“L’America umiliata come Roma antica”, l’ironia del regime iraniano

da la Repubblica
25 MAGGIO 2026

“L’America umiliata come Roma antica”,

l’ironia del regime iraniano

di Gabriella Colarusso
Il portavoce del ministero degli Esteri ricorda i trionfi persiani. Tra la gente la delusione di chi sperava nel cambiamento
L’Iran ha sconfitto la grande America, come già fece con l’invincibile Roma. Torna all’antica Persia, Esmail Baghaei, per dire al mondo che Teheran sente di aver vinto. Il portavoce del ministero degli Esteri, condivide su X una immagine di Hormuz con il bassorilievo di Naqsh-e Rostam, il sito archeologico a nord di Persepolis, che raffigura la cattura e l’umiliazione di due imperatori romani, Filippo detto l’Arabo e Valeriano, per mano del più longevo e brillante re sasanide, Shapur I, uno shock per l’Occidente antico. «Roma era il centro indiscusso del mondo, gli iraniani infransero quest’illusione» e l’imperatore «dovette scendere a compromessi», scrive.
Il paradosso: la Repubblica islamica fondata da Khomeini deve pescare nella storia pre-islamica per ribadire la propria forza. Ma è anche questo il nuovo Iran a guida Pasdaran che la guerra di Trump sta disegnando, recuperare i simboli del passato persiano in nome dell’unità nazionale. Teheran sente di aver vinto. La sopravvivenza è vittoria. Il sistema non è collassato con le uccisioni dei leader: il protocollo dei quattro successori – che ha portato a designare sostituti per ogni posizione di rilievo – ha consentito alla catena di comando di continuare a operare.
«Con 90 milioni di iraniani silenziati dal blackout di Internet, la repubblica islamica ha continuato comunque a plasmare il racconto della guerra anche sui media occidentali», osserva Amir, esperto di comunicazioni che vive a Teheran. E ha ridisegnato la sua architettura di sicurezza regionale. Hormuz è il centro di una rinnovata influenza: la legge parlamentare che istituisce un nuovo quadro giuridico per lo Stretto non sarà messa da parte nelle trattative con gli americani. «L’Iran ha solide giustificazioni legali e di sicurezza per la sua sovranità sullo Stretto per prevenire l’insicurezza e le campagne militari», dichiara Mohsen Rezaei, consigliere militare di Khamenei.
Il sistema è riuscito anche ad allargare la sua rete di alleanze: i russi hanno fornito intelligence, i cinesi materiale dual use e sostegno politico, opponendosi alle sanzioni americane, il Pakistan ha consentito a Teheran di bypassare gli Emirati e di usare il porto di Gwadar per aggirare il blocco navale americano.
«Siamo pronti a rassicurare il mondo che non vogliamo l’atomica, ma sull’onore e la dignità dell’Iran non faremo compromessi», rivendica il presidente Pezeshkian, chiarendo che nessun accordo verrà siglato senza l’assenso della Guida suprema.
La linea rossa è l’arricchimento: Teheran è disposta a sospenderlo, non a rinunciarvi. E ogni concessione nei negoziati arriverà solo a fronte di contropartite economiche. Le trattative si sono arenate anche perché Teheran pretende che almeno una parte dei miliardi di dollari iraniani congelati all’estero venga restituita subito, alla riapertura di Hormuz.
Sul fronte esterno, la Repubblica islamica ha dimostrato di sapere affrontare una superpotenza militare combattendo la prima guerra asimmetrica globale.
La vera incognita sono gli iraniani. Il conflitto ha lasciato oltre 270 miliardi di dollari di danni sul terreno, e più di 3mila vite. L’economia è a pezzi: il prezzo di tutto è aumentato, dai farmaci al pane, un milione di posti di lavoro sono andati in fumo, e almeno altri 5 sono a rischio.
Azadeh, che insegna inglese a Teheran, è rimasta tre mesi senza lavoro. Ne ha trovato uno online, ma ha dovuto spendere 27 dollari per comprare un Vpn che le garantisce 22 giga, un’enormità se si considera che il salario medio è intorno ai 170 dollari. Gli iraniani sono sfiniti, molti vogliono l’accordo. «Dobbiamo uscire da questo limbo, la situazione può peggiorare, e i problemi economici sono già insormontabili», dice Fahran, architetto, che è sempre stato all’opposizione. «Non possiamo ragionare su nessun cambiamento interno se non sappiamo di cosa vivere».
Anche molti critici del regime, sono rimasti interdetti dalla gestione americana della guerra: la strage nella scuola di Minab, le minacce di una disintegrazione territoriale del paese. La resilienza del sistema, poi, ha rotto «pericolose illusioni», dice Amir. «Chi credeva che la guerra avrebbe portato al cambio di regime, aveva bisogno di questa delusione per capire che solo noi iraniani possiamo cambiare l’Iran».
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da la Repubblica
25 MAGGIO 2026

