Omelie 2026 di don Giorgio: QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

27 settembre 2026: QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Dt 6,4-12; Gal 5,1-14; Mt 22,34-40
La Liturgia ci offre tre testi, ognuno dei quali esigerebbe una particolare riflessione.
Soffermiamoci sul primo, tolto da libro del Deuteronomio, che significa “seconda legge”. Non è una pura copia della prima legge, quella del Sinai. Particolarmente nuova è la forma letteraria. Il Deuteronomio si presenta come una grande omelia, costituita dai discorsi che Mosè rivolge al popolo d’Israele, accampato alle steppe di Moab, in attesa di raggiungere la terra di Canaan. Il materiale, di cui è composto il Deuteronomio, alterna sezioni in cui prevalgono aspetti esortativi e catechetici a sezioni in cui ci si occupa esclusivamente delle leggi che regolano la vita interna del popolo d’Israele.
Dunque, l’atmosfera che predomina è quella del commiato o del testamento che Mosè affida al popolo prima di entrare nella terra promessa, a cui per diversi motivi gli sarà proibita. Lo stile è quello dell’esortazione, che cerca più di persuadere che di comandare. Tema fondamentale e ricorrente in tutte le parti del libro è la legge, che Dio ha donato al popolo e da cui Israele non si deve mai allontanare, pena la perdita della terra e l’esilio. La legge è il frutto di una storia nella quale Dio ha manifestato la sua misericordia e la sua predilezione per Israele. Le pagine che rievocano gli eventi fondanti del popolo di Dio hanno, dunque, lo scopo di far cogliere l’intimo legame tra l’azione salvifica e l’obbedienza filiale che ne scaturisce. La disposizione del libro richiama i trattati di alleanza in cui i due contraenti stipulano un patto costituito da una serie di precetti da osservare. All’osservanza delle leggi è connessa la benedizione di Dio per Israele, alla inadempienza la maledizione.
Soffermiamoci sul testo di oggi. Mosè si è avvicinato a Dio per ascoltare ciò che il suo popolo deve capire e praticare all’inizio della sua esistenza, liberata ed autonoma dopo l’uscita dall’Egitto, dove per secoli gli Ebrei erano rimasti schiavi. Ora sono liberi per benevolenza divina. È stato il popolo stesso, intimorito dalla presenza potente di Dio sul Sinai, a delegare Mosè come ambasciatore e quindi come messaggero di Dio con loro: «Avvicinati tu – ha detto il popolo – e ascolta quanto il Signore nostro Dio dirà e poi ci riferirai quanto ti avrà detto e noi lo ascolteremo e lo faremo».
Tre verbi si sviluppano e si rincorrono dandosi reciprocamente sfumature proprie e raccogliendo insieme ricchezze diverse: “Temi, ascolta, ama”.
Primo verbo: temere. «Temi il Signore Dio tuo»: è un’espressione tipica della fedeltà all’Alleanza. Il timore comporta simultaneamente un amore che corrisponde a quello che Dio ha avuto con i Patriarchi, la loro discendenza e loro stessi e impegna in un’obbedienza assoluta a quanto Dio stabilisce. Il contenuto religioso e morale di questo timore andrà sempre più affinandosi nei testi dei Profeti. Dal terrore visto come paura si passerà all’amore come quello della sposa per il suo sposo.
Anche la Chiesa parla di timore di Dio. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, il timore di Dio non è la paura del castigo, ma è il settimo dono dello Spirito Santo che esprime il profondo rispetto, la lode e l’amore filiale verso Dio. Una persona definita “timorata di Dio” è una persona retta, che agisce con coscienza e scrupolo, vivendo con umiltà.
Dovremmo sempre ricordare il celebre proverbio italiano: “Troppa confidenza toglie riverenza”, oppure secondo un detto napoletano: “Troppa confidenza fa poca creanza”.
Secondo verbo: ascoltare. «Ascolta, Israele (Shemà Israel): il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore». I fedeli ebraici recitano questo passo due volte al giorno (mattina e sera) come supremo atto di fede e di alleanza con il Creatore. È il pilastro del monoteismo ebraico.
Un monaco racconta: «Dopo aver terminato il mio mandato di parroco alla Certosa di Milano avevo tutta la necessità di ricaricarmi con un bel corso di esercizi spirituali e, proprio in quel periodo, c’era Don Bruno Maggioni che a Varese teneva un corso per noi frati. Ed ho partecipato con tanta, tanta voglia di rinnovarmi. Don Bruno rifletteva sull’importanza dell’ascolto ed è uscito con una provocazione che mi ha fatto veramente bene. Chiedeva: “Voi frati che in convento imparate tante cose e diversi di voi hanno studiato teologia…, ma
qualcuno vi ha insegnato ad ascoltare? A me in seminario nessuno, e a voi?” Mi ha scioccato questa frase perché è vera, nessuno mi ha mai insegnato ad ascoltare e soprattutto, lui sottolineava che tutto ciò è assurdo perché senza l’ascolto non possiamo essere cristiani».
Dunque, la prima cosa che dobbiamo fare è quella di ascoltare. Ascolta! Sì, soprattutto in una società come questa, in cui tutti vorrebbero dire la loro (pensate ai talk show televisivi) senza ascoltare l’altro. Oggi si parla, senza ascoltare. Pensate anche ai teologi, che scrivono su Dio senza ascoltare Dio.
Ma cosa vuol dire ascoltare? Vuol dire obbedire alla Parola di Dio. Ascoltare e obbedire hanno la stessa radice: non si ascolta la Parola per poi fare ciò che vogliamo noi.
Terzo verbo: amare. «Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Qui possiamo agganciarci al testo evangelico.
Gesù, richiamandosi proprio a Dt 6,5, presenterà come il più grande comando l’amore per il Signore, un amore che si unisce al timore filiale, ma esclude quello servile. Matteo aggiungerà: “con tutta la tua mente”, a significare che l’amore ha bisogno di profondità ed ha bisogno di lucidità e chiarezza. Un amore che è illuminato dall’intelletto, quello “attivo”, come direbbe Aristotele, che prende luce dall’Alto.
L’amore per il Signore non va di per sé identificato con la pratica dei doveri religiosi, con la partecipazione agli atti di culto. Per ingraziarsi gli dèi, i popoli dell’antico Medio Oriente offrivano olocausti di animali e le primizie dei raccolti, convinti che, se il soave odore delle vittime non fosse regolarmente salito al cielo, gli dèi si sarebbero adirati e avrebbero inviato pestilenze, siccità e carestie. Anche Israele, per lungo tempo, concepisce il suo rapporto con il Signore in termini rituali. Ritiene di poter ottenere i favori del suo Dio offrendogli, come i pagani, sacrifici e olocausti. Non è così che il Signore vuole che gli si manifesti amore. I profeti sono durissimi contro il ritualismo religioso. Dal libro di Isaia 12,13-17: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».
Cosa aggiungere d’altro? Tutti siamo chiamati in causa. Credenti e non credenti.

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