Bilancio del Cpr in Albania: spesi 114mila euro al giorno, zero risultati

An aerial view of a migrant reception facility at the port of Shengjin, northwestern Albania, Friday, Nov. 8, 2024, before a second group of eight migrants intercepted in international waters is processed to the facility despite the failure with the first group in October. (AP Photo/Vlasov Sulaj)
da L’Unità
Il rapporto di Actionaid
Bilancio del Cpr in Albania:
spesi 114mila euro al giorno, zero risultati
Oltre 74 milioni spesi per costruire i centri di Gjader e Shengjin voluti dal governo, operativi per soli 5 giorni. E le opposizioni insorgono
POLITICA – di Angela Stella
25 Luglio 2025
L’operazione Albania “è il più costoso, inumano e inutile strumento nella storia delle politiche migratorie italiane. 570mila euro sono i pagamenti fatti dalla Prefettura di Roma all’ente gestore Medihospes per 5 giorni di reale operatività: 114mila euro al giorno per detenere 20 persone, tra metà ottobre e fine dicembre 2024, liberate poi tutte in poche ore”: a sostenerlo ActionAid e UniBari, che per la prima volta hanno ricostruito quanti milioni sono stati effettivamente impegnati per l’allestimento fino a marzo 2025, nonostante i centri non siano stati completati. I dati sono ora pubblici sulla piattaforma “Trattenuti”.
Secondo il rapporto, a Gjader, a fine marzo 2025, “erano stati realizzati 400 posti: per la sola costruzione (compresa la struttura non alloggiativa di Shengjin) sono stati sottoscritti contratti, con un uso generalizzato dell’affidamento diretto, per 74,2 milioni. L’allestimento di un posto effettivamente disponibile in Albania è costato oltre 153mila euro. Il confronto con i costi per realizzare analoghe strutture in Italia è impietoso: nel 2024, il Ctra di Porto Empedocle (AG) è costato 1 milione di euro per realizzare 50 posti effettivi (poco più di 21.000 euro a posto)”. “Alla luce di ben 263 posti vuoti sul totale di 1164 disponibili” in Italia, ha spiegato Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid, “il tentativo di utilizzare il Cpr di Gjader per detenere la popolazione straniera irregolare presente in Italia appare del tutto irrazionale e illogico”. Sempre secondo lo studio congiunto, “la giustificazione principale per l’esistenza dei Cpr è che rendano più efficace la politica di rimpatrio. Ma il ricorso alla detenzione aumenta solo i costi economici ed umani dei rimpatri e, pur prevedendo tempi più lunghi (fino a 18 mesi, dal settembre 2023), non incide sul numero di rimpatri effettuati. Nel 2024 si registra il minimo storico dal 2014: solo il 41,8% (2.576) delle persone in ingresso in un centro di detenzione, su un totale di 6.164, è stato rimpatriato”.
Nel sistema detentivo, i richiedenti asilo sono cresciuti negli ultimi anni, arrivando a essere oltre il 45% delle persone trattenute nel 2024. Il 21% di questi non aveva ancora ricevuto un provvedimento di allontanamento, ma erano trattenuti solo in quanto richiedenti asilo. “L’utilizzo della detenzione come strumento della politica d’asilo segna un cambio di paradigma epocale, che pone gravi interrogativi circa gli obiettivi di uno strumento così impattante sui diritti fondamentali delle persone”, ha sottolineato Giuseppe Campesi, dell’Università di Bari. “Giorgia Meloni deve chiedere scusa agli italiani – ha commentato la segretaria del Pd Elly Schlein – perché i numeri relativi ai costi della sua illegale operazione Albania sono un insulto anche a quei milioni di persone che oggi si trovano in difficoltà. Non solo viola i diritti fondamentali dei migranti, tanto che quelle prigioni sono rimaste vuote. Ma dopo aver passato anni a blaterare contro i famosi 35 euro al giorno per l’accoglienza, un rapporto redatto dall’Università di Bari e ActionAid conferma come sia stata sperperata la cifra astronomica di 114mila euro al giorno a persona migrante detenuta nei centri in Albania. Quasi 5 volte tanto quello che è il reddito medio di un italiano”. Ha aggiunto poi il segretario di +Europa, Riccardo Magi, che spesso si è recato in Albania in visita alle strutture: “Il Cpr di Gjader in Albania si rivela uno strumento inutile, costoso e secondo noi anche illegittimo. Lo avevamo previsto al momento della discussione in Parlamento di quel protocollo con l’Albania e abbiamo contestato al governo, anche prima che entrasse in funzione, che sarebbe stato uno sperpero di risorse dei contribuenti italiani, i quali si dovrebbero ribellare a un governo che brucia centinaia di milioni di risorse degli italiani, invece che spendere soldi nella sanità e nella scuola. Tutto questo perchè Meloni deve fare il verso a Trump”.
“Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani con Piantedosi e tutto il governo hanno messo la firma e il sigillo su un enorme, vergognoso spreco di denaro pubblico perpetrato mentre tagliano fondi pubblici ovunque e lasciano in enormi difficoltà sanità, istruzione, contrasto alla povertà e investimenti per lo sviluppo. Lo abbiamo denunciato dal primo giorno, ormai è uno spreco di denaro pubblico conclamato e certificato. Devono vergognarsi”, ha dichiarato il deputato M5S Alfonso Colucci, capogruppo M5S in commissione Affari Costituzionali. Di “fallimento annunciato” hanno parlato Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, deputati di Alleanza Verdi e Sinistra: “Quanto emerge oggi dallo studio di ActionAid e dell’Università di Bari è la drammatica conferma di ciò che denunciamo da mesi: il progetto dei CPR in Albania è un gigantesco fallimento, sul piano politico, economico e dei diritti umani”.