Il declino di una potenza

di Paolo Garimberti
Prima di ritornare alla Casa Bianca aveva promesso che avrebbe fatto finire la guerra in Ucraina in ventiquattro ore. Ieri la Russia ha lanciato uno dei più massicci attacchi a Kiev, usando anche il supermissile Oreshnik. Due mesi fa aveva detto che con l’Iran non c’era alternativa a una “resa incondizionata”, minacciando di riportarlo “all’età della pietra”. Ma ora va verso un accordo, che lascia in sospeso più punti di quanti ne risolve, a partire dal nucleare, dove Barack Obama aveva trovato un’intesa nel 2015 senza fare una guerra. Si è vantato, con una contabilità tutta sua, di aver posto fine a otto guerre reclamando il Nobel per la pace. Ma in realtà è un presidente guerrafondaio (oltre a Iran, Venezuela e forse Cuba) e protervo (le minacce sulla Groenlandia), che tratta gli amici come nemici (vedasi gli attacchi alla Nato) e i tradizionali nemici come nuovi amici (la Cina di Xi e la Russia di Putin). E soprattutto sta minando l’immagine e la credibilità dell’America nel mondo.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha postato l’immagine di un bassorilievo che ritrae un imperatore romano inchinato in segno di sottomissione a un re dell’impero Sasanide, l’ultimo impero persiano in epoca preislamica. E lo ha accompagnato con questo commento: “Nella mente dei romani, Roma era l’indiscusso centro del mondo. Gli iraniani hanno distrutto quell’illusione”. La preponderante forza militare dell’impero americano, come era successo a quello romano, non è riuscita a piegare l’Iran.
Come ha notato Edward Luce sul Financial Times, c’è una certa abitudine da parte dell’America “a confondere la superiorità militare con la capacità di imporre la sua volontà in terre lontane”. In fondo c’è una similitudine tra l’“Epic Fury” di Donald Trump contro l’Iran e l’operazione “Rolling Thunder” ordinata da Lyndon Johnson in Vietnam nel 1965. L’offensiva del Tet, tre anni dopo, dimostrò che i bombardamenti a tappeto non avevano piegato i Vietcong (così come ora non hanno piegato l’Iran) e alla fine Nixon e Kissinger dovettero accettare quella che definirono “una pace onorevole”. Ci sono altri esempi di fallimenti di questa “abitudine” da parte dei presidenti Usa (George W Bush in Iraq per citarne uno) che i Talebani, riferendosi ai due decenni di intervento americano finito come tutti sappiamo, hanno così sintetizzato: “Gli americani hanno gli orologi, noi abbiamo il tempo”.
Ma nessuno dei predecessori di Trump è riuscito, con le sue avventure nel mondo, a erodere il prestigio degli Stati Uniti come ci sta riuscendo lui. Per una ragione molto semplice: nessuno, prima di lui, ha messo in discussione la “leadership” americana dell’Occidente, dei suoi valori democratici, delle sue alleanze politiche e militari, perfino del suo stile di vita. L’inaffidabilità, le intemperanze, le volgarità di Trump hanno finito per intaccare il primato del “soft power” (la capacità di attrazione) americano, che è stato dominante anche negli anni più duri della guerra fredda.
Francis Fukuyama, lo storico di Stanford diventato famoso per il suo libro su “La fine della Storia”, ha detto: “Non c’è mai stato un tempo — come questo — in cui gli Stati Uniti sono stati considerati inaffidabili sia dagli amici tradizionali che dagli avversari”. Il New York Times si è chiesto se gli Stati Uniti non stiano vivendo il loro “momento Suez”. Come la crisi di Suez nel 1956 segnò la fine della Gran Bretagna come potenza globale, così la guerra all’Iran potrebbe essere l’inizio del declino della potenza americana e della sua credibilità nel mondo.
È stato Xi Jinping, in occasione della recente visita di Trump a Pechino, a certificare questo declino, mostrando che la Cina si sente sullo stesso piano degli Stati Uniti e perfino un po’ sopra. La questione di Taiwan è stata la cartina di tornasole: non solo Trump ha fatto scena muta di fronte alla provocazione di Xi, ma gli ha consentito di porre di fatto un veto sulle forniture militari americane a Taipei. E qualche giorno dopo il leader cinese ha ricevuto a Pechino Vladimir Putin. Come dire che sul podio delle potenze mondiali l’America non occupa più da sola il gradino più alto.

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