24 agosto 2025: CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
2Mac 6,1-2.18-28; 2Cor 4,17-5,10; Mt 18,1-10
Mi soffermo stavolta sul terzo brano, quello evangelico. Un brano forse troppo noto, e forse per questo troppo tirato da ogni parte, senza cogliere il cuore del messaggio di Cristo.
Possiamo dire che il brano è diviso in due parti, tra loro connesse, ma ponendo attenzione: il termine “bambino” (in greco παιδίον) e il termine “piccolo” (μικρός) assumono significati diversi. “Piccoli” erano chiamati gli stessi discepoli, talora intesi anche nella loro poca fede.
Partiamo dalla domanda di Gesù, che già ci spiazza, tanto è provocatoria: “Chi dunque è più grande nel regno di Dio?”. Qui “grande” è relativo al regno di Dio, e quindi assume un significato del tutto originale, al di là di ciò che noi intendiamo “grande” in rapporto a una certa professione o laurea o a quanto abbiamo in beni o in denaro, o al potere del nostro ruolo. I “grandi della terra”: quante volte sentiamo questa espressione.
I potenti del mondo! Quando si trovano per discutere sulle sorti del mondo combinano sempre guai, scatenando anche reazioni violente. Pensiamo a quanto successe durante il vertice del G8 a Genova, tenutosi dal 20 al 22 luglio 2001. Durante l’evento, si verificarono scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, culminati nella morte di Carlo Giuliani, un manifestante, e nei fatti di sangue, un vero massacro, nella scuola Diaz. Ho ricordato un esempio. Noi siamo nelle mani dei “grandi della terra”, e quando questi “grandi” sono pazzi criminali, come vediamo oggi, allora non c’è scampo per nessuno.
Gesù a volte predicava lanciando messaggi sconvolgenti, ovvero contro la logica del più forte, e a volte compiva gesti significativi, come quando «chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me”».
Fermiamoci qui per un momento: ne abbiamo su cui riflettere, e se siamo sinceri, ne abbiamo su cui fare un serio esame di coscienza. E se è difficile, per non dire impossibile far capire la logica evangelica ai potenti della terra, dovrebbe essere invece la norma di pensiero e di vita per un cristiano, e a maggiore ragione per un ministro di Cristo.
Cristo stesso aveva avvertito: il potere di governanti senza scrupoli non può essere assunto come modello di quanti, come i Dodici, sono chiamati a esercitare un ruolo nella comunità dei credenti: «Tra voi però non è così, ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore (diákonos) e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo (dúlos) di tutti. Anche il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,43-45).
La grandezza nel regno di Dio non ha nulla a che fare con la grandezza nel regno terreno. Hanno due pesi completamente diversi. La grandezza nel regno di Dio è “leggerezza” in quanto essere, la grandezza nel regno terreno è “pesantezza” in quanto avere. Già la parola “potere” stona nel regno di Dio, e nel campo diciamo ecclesiastico. In un inno liturgico si dice che “Cristo ha regnato dalla croce”.
Dunque, la logica del potere viene capovolta nella logica del servire. Pensate alla parola “ministro”, che deriva da latino “minus”: io mi faccio “meno” per essere “di più” nel servire gli altri. In altre parole: io conto di meno degli altri che dunque vanno serviti per primi. Cristo, il Figlio di Dio, è venuto per servire, e non per farsi servire.
Gesù «chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli”». Il bambino diventa così il modello da seguire, tanto da esigere una conversione, ovvero un cambiamento di mentalità e di vita. Certo, Gesù pensava alla genuinità o semplicità di chi ha un animo puro. In realtà, tutti sappiamo che nasciamo già egoisti, con un ego che poi cresce con l’età, forse perché appena nati si entra in una società che condiziona fortemente i bambini, a partire dagli stessi genitori, che invece che educare non fanno altro che favorire nei figli capricci d’ogni genere.
Ma qui Gesù, invece che fare un discorso moralistico sulla educazione dei figli, sembra cambiare registro, quando parla di “scandalo”, parola che in greco significa “pietra che fa inciampare”, ovvero qualcosa che mette il più debole o indifeso nella condizione di sbagliare. Sì, Gesù si riferiva agli stessi discepoli, che, nella loro fragilità o piccolezza di fede, possono essere scandalizzati dai comportamenti degli stessi fratelli nella fede.
Forse gli scandali peggiori avvengono all’interno della stessa Chiesa. Perché? I più semplici, gli ingenui, non si immaginano che possano capitare certe cose tra fratelli nella fede. Ci si fida. E quando succede uno scandalo, essendo anche deboli di fede, si cade in depressione, in crisi. È del tutto riduttivo pensare solo agli scandali sessuali, o al fenomeno della pedofilia. Gesù pensava anche a quella logica dell’avere, che è il contrario della logica dell’essere, la sola ad essere lecita nel regno di Dio. Quando la logica del profitto o la logica affaristica entra nella Chiesa, allora tutto è scandalo, anche un solo gesto, un certo modo di pensare che si insinua perfino nella gerarchia o nelle strutture parrocchiali. Posso anche comprendere certi Movimenti ecclesiali per il loro fondamentalismo dogmatico, ma come accettare la loro logica del profitto o affaristica tanto da essere sempre preda dei giochi di potere, da cui dipendere per aumentare il raggio dei loro affari? Bisognava essere ciechi e ottusi per non vedere ciò che faceva la Compagnia delle Opere, braccio finanziario di Comunione e liberazione. Ancora oggi, dopo fallimenti e processi, ritenta la scalata al potere finanziario. E che dire del Vaticano e delle loro banche? E che dire di certi santuari dove si fanno soldi a palate? Ma non guardiamo troppo lontano. Che dire di certi stili di vita dei preti di oggi? Direste che sono poveri? Ma che cos’è la povertà per noi preti? Non è forse essenzialità di vita? Certo, siccome rifiutiamo la Mistica – la Chiesa l’ha condannata alla fine del ‘600 – non sappiamo quanta importanza la Mistica medievale abbia dato al distacco: distacco da tutto ciò che è inessenziale, superfluo, il di più, in avere, potere, sapere. Il distacco è la premessa necessaria perché ci possiamo incontrare con il Divino che è in noi.
Non si è poveri neppure quando noi preti ci permettiamo una vita comoda. Che scandalo per la gente che fatica oggi ad arrivare alla fine di una giornata!
E che dire dei nostri Consigli pastorali e dei Consigli per affari economici, i cui membri sembrano ragionare con testa dell’affarista? E non parliamo poi degli ambienti parrocchiali, dove non si educano più i ragazzi all’essenziale. Veramente sto male al pensiero che noi chiesa siamo finiti nelle braccia del secolarismo più aberrante. E la gente si è allontanata, e adesso pretendiamo di riavvicinarla accarezzando la loro pancia.
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