Omelie 2025 di don Giorgio: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE

26 ottobre 2025: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE
At 13,1-5a; Rm 15,15-20; Mt 28,16-20
Vorrei fare una premessa. È necessario, da parte di un credente e anche di uno non credente, conoscere il Vangelo nelle sue quattro versioni: quella secondo Marco, secondo Matteo, secondo Luca e secondo Giovanni. Non basta leggere una sola versione, ma tutte e quattro se vogliamo avere una conoscenza completa di Gesù Cristo. Come quando si tratta di quattro fotografie che riproducono da quattro parti diverse lo stesso Duomo di Milano. Ma non basta neppure conoscere il Vangelo nelle sue quattro versioni, se vogliamo conoscere gli inizi e il cammino del primo Cristianesimo, ed ecco l’importanza di leggere il libro “Atti degli Apostoli”, le Lettere di San Paolo e gli altri scritti del Nuovo Testamento.
In altre parole, talora si parla di Gesù Cristo in modo vago e così si parla del primo Cristianesimo in modo confuso.
Anche i brani della Messa di oggi sono importanti per conoscere gli sviluppi del Cristianesimo fin dall’inizio. Certo, sono solo alcuni aspetti, ma ci danno già una certa idea anche delle difficoltà iniziali. Difficoltà di composizione delle prime comunità e di convivenza all’interno della stessa comunità, essendo presenti da una parte cristiani provenienti dal mondo ebraico con tutte le loro norme (ad esempio la circoncisione) e dall’altra cristiani provenienti dal mondo pagano, lontanissimo dalla religiosità ebraica. Non dimentichiamo poi che gli Apostoli erano ebrei. Le prime persecuzioni provenienti dal mondo ebraico faranno sì che i cristiani ex ebrei si allontanassero dalla Palestina, in territori pagani, dove annunciavano la Buona Novella. E a contatto con il mondo pagano nacquero già le prime difficoltà: i pagani convertiti non volevano accettare le usanze o le leggi ebraiche. I contrasti si risolsero in parte con il primo Concilio di Gerusalemme (49/50 d.C.), in cui ci fu un dialettico confronto, al termine del quale si diedero indicazioni e norme, anche con qualche compromesso.
I compromessi ci sono sempre stati, e sempre ci saranno: servono per non urtare subito le parti in contesa, per poi con il tempo arrivare a qualche definitiva conclusione. Tirare troppo la corda, come si dice, si rompe, e poi succedono divisioni e scismi. E, si dice anche, il tempo è come una medicina che risana tante ferite. Ma ogni apertura ulteriore, vedi il Concilio Vaticano II, procura altre tensioni, e scismi vari. D’altronde non si può vivere di continui “tira e molla”, di ni, di attese, altrimenti la confusione diventa ancor più pesante. Del resto Cristo stesso aveva detto: “Il tuo parlare sia sì sì no no, il di più viene dal maligno”.
Fermiamoci ora sul primo brano. Veniamo a sapere che ad Antiochia, capitale della Siria, la convivenza tra credenti ex ebrei e ex pagani già si era risolta con ottimi risultati: essi vivono insieme con attenzione e rispetto reciproco, consapevoli di avere alle spalle una cultura diversa che però va continuamente verificata sulla Parola di Gesù.
Tutto si risolve nel meglio, quando si è disponibili, senza remore o senza voler imporre i propri pregiudizi ideologici o di fede, in vista di quel Bene che è Assoluto, ovvero senza alcun condizionamento. Solo così si sperimenta la bellezza e la speranza che Gesù ha portato attraverso la Parola e la conoscenza di sé agli Apostoli.
Nella comunità di Antiochia si è verificato che la fede si trasmette narrando “le parole e i fatti” di Gesù e mostrando la propria testimonianza. Ovvero, si annuncia il Vangelo con la propria vita, e non solo con la bocca. Una Parola, quella di Cristo, che è rivoluzionaria, sganciata da ogni schema. Qui ci sarebbe tutto un lungo discorso da fare. Oggi ci siamo allontanati parecchio dallo spirito autentico del primo Cristianesimo che, per il fatto di chiamarlo “primitivo” non significa tornare indietro. Nel primo Cristianesimo ci sono le radici, c’è già quel germe sempre da sviluppare nella sua autenticità. Sembrerebbe paradossale, ma nel progresso il germe è lì a indicare la strada giusta: in ogni progresso c’è un germe nuovo di vita. La vita genera la vita, ma nel suo germe originario.
Con questo brano gli “Atti degli Apostoli” iniziano il racconto della prima missione di Paolo e di Barnaba da Antiochia verso l’Asia minore (13,1-14,28). Paolo sembra inarrestabile nel fondare nuove comunità cristiane, curandosi poi del loro sviluppo, per evitare crisi o che le tensioni creassero scompiglio. L’ho già detto: fin dall’inizio le prime comunità non erano composte solo da santi: andavano accompagnate nel loro sviluppo, perché non si allontanassero dalla fede iniziale. San Paolo, ripeto, fondava nuove comunità, poi vi tornava, oppure scriveva loro delle lettere per sostenerle nella loro fede genuina.
Paolo, gli Apostoli, diaconi e diaconesse non agivano da soli. Erano sotto la guida dello Spirito santo. Colpisce il brano di oggi, quando si legge che Paolo e Barnaba iniziano il loro mandato di evangelizzare ebrei e pagani durante il culto e in un contesto di digiuno. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono».
Qualcuno mi dirà: “Ancora oggi ci sono questi riti”, mi chiedo però se questi riti di oggi non siano solo formali o solenni fuori posto oppure avvengano in quel clima diciamo genuino e mistico quando i primi cristiani credevano nella potenza dello Spirito. Quanto c’è oggi di quell’entusiasmo ovvero, come dice la parola, di quella presenza in noi dello Spirito divino che animava l’agire missionario degli Apostoli? Non c’erano solo i Dodici, gli stessi cristiani erano missionari in casa loro, nel loro paese, che era ancora in parte pagano. Forse il problema di oggi è lo stesso: essere evangelizzatori nei paesi dove una volta erano al cento per cento cristiani praticanti e che ora non sono neppure cristiani di nome. Sembra di essere tornati ai primi tempi del Cristianesimo, tranne che a quei tempi i cristiani si sentivano quasi spinti dal forte vento dello Spirito. C’era una evoluzione continua della fede dei primi cristiani che evangelizzavano terre pagane, oggi c’è una involuzione continua, perché i pochi cristiani si disperdono anche loro nella nebbia di un paganesimo sempre più aggressivo.
Da notare un’altra cosa: Paolo e Barnaba vanno a Cipro per annunciare agli abitanti il Vangelo, poi, terminato il loro compito, tornano a Antiochia, là dove avevano ricevuto l’ordine di partire per evangelizzare Cipro, per riferire alla comunità quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
Ecco, è interessante questo andare e tornare per riferire alla comunità le meraviglie di Dio. Nessuno a quei tempi lavorava per il regno di Dio come se fosse un insieme di luoghi ove ciascuno si costruiva la sua piccola chiesa. Tutto era un confronto anche vivacemente dialettico per il bene della Chiesa universale, al di là della frammentazione pastorale. Succede oggi che tu, prete, educhi la comunità verso vette evangeliche, e poi arrivi un altro parroco che in poco tempo distrugge il tuo lavoro, abbassandogli ideali evangelici. Uno costruisce e l’altro distrugge, e la comunità cristiana soffre e muore.

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