Giovanni Fornero: “Il diritto a morire è cristiano e alla base di tutti i diritti”

LAURA SANTI ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI

da www.huffingtonpost.it
22 Luglio 2025

Giovanni Fornero:

“Il diritto a morire è cristiano

e alla base di tutti i diritti”

di Linda Varlese
Intervista con il filosofo (che ricorda l’ultimo commovente incontro con Laura Santi): “La Chiesa e la cultura cattolica ufficiali sono chiusi e lo era anche Francesco”. Il cristianesimo come libero arbitrio, per scegliere della vita e della morte. “Si va verso una legge sul fine vita che è un arretramento”
“Ho incontrato l’ultima volta Laura Santi al Convegno nazionale dell’Associazione Luca Coscioni questo autunno. Mi ha visto, io mi sono avvicinato e lei mi ha preso la mano, mi ha sorriso e mi ha detto, quasi gridando: ‘Fornero, grazie per aver scritto questo libro (Il diritto di andarsene. Filosofia e diritto del fine vita tra presente e futuro, ndr) perché quello di andarsene è il diritto più umano di tutti, soprattutto quando si è in una situazione di sofferenza’. E poi ha aggiunto: ‘Forse un giorno ci vergogneremo di aver negato per tanto tempo un diritto così importante'”. Il professor Giovanni Fornero, filosofo e saggista, e coautore insieme a Nicola Abbagnano di manuali di storia della filosofia su cui hanno studiato milioni di ragazzi, si commuove al ricordo della giornalista perugina di 50 anni, morta a casa sua, nel capoluogo umbro, dopo essersi autosomministrata un farmaco letale. Era affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla. “Una donna forte e coraggiosa”, la definisce. Una donna che nella sua lettera d’addio ha sentito la necessità di richiamare l’attenzione su “i diritti e le libertà individuali, mai così messi a dura prova come oggi. Sul fine vita sento uno sproloquio senza fine, l’ingerenza cronica del Vaticano, l’incompetenza della politica”, scrive.
Professore, lei ha scritto dei libri importanti in cui ha cercato un legame fra la cultura cristiana e cattolica e il diritto di andarsene. La stessa Laura Santi rintraccia nell’ingerenza della Chiesa un ostacolo alla formulazione di una legge che permetta di decidere della propria vita, di autodeterminarsi. È d’accordo con questa lettura?
Indubbiamente. Il pensiero cattolico tradizionale su questo tema è estremamente negatorio, nel senso che quasi si contraddice. Da un lato afferma che l’uomo è libero, crede perciò nel libero arbitrio. Dall’altro lato, gli nega la libertà di scegliere della sua vita. In altri termini siamo al solito discorso: l’uomo sarebbe libero di effettuare delle scelte nella vita, ma non sarebbe libero di decidere sulla continuazione o meno della sua vita. Una specie di libero arbitrio azzoppato: cioè si crede nella libertà dell’uomo, ma fino a un certo punto, perché in realtà la si nega. Questa tesi pesa molto. Per questo insisto sempre sul diritto di morire che è alla base di tutto il resto.
Ci spieghi meglio.
Il diritto di morire, che sostanzialmente è il diritto di andarsene, è quello che le persone sentono. Dai sondaggi che sono stati fatti, risulta che la maggior parte degli italiani è a favore, perché la maggior parte delle persone sente che se io sono libero di vivere con una determinata persona, scegliere un determinato lavoro, vivere in un determinato luogo, perché non devo essere libero nel più personale di tutti i diritti, che è quello di dire a un certo punto di no alla vita? Solo che c’è questo pregiudizio che spinge a dire che quelli che sostengono il diritto di morire sono per la morte e gli altri sono per la vita. Niente di più falso: siamo tutti per la vita, ma ci sono determinati momenti in cui la vita può diventare invivibile, insostenibile.
Quanto pesa la Chiesa nella negazione di questo diritto, dunque?
