Omelie 2013 di don Giorgio: Seconda di Quaresima – rito ambrosiano

 24 febbraio 2013: Seconda di Quaresima

Dt 6,4a; 11,18-28; Gal 6,1-10; Gv 4,5-42

Anche il brano evangelico di questa domenica, che narra l’incontro di Gesù con una donna samaritana, va letto cogliendovi il senso allegorico. Anche gli antichi, vedi sant’Agostino, dicevano che gli episodi narrati dagli evangelisti contengono un senso profondo che va oltre la stessa narrazione. Ci sono dei fatti e ci sono delle parole: le parole spiegano i fatti, quindi attenzione alle parole che nei vangeli non sono mai banali.
Il brano di oggi è un capolavoro di simbologie da cogliere in profondità. Simbologie che riguardano la realtà stessa di Dio e il nostro rapporto con lui.
I fatti sono già sconvolgenti, le parole poi li rendono ancor più sconvolgenti. Sconvolgente il fatto che Gesù da solo parli con una donna, per di più sola, per di più samaritana, per di più malfamata. Sconvolgente l’ora dell’incontro: verso mezzogiorno, quando tutti sono a casa, e nessuno solitamente andava a prendere l’acqua. Sconvolgente il luogo: un pozzo.  Il pozzo, nella Bibbia, era il luogo del corteggiamento. Sconvolgente il susseguirsi degli atteggiamenti: Gesù prima chiede l’acqua, poi lui stesso la offre. Sconvolgente il crescendo delle rivelazioni di Gesù: l’acqua simbolo della grazia, il culto di Dio che va oltre il tempio in muratura, e va oltre la religione e le razze.
Non posso ora nemmeno accennare a tutti gli spunti di riflessione che potremmo fare analizzando accuratamente il brano. Sarebbe impossibile in pochi minuti. Vorrei tentare di riflettere su alcune parole. Sono: Sicar, pozzo, acqua, grazia, tempio, culto.
Gesù giunge a Sicar. Ecco la prima parola. Sicar secondo alcuni vorrebbe dire “qualcosa è intasato”. Faccio mie queste riflessioni: «Non è vero che proprio noi, a volte, siamo Sicar, cioè intasati? Abbiamo di tutto, ma siamo tormentati; ci sentiamo pieni, goffi, addormentati; non riusciamo a raggiungerci, ad andare dentro di noi; non riusciamo ad attingere a ciò che c’è dentro; mangiamo per riempirci e anche quando non lavoriamo dobbiamo fare qualcosa per non stare con noi; pensiamo sempre per non sentire cosa abbiamo dentro: siamo intasati, ostruiti, pieni. Abbiamo bisogno di riempirci per evitarci la verità, per non andare nel fondo, nel profondo di noi». È proprio vero: quante cose inutili, quante preoccupazioni stressanti fuori posto!
La seconda parola è pozzo. Nella Bibbia il pozzo è fonte d’acqua per la vita dell’uomo, ma è anche simbolo della vita interiore. Secondo i rabbini del tempo di Gesù il pozzo con la sua acqua profonda rappresentava la Parola di Dio, la Torah, la Legge. La radice ebraica della parola “pozzo” è la stessa del termine “conoscenza”. Dicono che tanto più il pozzo è profondo, tanto più l’acqua è buona. Più si scava nella verità, più le nostre conoscenze aprono orizzonti nuovi. La conoscenza è come un pozzo profondo. Anche qui, quanta superficialità! Confondiamo la cultura con l’intelligenza. Eppure la parola cultura deriva da coltivare. Ma non possiamo pretendere di seminare in superficie. Oggi la scuola è diventata nozionismo: si va a imparare qualche nozione, un po’ di sapere distribuito nei vari campi, dalla matematica alla filosofia, dall’arte alla storia. Non si impara a vivere, l’arte del vivere, la filosofia della vita. E poi che cosa pretendiamo? Che questi nostri ragazzi crescano imparando a vivere?
Nel brano di oggi il pozzo si pone in contrapposizione alla fonte: il pozzo è sinonimo di legge, l’acqua del pozzo però è ferma, bisogna raggiungerla con i secchi, l’acqua viva della fonte invece sgorga fresca, va incontro a chi si avvicina. Gesù dice alla samaritana: “L’acqua che io… darò diventerà… una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Dal pozzo l’acqua non zampilla, l’acqua rimane ferma nel pozzo, siamo noi a doverla attingere con un secchio. Ma una sorgente non resta immobile: l’acqua esce.
Ed ecco la terza parola: acqua. Da Wikipedia: «L’acqua in natura è tra i principali costituenti degli ecosistemi ed è alla base di tutte le forme di vita conosciute, uomo compreso; ad essa è dovuta anche la stessa origine della vita sul nostro pianeta ed è inoltre indispensabile anche nell’uso civile, agricolo e industriale; l’uomo ne ha inoltre riconosciuto sin da tempi antichissimi la sua importanza, identificandola come uno dei principali elementi costitutivi dell’universo, attribuendole un profondo valore simbolico, riscontrabile nelle principali religioni. Sulla Terra l’acqua copre il 70,8% della superficie del pianeta e più o meno con la stessa percentuale è il maggior costituente del corpo umano». E noi oggi stiamo mettendo sul mercato questo dono preziosissimo, indispensabile per vivere. Tutti riconoscono che la prossima guerra non sarà per il petrolio, ma per l’acquisto dell’acqua. Naturalmente le guerre si fanno per impossessarsi dei beni vitali, o ritenuti tali per l’umanità.
Sempre da Wikipedia: «Nella maggior parte delle religioni, l’acqua è diventata un simbolo di rinnovamento e perciò di benedizione di Dio. Essa compare nei riti di “purificazione” e di rinascita di molti culti, ad esempio nei riti di immersione del battesimo cristiano e nelle abluzioni dell’ebraismo e dell’islam. La tradizione sapienziale mistica ebraica della Qabbalah individua nell’acqua il simbolo della Sefirah Chessed indicante la qualità divina della Misericordia, della gentilezza e della grandezza; molti i riferimenti della Torah all’acqua, anche suo simbolo. Secondo l’esegesi ebraica lo stesso termine Ebreo significa colui che viene da oltre il fiume ed è presente nella Bibbia ebraica usato per la prima volta riguardo ad Avraham. Il termine ebraico che traduce la parola acqua, Maim, se associato al termine Esh, fuoco, forma la parola Shamaim che significa Cielo: si ritiene infatti che i Cieli presentino l’unione di acqua e fuoco». Non dimentichiamo che la Bibbia inizia così: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque».
Gesù, parlando di acqua che zampilla per la vita eterna, che cosa intendeva dire? Intendeva la grazia, ovvero la stessa vita divina. L’acqua è grazia, ovvero un dono. È vero che la parola grazia deriva da grato, gradito, piacevole ad altri, e quindi avvenente, anche caritatevole. Tutte qualità che possono riassumersi in una parola: bellezza che è gratuità. La grazia che è la bellezza stessa di Dio non possiamo metterla sul mercato, anche se, lungo la storia della Chiesa, anche la grazia divina ha sempre avuto un costo, anche di carattere economico. Pensate ai sacramenti. Pensate alla Messa. Pensate a tutto ciò che ruota attorno ad una religione che parla di un Dio d’amore, e poi l’amore di Dio, che è grazia, ovvero dono, viene mercificato. Noi cristiani parliamo tanto di grazia, e poi quanto siamo venali!

