criticare gesti e comportamenti e leggi sbagliate contro la morale cristiana, se creano ingiustizie nei soggetti più deboli».
22 agosto 2026
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