Noi in Italia siamo condizionati dalla cultura cattolica tradizionale. Non è che tutti i cristiani la pensino così. Sta di fatto che il cattolicesimo ufficiale, che è quello dei documenti, è chiuso su questi temi. Pensi a Papa Francesco, tanto celebrato per le sue aperture in molti campi e in realtà estremamente reticente nei confronti del diritto di andarsene, perché chiusi e reticenti sono i documenti ufficiali.
Si può sostenere che la visione cristiana, non quella cattolica ufficiale, sia a favore dell’autodeterminazione dell’uomo anche per quanto riguarda la decisione di porre fine alla propria vita?
Sì, partendo dal Cristianesimo si può arrivare a sostenere la libertà dell’uomo anche di fronte alla morte. Lei pensi a Hans Küng, uno dei maggiori teologi del Novecento, cattolico, ma sostenitore della possibilità da parte dell’uomo di dire di no alla vita. Pensiamo ai Valdesi, a meno che non si sostenga che i cristiani sono solo i cattolici e quelli che seguono il cattolicesimo ufficiale. C’è anche un dibattito all’interno della Chiesa e le posizioni sono sempre più avanzate intorno a questo tema, ma fino a un certo punto. Quando poi si è di fronte al tema dell’eutanasia, scattano questi meccanismi di chiusura. Però a volte non si ha neanche il coraggio di affermarlo: non è il fatto dell’ingerenza della Chiesa, è la cultura cattolica che pesa sulla cultura nazionale.
Anche se è innegabile il peso della cultura cattolica su quella nazionale, rimane una posizione che non per forza deve essere accolta e condivisa, soprattutto dalla politica in fase legislativa
Sappiamo che ci sono molti interessi, calcoli elettorali tra l’altro sbagliati. I politici hanno paura di fare delle scelte coraggiose, mentre la Ghisleri, e non solo, ci dice attraverso i sondaggi che la maggior parte degli italiani sarebbe favorevole al diritto di dire di no alla vita. Una contraddizione. Se vi interessa il consenso, come fate a continuare a dire di no a qualcosa che la maggior parte degli italiani desidera, indipendentemente dall’appartenenza politica? Gli italiani vorrebbero un referendum su questo tema, non essere scavalcati dai politici.
Da Welby ad oggi tanti passi sono stati fatti, ma il percorso non è sempre stato facile né lineare. A che punto siamo?
Non è un cammino rettilineo, a volte sono battaglie da ultima spiaggia. Le basti pensare che prima si era contro anche alle direttive anticipate (note anche come “testamento biologico” o “DAT” (Disposizioni Anticipate di Trattamento), sono documenti che permettono a una persona maggiorenne e capace di intendere e volere di esprimere le proprie volontà in merito ai trattamenti sanitari che desidera o non desidera ricevere nel caso in cui non fosse più in grado di comunicare le proprie scelte, ndr), poi si sono accettate; prima si era totalmente contrari al suicidio assistito, non solo all’interno della Chiesa, ma anche molti giuristi: per tanto tempo in Italia è stato un tabù, fin quando la Corte Costituzionale lo ha legittimato a determinate condizioni o reso non punibile. La stessa cosa sta succedendo oggi per l’eutanasia.
Laura Santi chiude la sua lettera dicendo: “Il disegno di legge che sta portando avanti la maggioranza è un colpo di mano che annullerebbe tutti i diritti”. Perché?
Si va verso una legge sul fine vita che sembra un arretramento perché non regolamenta l’eutanasia. Siccome si capisce bene che il vento tira in quella direzione, a livello mondiale e a livello europeo, c’è qualcuno che decisamente cerca di affossare tutto, ma oramai sono sempre di meno. È significativo che Giorgia Meloni stessa abbia accolto l’idea di una legge, il pericolo però è che svuoti l’autodeterminazione. È una battaglia difficile di cui però oggi si parla molto di più. Quando io ho scritto il primo libro che aveva il coraggio di intitolarsi Indisponibilità e disponibilità della vita: Una difesa filosofico giuridica del suicidio assistito e dell’eutanasia volontaria, anche il termine eutanasia era in qualche modo osteggiato. Solo grazie al referendum di Marco Cappato, poi bloccato, si è cominciato a sdoganare.
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da www.huffingtonpost.it
22 Luglio 2025