Nel miracolo di Cana Gesù aveva trasformato l’acqua in vino. Più esattamente aveva trasformato in vino nuovo l’acqua lustrale, quella che serviva per i riti di purificazione, a indicare che il culto va rinnovato. Ed è proprio qui che Gesù, dopo aver parlato di acqua e di grazia, esce con una delle più straordinarie affermazioni: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte (Garizim) né a Gerusalemme adorerete il Padre… Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».
Faccio mie queste riflessioni: «Dov’è Dio? Dov’è che lo troviamo? In chiesa, in una liturgia, in chi si sacrifica, quando uno prega? Forse sì, forse no. Dio non è in un posto. Dio si rende visibile dove c’è spirito e verità, qualunque posto sia, qualunque uomo sia, qualunque zona della terra sia. Per noi è più facile e più gratificante cercare Dio fuori di noi: su di un trono, circondato da poteri magici, nelle grandi liturgie oppure trovarlo nei dogmi o nelle chiese. Perché così ci risparmia lo sforzo di decifrare e di pervenire alla verità e allo spirito che ci abita. Ma Dio non è qui o lì. Dio è dove c’è spirito e verità. Questo è il criterio. Allora: non è più importante chi sei, cosa puoi esibire (“Io sono questo; io ho questo incarico; io ho fatto questa scuola religiosa, ecc”), ma se nel tuo parlare, nel tuo agire, nel tuo amare, traspare spirito e verità. Se traspare, lì Dio c’è. S. Agostino diceva che se entrava in una casa e vedeva che un uomo e una donna si amavano veramente, non aveva bisogno di chieder loro se erano sposati perché il sacramento stesso dell’amore (Dio) li univa (capisco che la frase è pericolosa ma colgo il senso profondo dell’affermazione). Quando un uomo vive fedele alla sua coscienza e aderente al suo spirito, lì Dio c’è. Non importa più se è cristiano, musulmano, buddista o se si proclama ateo: in ogni caso lì Dio c’è. Quando un uomo fa verità di sé e porta la luce nel suo profondo, lì Dio c’è. Quando un uomo ama, rispetta e onora tutti gli esseri che vivono, lì Dio c’è. Quando due persone si amano passionalmente nella libertà di ciascuno, lì Dio c’è. Quando una persona lotta per la verità intorno a sé e per l’accettazione della diversità, lì Dio c’è. Un giorno durante una conferenza una persona chiese, forse provocatoriamente, a Davide Maria Turoldo: “Ma nelle nostre chiese c’è Dio?”. E lui rispose: “Se c’è spirito e verità, allora Dio c’è”. C’è Dio qui stamattina fra di noi? Non lo so, non spetta a me dirlo. So che se c’è “spirito e verità” allora Lui c’è. Non chiederti più dov’è Dio; chiediti invece dove c’è spirito e verità: lì c’è anche Lui».

 

 

2 Commenti

  1. davide ha detto:

    Grazie Don Giorgio …… un altra omelia illuminante ….. oggi, purtroppo, ho assistito ad una Messa dove Dio sembrava assente

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