
da www.lastampa.it
25 Luglio 2026
Francesco Savino:
“Non trattiamoli da adulti in miniatura.
Così il governo esclude i più deboli”
Il vicepresidente della Cei: “Servirebbe un investimento educativo capillare su tutto il Paese”
di Giacomo Galeazzi
Sos esclusione. «Il minore non può essere trattato come un adulto in miniatura», dice il vescovo Francesco Savino, vicepresidente Cei. Servono «presenza costante di adulti di riferimento, alternative concrete di studio e lavoro, coinvolgimento delle famiglie, continuità nel tempo». E «la sicurezza non nasce automaticamente da norme più severe né si ottiene ignorandole, ma dalla capacità di una comunità di intercettare il disagio prima che sfoci nel reato e di accompagnare chi ha già sbagliato verso un percorso di reale riparazione. Fermezza e alternative concrete al pugno duro devono stare insieme, non devono mai essere contrapposte. O è un grave sbaglio».
Il ddl anti-maranza aumenta sicurezza o esclusione?
«È una materia che non si presta a semplificazioni. La letteratura internazionale è univoca negli esiti. I rapporti dell’Unicef e del Consiglio d’Europa convergono nell’indicare che il recupero funziona meglio quando la responsabilizzazione si accompagna a investimenti reali in educazione, lavoro e comunità. Invece il solo irrigidimento penale tende ad aumentare la recidiva più che a ridurla. Il rischio di un recupero più difficile non nasce automaticamente dalla nuova norma sull’imputabilità dei minori ma dipenderà da quante risorse verranno effettivamente destinate agli strumenti di accompagnamento nella fase applicativa. Qui è il punto da preservare».
Come incide sul recupero?
«Intervenendo sull’articolo 98 del codice penale il governo sposta l’onere della prova. Finora era il giudice a dover accertare, caso per caso, se il minore fosse capace di intendere e di volere; ora questa capacità si presume, salvo che si dimostri il contrario. È una presunzione relativa, non assoluta: il sistema non diventa automatico come qualcuno teme, né resta invariato come sostiene chi lo ha proposto. Il nodo vero è pratico e fa la differenza: quanto sarà agevole, nei fatti, fornire la prova contraria per un minore che in molti casi non ha alcun accesso a un’assistenza legale adeguata o cresce in un contesto di innegabile marginalità».
Il pericolo è squilibrare?
«Da qui dipenderà se il cambiamento resterà una semplificazione procedurale, come viene presentato, o produrrà un effetto sostanziale sulle garanzie. Un danno per tutti».
Quale segnale ne deriva?
«C’è attenzione verso un fenomeno, quello della criminalità giovanile, percepito in crescita dopo episodi che hanno colpito profondamente l’opinione pubblica. Il governo colloca il provvedimento in continuità con il decreto Caivano: un nome che non è casuale, perché proprio a Caivano Francesco scelse di andare a incontrare i ragazzi delle periferie. È legittimo interrogarsi, senza pregiudizio verso nessuno, su un equilibrio che va sempre ricercato. Da un lato la certezza della pena e la tutela di chi ha ricevuto un torto, dall’altro la specificità della giustizia minorile che dal 1988 si fonda su un principio che la Chiesa condivide: nessun ragazzo è irrecuperabile, e il percorso educativo non è un ostacolo alla giustizia ma parte fondamentale di una giustizia che resti tale».
Principio ora a rischio?
«È certo legittimo ricordare che il minore non può essere trattato come un adulto in miniatura. Il governo replica che la norma non tocca l’impianto educativo del sistema, ma solo la fase iniziale dell’accertamento. Il segnale, in sintesi, è che la società chiede risposte più rapide alla devianza giovanile: la domanda che a noi sta più a cuore è se questa rapidità si accompagnerà a si coniugherà con un rafforzamento, e non a un indebolimento, degli strumenti di accompagnamento e speranza per tutti i ragazzi a rischio».
Giro di vite necessario?
«Vanno distinti due piani che nel dibattito pubblico si confondono spesso: l’accertamento della responsabilità e il trattamento successivo. La norma incide direttamente sul primo (rende più rapido stabilire se il minore risponde penalmente del fatto) senza abolire gli strumenti previsti per il secondo: messa alla prova, percorsi in comunità e giustizia non possono mai smettere di essere parte del sistema. Occorre vigilare».
Adesso la sicurezza rischia di diventare il pretesto per misure che finiscono per limitare l’inclusione, l’integrazione e il recupero ?
«È una domanda che merita di essere presa sul serio, senza trasformarla in un giudizio sulle intenzioni di chi legifera. Sappiamo che le fasi di forte allarme sociale, in Italia come altrove, producono spesso normative più severe di quanto la sola analisi dei dati suggerirebbe: un meccanismo studiato in sociologia con il concetto di “panico morale”, che non implica malafede da parte di nessuno ma segnala un rischio strutturale di cui è doveroso tenere sempre conto».
Una componente emotiva?
«È un dato di fatto su cui convergono osservatori di orientamenti anche molto diversi: chi cresce in condizioni di povertà educativa e fragilità familiare è, nella maggior parte dei casi, anche chi rischia di più di imboccare percorsi devianti. Se le misure di sicurezza restano l’unica risposta pubblica a queste situazioni, senza un pari investimento su scuola, lavoro giovanile e servizi sociali, il rischio di un effetto di esclusione anziché di inclusione è concreto. Se invece si accompagnano (come promette lo stesso governo, parlando di fermezza e alternative insieme) a un rafforzamento della rete educativa, l’esito può risultare diverso».
Sia il ddl anti-maranza sia l’autonomia differenziata scontentano i cattolici?
«Sono due riforme distinte, ma pongono insieme una domanda che sta a cuore alla dottrina sociale della Chiesa: chi si prende cura degli ultimi quando le risposte pubbliche si irrigidiscono o si frammentano sul territorio? L’autonomia differenziata, secondo diverse analisi tecniche (comprese quelle di Banca d’Italia e Corte dei Conti sui divari regionali) rischia di allargare la distanza tra territori già ricchi di servizi sociali ed educativi e territori più poveri, quelli che Francesco chiamava le periferie esistenziali. Se, allo stesso tempo, la risposta alla devianza giovanile si affida soprattutto alla leva penale, senza un investimento educativo capillare su tutto il Paese, l’effetto rischia di ricadere ancora una volta sui più deboli: sui giovani e sulle famiglie che hanno meno voce e meno risorse per farsi ascoltare. Non è un esito già scritto, ma un rischio che chiediamo alla politica di tenere presente: il criterio con cui si misura la giustizia di una società (lo testimoniava già la tradizione biblica, prima ancora della dottrina sociale) è il modo in cui tratta i suoi figli più fragili. E non dobbiamo etichettarli come “maranza” ma capirne il disagio».
Come si aiutano i minori?
«Ci sono esperienze che hanno dato risultati positivi: dagli oratori (da sostenere amministrativamente e finanziariamente) alle comunità educative, dai progetti di mentoring ai patti educativi territoriali nelle periferie. Un impianto rilanciato dalla Chiesa con il “patto educativo globale”. Sono realtà che condividono alcuni elementi ricorrenti. Anche la presidente del Consiglio parla di fermezza e alternative come termini che devono stare insieme, non contrapposti: la vera posta in gioco, su cui si misureranno gli effetti della riforma, è se ai due termini sarà dato lo stesso peso. Papa Leone indica la strada dell’educazione a linguaggi non violenti e alla costruzione di ponti al posto di muri. L’emergenza educativa deve essere la priorità».
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