La lettera d’addio di Laura Santi:

“Ci vogliono nervi d’acciaio:

è il gesto più totale che un essere umano

possa compiere”

di Huffpost
La missiva della giornalista prima della morte tramite suicidio assistito: “Sul fine vita sento uno sproloquio senza fine, l’ingerenza cronica del Vaticano, l’incompetenza della politica. Il disegno di legge che sta portando avanti la maggioranza è un colpo di mano”
22 Luglio 2025
Pubblichiamo la lettera di Laura Santi, morta nella sua casa di Perugia dopo essersi somministrata un farmaco letale.
Quando leggerete queste righe io non ci sarò più, perché avrò deciso di smettere di soffrire. Nonostante la mia scelta fosse ormai nota a tutti, questo mio gesto finale arriva nel silenzio e darà disappunto e dolore. Molti saranno dispiaciuti, altri soffriranno per non avermi potuto dare un ultimo saluto, un ultimo abbraccio. Vi chiedo di comprendere il perché di questo silenzio. Anche nella certezza della mia decisione si tratta del gesto più totale e definitivo che un essere umano possa compiere, ci vogliono sangue freddo e nervi d’acciaio. Come avrei potuto viverlo serenamente aggiungendo lutto a lutto anticipato, dolore al dolore, resistenze, lacrime reazioni e attaccamento? Vi chiedo anche uno sforzo aggiuntivo di comprensione.
Alle persone che resteranno senza un saluto oltre che le mie scuse va un abbraccio fortissimo. È impossibile enumerare tutti i volti che hanno riempito la mia vita. Fate conto che io vi stia salutando e abbracciando. La mia vita è stata piena anche grazie a voi.
La mia famiglia d’origine: papà Renato, mamma Gabriella, mia sorella Elena, mio nipote Matteo; tutti i parenti; Laura, Chiara e le amiche storiche di una vita, tutti gli amici, i colleghi e i conoscenti, i compagni di malattia, i compagni di attivismo, tutti coloro con cui ho condiviso un pezzo di strada. La mia amata Perugia. I miei medici, le mie palliativiste, i miei fisioterapisti, un grazie particolare a Daniela per avermi dato negli anni gli strumenti per combattere. Le mie assistenti, la mia seconda famiglia in quest’ultimo tratto. La politica quella buona, Fabio e Vittoria, i giornalisti amici, come le due Francesca; chi mi ha aiutato; il vescovo Ivan, un amico speciale col quale mi sono intrattenuta in più di una chiacchierata sulla vita e la morte.
Ho potuto vincere la mia battaglia solo grazie agli amici dell’Associazione Luca Coscioni, seguiteli e seguite i diritti e le libertà individuali, mai così messi a dura prova come oggi. Sul fine vita sento uno sproloquio senza fine, l’ingerenza cronica del Vaticano, l’incompetenza della politica. Il disegno di legge che sta portando avanti la maggioranza è un colpo di mano che annullerebbe tutti i diritti. Pretendete invece una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni. Esercitate il vostro spirito critico, fate pressione, organizzatevi e non restate a guardare, ma attivatevi, perché potrebbe un giorno riguardare anche voi o i vostri cari.
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da www.repubblica.it
08 LUGLIO 2025

