L’EDITORIALE
di don Giorgio
Non tutto per noi è possibile
Ho appena letto che non bisogna aggrapparsi quasi fosse una moda allo stesso autore per di più moderno per evitare il rischio di pensare tutti alla stessa maniera. L’invito era addirittura di non leggere alcun autore che non sia morto da almeno trent’anni.
Possiamo discutere su questa teoria, ma una cosa è certa almeno per me: più si risale nel tempo, più ci si accosta a qualcosa di sempre nuovo, fresco, originale. Sì, capita che si riscopra qualche autore antico, e lo si prenda come modello, e così si rischia di cadere nella omologazione: pensarla allo stesso modo.
Anche io qualche anno fa mi ero innamorato degli scritti di Epitteto, e poi mi sono fatto affascinare da altri, forse per evitare il rischio di omologare il mio pensiero su quello di Epitteto.
Chi era Epitteto? Epitteto nacque intorno al 50 d.C. a Ierapoli, nella Frigia meridionale. Secondo un’iscrizione metrica rinvenuta in Pisidia (Asia Minore), era figlio di una schiava; tuttavia, considerate le vaste zone d’ombra che avvolgono la vita del filosofo, è ragionevole supporre che, nato libero, Epitteto sia stato ridotto in servitù successivamente. Giunto a Roma in età giovanile, Epitteto fu schiavo di Epafrodito, potente liberto e favorito dell’imperatore Nerone. Nell’Urbe il futuro filosofo poté ascoltare le lezioni del maestro stoico Musonio Rufo, ammirato per la rettitudine del suo temperamento e l’austerità dei suoi costumi. È verosimile ipotizzare che proprio Musonio abbia ispirato l’approccio spiccatamente pratico che in seguito avrebbe connotato gran parte della riflessione filosofica di Epitteto, ampiamente focalizzata sul problema della condotta morale dell’uomo.
Non conosciamo con esattezza l’anno in cui Epitteto fu affrancato da Epafrodito; e parimenti ignoriamo l’inizio della sua attività come maestro stoico. Quello che sappiamo è che nel 93, già abbastanza noto negli ambienti colti della capitale, Epitteto fu colpito dal bando di espulsione di filosofi, scienziati e astrologi decretato dall’imperatore Domiziano. Il pensatore si trasferì allora in Epiro, a Nicopoli, e qui fondò una scuola che conobbe una notevole risonanza e un buon numero di allievi. Epitteto morì in tarda età, tra il 125 e il 130, durante l’impero di Adriano.
È un’ipotesi tutt’altro che peregrina presumere che Epitteto abbia fissato per iscritto le proprie dottrine. Quel che è certo, in ogni caso, è che il filosofo decise di non destinare nessuno dei suoi lavori alla pubblicazione. Questa meditata indifferenza alla gloria letteraria lo avvicina, in parte, ad altri grandi filosofi greci, da Socrate a Diogene a Pirrone, il cui magistero si svolse all’insegna dell’oralità.
Le opere che resero il nome di Epitteto celebre presso i posteri – vale a dire il Manuale e i quattro libri delle Diatribe – furono composte e pubblicate dal suo discepolo Flavio Arriano di Nicomedia, brillante politico e versatile storiografo.
Il prolifico Arriano, cui dobbiamo, tra gli altri scritti, la poderosa Anabasi di Alessandro, fu certamente il più noto tra i discepoli di Epitteto e frequentò le lezioni del maestro per un lungo lasso di tempo, tra il 117 e il 120 circa.
Soffermiamoci sulle parole di Epitteto.
“Tra le cose che esistono, alcune sono in nostro potere, altre non lo sono. In nostro potere sono l’opinione, il desiderio, l’avversione e in una parola tutto ciò che è nostra propria opera. Non sono in nostro potere il corpo, i beni, la reputazione e tutto ciò che non è nostra opera”.
Ecco un commento di Salvatore Galeone
Scopri la celebre frase di Epitteto per vincere l’ansia: impara a distinguere ciò che dipende da te da ciò che non puoi controllare per ritrovare la pace.
Una frase di Epitteto per riprendere il controllo della nostra esistenza. Spesso passiamo giornate intere a consumarci nell’ansia per una risposta che non arriva, per il comportamento egoista di una persona cara o per un imprevisto lavorativo. Viviamo con la costante ed estenuante illusione di poter e dover guidare ogni singolo evento della nostra vita, e quando le cose non vanno come avevamo pianificato, il senso di frustrazione e rabbia ci travolge.
