Omelie 2026 di don Giorgio: PENTECOSTE

24 maggio 2026: PENTECOSTE
At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20
Festività della Pentecoste: già il nome “pentecoste”, di origine greca, indica che si tratta del cinquantesimo giorno, una data del tutto particolare sia per gli ebrei che per i cristiani.
Anzitutto, il termine ”pentecoste” indicò in origine una festività ebraica, che si celebrava sette settimane dopo la pasqua (ebraica), in coincidenza con la conclusione della mietitura e della trebbiatura del grano: aveva il valore di una festa di ringraziamento e in quel giorno gli Israeliti si recavano, come per la pasqua e la festa «dei tabernacoli» o «delle capanne», in pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. La stessa festa era carica anche di un significato teologico: si celebrava il cambiamento del proprio destino di popolo di Dio, avvenuto con la consegna della legge a Mosè sul Sinai, e quindi con il patto dell’Alleanza, tre mesi dopo l’uscita dall’Egitto. E se la Pasqua rappresentava l’ora del fidanzamento di Dio con il suo popolo liberato dall’Egitto, la Pentecoste ricordava e rinnovava le nozze, nella scelta reciproca e nel patto.
Per i cristiani, la Pentecoste celebra la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli nel cenacolo, avvenuta cinquanta dopo la risurrezione di Gesù, e possiamo dire che la Pentecoste cristiana rappresenta la nascita ufficiale della Chiesa.
È chiaro lo scopo di Luca: richiama il cammino nel tempo della comunità di Gesù, ritorna ai suoi inizi per scoprire come è iniziato e quindi come è continuato negli anni successivi. Di fatto, a cinquanta giorni dalla Pasqua, avviene un avvenimento che cambia completamente l’esistenza degli Apostoli e dei primi cristiani.
Da notare: i tempi delle due festività, la Pasqua e la Pentecoste, ebraiche e cristiane coincidono. Ma il loro significato è totalmente diverso. Verrebbe da dire che la Pasqua e la Pentecoste cristiane hanno sostituito le due festività ebraiche. Le parole possono essere le stesse: come legge, alleanza, ecc. ma con la Pentecoste cristiana siamo su un altro piano, quello della Grazia, che è il dono dello Spirito santo. Un dono che gli antichi profeti ebrei avevano preannunciato. Ma il popolo ebraico, duro di cervice, aveva capito qualcosa? Avevano solo capito di uccidere i loro profeti, di emarginali, di farli tacere, o di far finta che non parlassero. Ma attenzione! Non è che poi la stessa chiesa istituzionale non farà lo stesso, uccidendo o emarginando gli spiriti liberi.
Preferisco ora fare qualche riflessione sulla Pentecoste cristiana, così come viene descritta nei testi biblici.
Ho detto che la Pentecoste cristiana rappresenta la nascita ufficiale della Chiesa. Qui sta il punto da chiarire. Secondo la narrazione di Luca, tutto è avvenuto nella spettacolarità.
In realtà, già sulla Croce, mentre i tre sinottici, Matteo, Marco e Luca, dicono che Gesù “rese lo spirito” nel senso che esalò l’ultimo respiro, ovvero che morì fisicamente, l’evangelista Giovanni usa un verbo greco che indica “consegnare”, “donare” il suo Spirito. Morendo, Gesù ci ha donato il suo Spirito, ovvero lo Spirito Santo.
Dunque, sulla Croce abbiamo la prima effusione del dono dello Spirito Santo. Diciamo che sulla Croce vediamo la primizia della Pentecoste, che non avviene nella spettacolarità, ma nel silenzio più assoluto, mentre Cristo muore. Sono presenti solo alcune donne, tra cui la Maddalena, la madre di Gesù e il prediletto Giovanni.
Lo Spirito come un soffio o un respiro richiama Elia, un profeta dell’Antico Testamento, nella sua esperienza mistica.
Vediamo il contesto. Elia, sfiduciato e stanco dopo aver combattuto i profeti di Baal, è in fuga perché la regina Gezabele lo voleva morto. Gezabele, figlia del re di Sidone, dunque pagana, aveva sposato il re ebreo Acab, che era un ebreo: introdusse in Israele il culto di Baal e perseguitò i profeti del Dio d’Israele.
Mentre è in fuga nel deserto, il profeta Elia ha un momento di crisi di depressione: vuole morire rifiutando di mangiare e di bere. Un angelo del Signore gli dà la forza per continuare il suo cammino verso il monte Oreb. Sull’Oreb, Elia si rifugia in una caverna. Ed ecco la rivelazione divina: Dio passa, ma non è nel vento impetuoso che spacca le rocce, non è nel terremoto e non è nel fuoco. Questi eventi manifestano potenza, ma non la presenza intima di Dio. Dio si manifesta invece nel “soffio di una leggera brezza” (in ebraico c’è un’espressione intraducibile in italiano), qualcuno traduce anche “voce di silenzio sottile”.
Solo in quel silenzio e in quella delicatezza, Elia intuisce la vera presenza di Dio, si copre il volto con il mantello ed esce dalla grotta, in atteggiamento di timore reverenziale e di ascolto.
Non è difficile almeno intuire la differenza sostanziale tra la rivelazione di Dio al profeta Elia e l’effusione spettacolare dello Spirito sugli Apostoli. Luca parla di fragore, di vento e di fuoco.
Ancora. Il giorno stesso della sua Risurrezione, la sera del primo giorno della settimana, Cristo apparendo ai suoi discepoli soffia su di loro dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo».
Ma c’è di più. Non possiamo dimenticare le affermazioni più suggestive di Gesù sullo Spirito Santo, nel dialogo in pieno giorno con la donna samaritana e nel dialogo in piena notte con Nicodemo. Da notare: Cristo non fa promesse, ma si riferisce al presente: lo Spirito santo è già realtà.
E allora che senso dare alla festa di Pentecoste? Sì, è vero: mentre prima, nonostante le parole e le garanzie di Cristo sulla realtà dello Spirito già presente, gli Apostoli erano rimasti chiusi, per paura e anche per i loro dubbi, tra le quattro mura del cenacolo, dopo l’effusione sovrabbondante e quasi violenta (si parla di vento gagliardo) dello Spirito santo nel giorno di Pentecoste sono come miracolosamente trasformati, anche loro risorti. Ma sarà proprio così? Certo, tutti vorremmo che ogni tanto lo Spirito desse qualche scossone, facesse sentire forte la sua presenza, ma i segni dello Spirito sono diversi, direi infiniti, talora impercettibili, ma la stessa Natura dovrebbe richiamare lo Spirito che genera la vita.
Se noi non facciamo silenzio attorno a noi, e non rientriamo nel silenzio del mondo interiore, saremo sempre in balìa del Maligno, che inganna i nostri sensi per toglierci la lucidità del nostro intelletto.
Talora è proprio nei momenti di crisi che sentiamo la voce dello Spirito. La crisi ci stacca dalle false apparenze, ci denuda nelle nostre soddisfazioni carnali. La crisi ci rende soli con noi stessi, e nel momento in cui tutto si fa vuoto allora si va in depressione. È il momento di fare la nostra scelta: o morire o continuare a vivere. Come è successo per Elia nel deserto. C’è sempre un angelo pronto a darci l’energia necessaria per voler vivere.
Non vorrei sembrare un orgoglioso, un temerario, uno che vorrebbe sfidare il mondo intero. Ma confesso che ad ogni alba chiedo al Signore di farmi vivere ancora: non voglio vivere per me stesso, ma perché ho ancora qualcosa da dare per gli altri.

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