Una morte dignitosa

di Massimo Recalcati
Manca nel nostro Paese una legge sul fine vita. Da tempo lo sottolineo sulle pagine di questo giornale. Di questa legge esiste una esigenza collettiva tanto ampia quanto sistematicamente misconosciuta dalla politica di destra e di sinistra, salvo rarissime eccezioni, per esempio quella di Marco Cappato. Il silenzio della politica parlamentare è divenuto nel tempo sempre più assordante. Eppure sono migliaia le persone e i loro famigliari che si trovano di fronte all’urgenza drammatica di affrontare una vita esposta ad una sofferenza senza più alcuna speranza.
La legge 219 sul biotestamento non può essere sufficiente. Il suicidio assistito rimane in ogni caso fuori legge con la conseguenza che i medici e tutti coloro che lo favoriscono sono esposti a pesanti rischi penali. Per questa ragione migliaia di italiani sono costretti all’esilio in Svizzera o al suicidio solitario. Anche le recenti sentenze della Corte costituzionale — come è avvenuto col caso Cappato-Dj Fabo — pur aprendo delle brecce importanti, non riempiono questo vuoto legislativo che resta uno scandalo tutto italiano. Serve al contrario una Legge che riconosca a chi è sconfitto dalla malattia e non ha più speranze né di guarigione né, soprattutto, di una vita dignitosa, il diritto di scegliere di morire anticipando la cosiddetta morte naturale. Ma si può pensare davvero che coloro che estenuati da una malattia che non lascia scampo e che magari li ha consumati crudelmente per anni o addirittura decenni, non abbiano desiderato profondamente di continuare a vivere? Che cosa li avrebbe spinti se non il desiderio di vita a sostenere la lotta impari contro la tragedia della malattia? E poi che cosa significa davvero “vivere”? Significa essere semplicemente vivi? Vivere coincide davvero con questa visione brutalmente materialistica della vita come mero respiro vitale, come mera sopravvivenza? Si può ridurre l’essere dell’uomo al suo corpo biologico? Non è questa una opzione rozzamente materialistica?
Le cure palliative, come sappiamo, si rivelano essenziali per accompagnare con la massima umanità e cura una vita alla sua fine. Ma cosa accade quando questo passaggio dura dieci o vent’anni? La cura palliativa non perde in questo caso il suo senso e non si trasforma inevitabilmente in un accanimento terapeutico? Non si dovrebbe invece lasciare al soggetto sofferente la decisione relativa alla sua capacità di resistenza, alla sua capacità di sopportare un’esistenza mutilata e oppressa da una sofferenza che esclude ogni possibilità terapeutica e ogni possibile speranza di miglioramento?
Una legge sul fine vita non sancirebbe un diritto alla morte, ma quello a una vita dignitosa in grado di decidere il suo termine. In questo senso essa dovrebbe accompagnarsi a un potenziamento delle cure palliative per rendere l’eventuale decisione di porre fine alla propria vita la più libera possibile. Riconoscere il diritto alla resa non sponsorizza la morte come soluzione, ma tiene conto dei limiti umani della vita. La resa di chi decide per la propria morte di fronte all’inesorabilità del male non è un atto di viltà ma una presa d’atto di una sconfitta drammatica che merita tutto il nostro rispetto e la nostra solidarietà. Come si fa a non capire? Come si fa a imporre ad altri la nostra misura della vita? Come si può costringere altri a vivere una vita che non è più la loro e che assomiglia giorno dopo giorno sempre più alla morte? In questo senso la dichiarazione di resa deve poter essere sovrana. Solo la filosofia dell’hitlerismo, solo coloro che credono che la vita sia puro acciaio destinato a non piegarsi mai, possono escludere la possibilità umanissima della resa. In un tempo come il nostro dominato dall’ideologia della prestazione, dal mito della giovinezza e dalla volontà di potenza del proprio Ego, morire è diventato un tabù assai più ingombrante del sesso. Con la conseguenza che la nostra civiltà ha completamente smarrito la grammatica della resa. L’idea stessa che ci si possa arrendere alla sventura e all’atrocità di una malattia che non lascia scampo, l’idea che ci si possa congedare con dignità dal tempo del mondo, può apparire intollerabile, quasi oscena. Eppure, è proprio nella resa che risuona una verità profonda. Non sempre il desiderio di vivere può trovare la gioia della sua affermazione. Non si ammala solo chi non vuole vivere. Si ammala anche chi vorrebbe vivere ancora. È una cattiva psicologia quella che vorrebbe sopprimere il carattere fatale del male. Quando un soggetto dichiara sconsolato che “è diventato troppo per me” o che “non ne posso più”, quando, esausto, dichiara la sua resa, chi può permettersi di giudicare la giusta misura di questa dichiarazione? Chi può permettersi di esigere che tutto quel dolore che ha reso quella vita incompatibile con la vita debba continuare sino a “morte naturale”? Nessuno di noi dovrebbe essere chiamato a giudicare, a correggere, a moralizzare, ma, casomai, ad ascoltare, a offrire uno spazio in cui la parola del soggetto sofferente trovi accoglienza, senza essere violata dalla nostra paura o dalle nostre convinzioni ideologiche.
L’atto della resa di chi chiede di poter morire non è mai un atto irresponsabile. È, piuttosto, la testimonianza estrema di una soggettività che non vuole essere ridotta a sopravvivere ad ogni costo. In quel “no!” a una vita divenuta simile alla morte, la vita rivela tutta la sua umanità. È quel “no!” che la vita solo animale, governata pienamente dall’istinto, non può mai pronunciare. È un “no!” alla vita divenuta morte. È un “no!” non nel nome della morte ma nel nome della vita che reclama sino all’ultimo respiro il diritto alla sua dignità. In gioco è l’assunzione del proprio limite, il riconoscimento che ogni esistenza è finita, esposta al male e al suo destino. Una civiltà matura non si misura solo dalla capacità di difendere la vita, ma anche da quella di accompagnarla nel suo congedo con dignità.
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22 LUGLIO 2025

Laura Santi, arcivescovo di Perugia:

“E’ l’ora del dolore,

ricordo lei e chi sostiene la speranza”

di Iacopo Scaramuzzi
Monsignor Ivan Maffeis era andato a trovare la donna a casa sua l’anno scorso che aveva commentato: “Un uomo libero, molto umile e profondo”
“Questo è il momento del silenzio e del dolore”. Monsignor Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia, semplicemente “don Ivan” per i suoi fedeli, preferisce non commentare la scelta di Laura Santi di morire in casa dopo essersi somministrata un farmaco letale.

