Omelie 2025 di don Giorgio: SETTIMA DOPO PENTECOSTE

27 luglio 2025: SETTIMA DOPO PENTECOSTE
Gs 24,1-2a.15b-27; 1Ts 1,2-10; Gv 6,59-69
Diciamo subito che il primo brano, tratto dal libro di Giosuè, è un testo che era molto caro a Carlo Maria Martini: lo commentava spesso, soprattutto con i giovani nelle sue indimenticabili “scuole della parola”, quando il Duomo diventava un prato e ventimila giovani seduti su panche, su basi di colonne, per terra, lo ascoltavano in un silenzio emozionante.
Che tristezza pensare al Duomo di oggi: vuoto, gelido, triste! Non dico altro!
Durante la Scuola della Parola, anno 1988/1989, il cardinal Martini, rivolgendosi ai giovani per commentare la grande convocazione a Sichem del popolo ebraico, chiedeva: «Chi fu convocato da Giosuè a Sichem? Giosuè, capo carismatico, eletto da Dio, successore immediato di Mosè, radunò tutte le tribù di Israele nella pianura presso le due montagne di Ebal e Garìzim. Sichem è un luogo celebre dell’antichità, ricco di ricordi, di tradizioni per tutto il popolo di Israele. Nel versetto 1 del capitolo 24, con cui inizia il brano di oggi, si legge che “Giosuè radunò tutte le tribù… e convocò gli anziani…”. Perché questa differenza di verbi? Il verbo ebraico, che traduciamo con “radunare”, significa “raccogliere”, “mietere”, “mettere insieme una grande massa”; il verbo ebraico che traduciamo con “convocare”, significa “gridare”, “chiamare per nome gridando”: è il verbo usato per le grandi chiamate bibliche. Abbiamo quindi nel primo versetto un raduno che riguarda tutti, e abbiamo una convocazione più specifica, più personale…”».
Il cardinale proseguiva: «Chi è convocato oggi? Ciascuno deve rispondere: sono convocato io personalmente, “convocato” e non semplicemente “radunato”. È facile andare una volta tanto ad un raduno, andare una sera alla veglia missionaria o alla marcia della pace. Ma la convocazione richiede ascolto e risposta. Ascolto per capire a fondo la nostra identità e risposta attraverso la proclamazione della nostra fedeltà. Vi affido alcune domande per la riflessione: “Mi sento di lasciarmi convocare? Non radunare una volta tanto, ma convocare con perseveranza, lasciandomi convocare per una responsabilità, per un ascolto e per una risposta? Quali sono le mie resistenze a lasciarmi convocare? Che cosa sento dentro di me? Sento pigrizia, stanchezza, svogliatezza? Talora queste cose nascondono la paura di impegnarsi, la tristezza di chi non vuole gustare la gioia del Vangelo”».
Non penso di tradire il pensiero del cardinal Martini, se faccio qualche personale osservazione. Già la parola “raduno” mi incute una certa diffidenza, anche paura, un qualcosa che mi dice: “Stai attento”. Non ho mai sopportato i raduni oceanici, anche quando ad attirare la gente era la presenza del Papa. Sono sempre stato diffidente verso le Giornate della Gioventù. Finiscono tutte nel nulla. Come bolle di sapone. A che servono?
Per non parlare poi delle adunanze partitiche, quando una massa di gente corre ad ascoltare un imbonitore. L’etimologia della parola “imbonitore” deriva dal verbo “imbonire”, che a sua volta ha origine dalla parola “buono”. Inizialmente, “imbonire” significava “rabbonire” o “placare”, e quindi, nel tempo, ha assunto il significato di “ingraziarsi” o “fare in modo di rendersi favorevole”. Da qui, l’imbonitore è diventato colui che, attraverso discorsi e decantazioni, cerca di attirare e convincere il pubblico ad acquistare qualcosa, spesso con enfasi e abilità retorica. Quindi, l’imbonitore è essenzialmente un venditore ambulante o un richiamo per un’attività, che usa la sua parlantina per persuadere.
La gente che si fa massa, che si raduna numerosa, fa paura per la sua imbecillità, la sua cecità. Ogni imbonitore cerca di tagliare la testa alla gente quando si fa massa, che così obbedisce ciecamente agli ordini dell’imbonitore.
Come dimenticare le folle oceaniche ai tempi di Hitler e di Mussolini? La storia non ci insegna proprio nulla?
Un altro esempio, diverso, ma sempre indicativo. Enrico Berlinguer, del PCI, aveva saputo attirare folle e folle di operai. Ai suoi funerali parteciparono più di un milione di persone. Poco tempo dopo la sua morte, si fu un vuoto pauroso. Gli operai si vendettero a Berlusconi e ora alla destra più xenofoba. Qualcosa di allucinante!
Il cardinal Martini dunque distingueva il verbo “radunare” dal verbo “convocare”: “convocare” impegna il singolo, senza renderlo individualista. C’è una netta distinzione tra individuale e singolare. La parola “singolarità” richiama la nostra unicità, che significa: essere se stessi. Ma la singolarità non ci separa dal Tutto divino. Siamo nel Tutto divino mantenendo la nostra singolarità o unicità.
La singolarità o unicità la si perde anche quando ci si rifugia nei Movimenti cosiddetti ecclesiali, che annullano la personalità di ciascuno. Questi Movimenti non fanno che manipolare la mente degli adepti. Ho sempre detto e ripetuto che i Movimenti ecclesiali, tutti quanti, dovrebbero essere come delle stampelle che aiutano a camminare, per lasciare poi il singolo di camminare da solo in perfetta libertà.
Certo, anche Carlo Maria Martini riempiva il Duomo di Milano di migliaia e migliaia di giovani, ma non credo che manipolasse la loro mente, casomai risvegliava in loro la coscienza del loro essere interiore, se è vero che la Parola di Dio è per natura liberante e illuminante.
Anche Gesù inizialmente attirava le folle, dicono gli Evangelisti, ma penso che tale fenomeno di massa sia durato poco (le prime novità attirano sempre), se poi perfino i suoi numerosi discepoli (i Vangeli parlano di 70/72) lo hanno lasciato, tanto è vero che Gesù si è rivolto ai Dodici, dicendo: “Volete andarvene anche voi?”. È il terzo brano di oggi.
Posso anche capire e accettare che si debba inizialmente attirare la gente, anche con qualche creativo e intelligente stratagemma: comunque non so fin dove i preti giovani di oggi, così bravi a usare i social, siano “intelligenti” nell’inventare efficaci stratagemmi per attirare i giovani. Attirare i giovani è un primo passo, per andare oltre, e andare oltre significa proporre ideali che si elevano al di sopra delle prime emozioni. Non si può sempre far divertire i ragazzi o i giovani.
Certo, arriverà il momento in cui qualcuno dirà, come hanno detto a Cristo: “Questo linguaggio è duro!”, e se ne andrà.
Riflettiamo. Non possiamo non riconoscerlo: la fede, ancora più oggi, è una scelta. Certo, lo è stata anche in passato. Ma in passato la fede era come supportata da tutto un contesto di tradizioni e circostanze esteriori. Che oggi non ci sono più. E allora?
Allora oggi la fede per essere quella richiesta da Gesù deve avere radici ancor più profonde. Paradossalmente non basta più la cosiddetta religione. Almeno ai ragazzi e ai giovani proponiamo qualcosa di più nobile, che affonda le sue radici nel loro essere più interiore.

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