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da L’Unità
Ecco perché il Cpr di Ponte Galeria
va chiuso
Un autorevole gruppo di accademici, con l’adesione di numerose associazioni della società civile, ha promosso un ricorso contro il Ministero dell’Interno, in sostituzione del Sindaco di Roma. Si tratta dell’esercizio dell’azione popolare ai sensi dell’art. 9, comma 1, del Testo Unico degli Enti Locali, con l’obiettivo di ottenere la chiusura del Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Roma Ponte Galeria.
Il fondamento normativo dell’iniziativa risiede nello Statuto di Roma Capitale, approvato nel 2013, che definisce la città come comunità multiculturale, centro della cristianità e portatrice di valori costituzionali e umanitari.
L’articolo 1 dello Statuto sancisce l’impegno dell’ente per la tutela dei diritti individuali, il divieto di discriminazioni, la valorizzazione delle differenze culturali e la promozione della convivenza civile. È proprio questo impianto valoriale a risultare, secondo i ricorrenti, gravemente compromesso dalla presenza e dalla gestione del CPR di Ponte Galeria, ritenuto lesivo dell’identità statutaria della città. Nel ricorso si delinea un quadro estremamente critico del centro: un luogo segnato dal degrado, in cui la dignità umana delle persone trattenute risulta sistematicamente compromessa, a causa di gravi carenze igienico-sanitarie, di un ricorso generalizzato alla somministrazione di psicofarmaci e dell’assenza di reali percorsi di presa in carico delle vulnerabilità.
È fondamentale ricordare che nei CPR il trattenimento delle persone migranti non è legato all’aver commesso un reato, ma alla sola condizione di irregolarità amministrativa sul territorio dello Stato. Il trattenimento avverrebbe inoltre in assenza delle garanzie tipiche del sistema penitenziario e, più in generale, senza una cornice normativa che ne disciplini modalità e limiti. A tal proposito, la Corte costituzionale, con la recentissima sentenza n. 96/2025, ha riconosciuto la mancanza di una disciplina legislativa sui modi del trattenimento, in violazione dell’art. 13, comma 2, della Costituzione.
Il contesto è ulteriormente aggravato da numerosi episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio e, da ultimo, dalla tragica morte di Ousmane Sylla, giovane di 22 anni. Le sue richieste d’aiuto, rimaste inascoltate, e la mancanza di dispositivi salvavita sono state interpretate dai ricorrenti come manifestazione di un fallimento istituzionale. La legittimazione ad agire deriva dall’art. 9 del TUEL, che attribuisce a ogni cittadino elettore la facoltà di proporre ricorso in sostituzione dell’amministrazione comunale inerte. A seguito di due diffide formali rivolte al Sindaco di Roma, rimaste prive di riscontro, i ricorrenti hanno attivato l’azione popolare, subentrando legittimamente al Comune. È opportuno chiarire che l’azione popolare non si configura come una revisione delle scelte politiche dell’ente, ma come uno strumento di supplenza volto a garantire la tutela giuridica in presenza di diritti rientranti nella sfera di titolarità dell’amministrazione locale. In questo caso, il diritto rivendicato è quello all’identità cittadina, declinato nella sua dimensione valoriale. Secondo i ricorrenti, la presenza del CPR di Ponte Galeria — più volte oggetto di condanne da parte di organismi internazionali, come il Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) e la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), e sede di ripetute proteste — determina una lesione significativa dell’identità e dell’immagine della Città di Roma e della sua comunità.
L’iniziativa è nata grazie all’impegno di illustri esponenti del mondo accademico e giuridico romano, che hanno assunto il ruolo di ricorrenti principali. Ma il suo significato politico e civile si è progressivamente ampliato: oggi, infatti, un numero sempre più ampio di associazioni, organizzazioni non governative ed enti del terzo settore ha scelto di aderire formalmente come intervenienti. Tra queste, realtà storicamente impegnate nella tutela dei diritti umani e nella promozione della giustizia sociale, ma anche associazioni che operano direttamente nell’ambito della salute e dell’intervento medico, come A Buon Diritto, ActionAid, Antigone Lazio, Arci, ASGI, Baobab Experience, Casa dei Diritti Sociali, CGIL Roma e Lazio, CILD, Cittadinanzattiva, Medici Senza Frontiere, Nonna Roma, Oxfam Italia, Progetto Diritti, Psichiatria Democratica, SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, Spazi Circolari. La loro partecipazione non è solo un atto di sostegno, ma un contributo simbolico e determinante che conferma come la chiusura del CPR di Ponte Galeria risponda all’interesse collettivo dell’intera società romana. Un interesse che trascende le singole posizioni e che affonda le sue radici nei valori condivisi di dignità, accoglienza e legalità.
Il ricorso rappresenta, dunque, una presa di posizione strutturale, finalizzata a denunciare l’inadeguatezza delle politiche migratorie italiane e l’opacità che caratterizza la gestione dei CPR.
Emblematica è la partecipazione come primo firmatario di Mauro Palma, già Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. La sua adesione testimonia la delusione di chi, da anni impegnato nella difesa dei diritti umani, oggi osserva come la propria città – sede della firma della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – sia oggetto delle censure mosse dallo stesso CPT. Al di là dell’esito processuale, il ricorso solleva un interrogativo più ampio: è ancora giustificabile, sul piano giuridico e umano, l’esistenza stessa dei CPR? Quando il trattenimento amministrativo coinvolge soggetti vulnerabili, richiedenti asilo o persone in condizioni giuridiche complesse, l’obiettivo dell’espulsione appare sempre meno in grado di legittimare i mezzi impiegati.


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