L’incontro dell’anno scorso

L’anno scorso il presule era andato a conoscere la donna affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla. La stessa Santi, ricorda l’agenzia Ansa, aveva raccontato di avere avuto “l’impressione di un uomo libero, molto umile e profondo. Non ha cercato di convincermi o di dissuadermi dal fare qualche cosa. Mi ha abbracciata, mi ha passato la borraccia, si è seduto e mi ha ascoltata”.

Dolore e riconoscenza

“Entro nelle case delle persone da prete, abbiamo condiviso alcune cose profonde ed esistenziali”, ricorda oggi monsignor Maffeis parlando a Repubblica. “Questo non è il momento di riflessioni di fondo”, spiega il vescovo: “Questo è il giorno del silenzio, del dolore davanti alla morte di una persone e lo spreco che la morte porta con sé, e della riconoscenza per il tratto di strada condiviso”. Don Ivan Maffeis risponde al telefono mentre si sta recando a celebrare messa: “Celebro per lei e per quanti – tra i famigliari, come tra gli operatori sanitari e i nostri stessi sacerdoti – stanno accanto ai malati, sostenendone la speranza”.
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22 LUGLIO 2025

Laura Santi: dalle battaglie civili

al grande amore per Stefano,

storia di una donna coraggiosa

di Maria Novella De Luca
La scoperta della malattia a 25 anni, il giornalismo, i viaggi, il mare. Poi l’impegno con l’Associazione Coscioni per eutanasia e suicidio assistito
“Ricordatemi come una donna che ha amato la vita”. C’è tutta Laura Santi in queste parole che chiudono la sua straordinaria lettera di addio alla vita, un vero e proprio testamento civile affidato al marito Stefano Massoli e all’Associazione Luca Coscioni. Poi Laura si è autosomministrata il farmaco letale e si è spenta con il suicidio assistito, nella sua casa di Perugia, mano nella mano a Stefano, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale del 2019, dopo una lunga battaglia giudiziaria per ottenere il proprio diritto a morire.
Aveva 25 anni Laura quando i primi sintomi della malattia si erano manifestati. Così ci aveva raccontato in una intervista del 2021, quando per la prima volta, a 46 anni, aveva reso pubblica la sua scelta, diventando testimonial della battaglia per l’eutanasia legale promossa dall’Associazione Coscioni.

“Io amo la vita”

“Ero giornalista freelance, lavoravo nel no-profit, correvo, non mi fermavo mai, avevo giornate pienissime, gli amici, la famiglia. Ricordo di aver pensato, con tutta l’incoscienza di quell’età e di un fisico che sembrava ancora integro: la malattia non mi toccherà. Ero bella, in forma e i sintomi erano lievi. Non voglio morire oggi e nemmeno domani. Anzi, se la mia malattia restasse così, se la progressione fosse lenta invece che maledettamente veloce, ve lo dico, io resterei qui. Perché amo la vita, perché ho un marito meraviglioso. Ma ho la sclerosi multipla da 25 anni e peggioro di mese in mese. So a quali sofferenze vado incontro. Vorrei, allora, un giorno, poter dire basta, vado via, aiutatemi a morire. Per questo mi batto per l’eutanasia legale in Italia. E il solo pensiero di poter scegliere quando morire renderebbe già più lievi i miei dolori”.
Quel giorno è arrivato, il 21 luglio, dopo anni di progressione di malattia e dopo l’ultimo anno di peggioramento feroce delle sue condizioni, con sofferenze diventate per lei intollerabili. “Sono allo stremo – diceva – la vita è degna di essere vissuta, se uno lo vuole, anche fino a 100 anni e nelle condizioni più feroci, ma dobbiamo essere noi che viviamo questa sofferenza estrema a decidere e nessun altro. Io sto per morire. Non potete capire che senso di libertà dalle sofferenze, dall’inferno quotidiano che ormai sto vivendo. O forse lo potete capire. State tranquilli per me. Io mi porto di là sorrisi, credo che sia così. Mi porto di là un sacco di bellezza che mi avete regalato. E vi prego: ricordatemi. Sì, questo ve lo chiedo, ricordatemi. E nel ricordarmi non vi stancate mai di combattere. Vi prego, non vi rassegnate mai. Lo so, lo so che lo fate già, però non vi rassegnate mai. Non vi stancate mai, anche quando le battaglie sembrano veramente invincibili”.