È proprio quando la realtà sembra soffocarci che la voce di Epitteto risuona con una chiarezza folgorante. Nel suo celebre “Manuale“, una raccolta di massime incisive curate dal suo fedele allievo Arriano, Epitteto sintetizza l’essenza della felicità in un principio tanto semplice quanto rivoluzionario:
“Tra le cose che esistono, alcune sono in nostro potere, altre non lo sono. In nostro potere sono l’opinione, il desiderio, l’avversione e in una parola tutto ciò che è nostra propria opera. Non sono in nostro potere il corpo, i beni, la reputazione e tutto ciò che non è nostra opera.”
Il significato emotivo di questo insegnamento è un’autentica liberazione dal senso di colpa e dall’angoscia che attanagliano il nostro quotidiano. Epitteto divide l’esistenza in due grandi territori ben distinti. Da un lato c’è tutto ciò che appartiene al mondo esterno: le opinioni degli altri, le malattie, il passato, l’esito dei nostri sforzi, il traffico della mattina o le decisioni dei nostri superiori.
Dall’altro lato c’è l’unico vero spazio in cui siamo sovrani assoluti: i nostri pensieri, le nostre reazioni emotive, i nostri valori e le nostre decisioni presenti. La sofferenza umana nasce quasi sempre da un tragico errore di valutazione, ossia quando pretendiamo di controllare quello che non dipende da noi o quando trascuriamo ciò che è in nostro pieno potere. Quando riponiamo la nostra felicita nell’approvazione altrui o nel successo garantito di un progetto, consegniamo le chiavi del nostro benessere emotivo a fattori del tutto imprevedibili.
L’utilità pratica di questo principio stoico, noto come la “dicotomia del controllo”, agisce come un vero e proprio filtro di pulizia mentale. Applicare il pensiero di Epitteto significa allenarsi quotidianamente ad analizzare ogni problema che si presenta con assoluto pragmatismo. Quando un evento spiacevole minaccia di toglierci la serenità, la prima cosa da fare è fermarsi e tracciare un confine netto sul limite della propria responsabilità.
Bisogna chiedersi se le azioni necessarie per modificare quella situazione dipendano direttamente dalla nostra volontà oppure se stiamo tentando di piegare eventi e persone a un disegno che sfugge alle nostre mani. Se la situazione riguarda qualcosa su cui non abbiamo potere diretto, l’unica scelta saggia e salutare è praticare l’accettazione, concentrando l’attenzione unicamente sull’atteggiamento con cui decidiamo di affrontarla.
Questo cambio di prospettiva si riflette in modo dirompente nelle nostre relazioni interpersonali e nella gestione dello stress quotidiano. Di fronte a una persona sgradevole o a un giudizio ingiusto, Epitteto ci ricorda che non possiamo costringere gli altri ad agire con gentilezza o maturità. Ciò che possiamo fare, tuttavia, è scegliere di non lasciarci condizionare dalla loro negatività, mantenendo intatta la nostra dignità.
Analogamente, di fronte a una sfida professionale o personale, l’esito finale non è mai interamente sotto la nostra responsabilità, ma la preparazione, l’impegno e la cura che dedichiamo al momento presente dipendono esclusivamente da noi. Spostare il focus dal risultato finale al processo con cui affrontiamo la vita trasforma l’ansia da prestazione in una profonda e solida sensazione di autoefficacia.
La lezione che Epitteto ci consegna dal passato è una chiamata alle armi per smettere di disperdere le nostre preziose energie mentali in battaglie perse in partenza e incanalarle dove possono fare davvero la differenza. Ricordarci ogni giorno di distinguere ciò che è in nostro potere da ciò che non lo è rappresenta il segreto per costruire una pace interiore inattaccabile.
Quando smettiamo di pretendere che il mondo si adegui ai nostri desideri e iniziamo a governare con saggezza l’unica cosa che ci appartiene davvero, ovvero la nostra mente, scopriamo che la vera libertà non consiste nell’assenza di problemi, ma nella consapevolezza di essere gli unici padroni del nostro stato d’animo.
24 ottobre 2026
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