Come Welby e Dj Fabo

Così come prima di lei Beppino Englaro e poi Piergiorgio Welby e poi Dj Fabo, Laura ha fatto di se stessa, del suo corpo, della sua sofferenza un atto di testimonianza e di disobbedienza civile. Ed è stata quasi invincibile per anni Laura, che continuava scrivere, a rilasciare interviste, a farsi fotografare, ancora bellissima fino agli ultimi giorni. E non si può ricordare Laura senza parlare di Stefano, Stefano Massoli, amatissimo marito e per decenni devoto caregiver di Laura.

La rinuncia a essere madre

“A 29 anni ho conosciuto Stefano, il mio grande amore. Siamo ancora insieme dopo tanti anni e Stefano oggi mi assiste con pazienza infinita. Potrebbe dirvi mille cose sul ruolo durissimo dei caregiver. Ricordo che glielo rivelai dopo il primo bacio del primo incontro: “Sai, c’è anche la malattia nella mia vita, ci sarà sempre e peggiorerà”. Non è scappato”. Oltre all’amore ci unisce la cultura. Lui fa il regista, io scrivo. Gli amici. Le passeggiate nella natura. Nonostante tutto riusciamo a ricavarci degli spazi di serenità. La nostra rinuncia più grande è stato un figlio. A 30 anni la sclerosi mandava già i primi segnali, iniziavo a zoppicare, già facevo i conti con l’incontinenza. Nulla rispetto ad oggi, ma ho avuto paura di non poterlo crescere. E’ stata la mia più grande perdita, forse però è stato giusto così”.

Stefano, marito e caregiver

Insieme a Stefano, regista, produttore, videomaker, raccontava la sua quotidianità e la sua vita con la sclerosi multipla (e non solo) in una rubrica su Vanity Fair. Passeggiate, uscite, letture, brevi gite al mare, frammenti visivi di uno straordinario grandissimo amore. E parlando della sua ultima battaglia, per la legge regionale “Liberi Subito” promossa dall’Associazione Coscioni di cui era consigliera, per dare attuazione certa alla sentenza del 2019, così raccontava nel suo blog.
“Stefano mi ha sempre detto che sarà con me fino alla fine. Stefano ogni giorno si fa carico della mia sicurezza, della mia assistenza, del mio benessere, del mio minimo scampolo di autonomia. Con questa ultima mobilitazione, Stefano è come se si familiarizzasse con l’idea di perdermi, perché stiamo parlando di fine vita e in qualche modo anche del mio. Credo che l’attivismo lo aiuti a elaborare questa realtà, questo orizzonte. Ma oltre a ciò, da una tragedia che ha colpito me in prima persona e noi come coppia e famiglia, lui trae linfa vitale per reagire con rabbia sangue freddo e grande spirito organizzativo”.

Appello per una legge giusta

E la battaglia di Laura si unisce a una lucida e implacabile denuncia della solitudine dei caregiver, dell’immenso esercito di coloro che nel silenzio e nella fatica si prendono cura dei familiari non autosufficienti. “Quando non ho assistenza è Stefano ad aiutarmi persino nelle mie funzioni biologiche, a prendersi cura di me in tutto. Fa da filtro con familiari e amici quando sono troppo affaticata anche solo per rispondere al telefono. Mi cateterizza. Mi svuota meccanicamente l’intestino quando devo. Mi alza, mi mette a letto. Nei giorni festivi, quando la disabilità per miracolo va in vacanza, è lui a lavarmi e farmi doccia e altro. Non conosce, perché non può conoscere, riposo né malattia. Ma adesso è veramente un altro passo. Mi è vicino sulla questione del fine vita senza intromettersi e soltanto dicendo, quando avrai deciso non hai che da dirmelo e io mi organizzerò di conseguenza”. L’ultima rubrica è del 4 giugno. Poi il silenzio. Il commiato con una lettera pubblica che così si conclude: “Pretendete una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni. Esercitate il vostro spirito critico, fate pressione, organizzatevi e non restate a guardare, ma attivatevi, perché potrebbe un giorno riguardare anche voi o i vostri cari”.

 

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