Oratori estivi: tra rischi e valori educativi

 

di don Giorgio De Capitani

Dal Corriere della Sera (uno tra i tanti quotidiani che hanno riportato la notizia): “Tragica gita sul monte Calvana. Un bimbo morto, altri 60 soccorsi. – Doveva essere una gita sul monte Calvana, località casa Bastioni, vicino a Prato. Una come tante altre, in gruppo. Ma la lunga passeggiata in mezzo alla natura di oltre sessanta bambini (fra gli 8 e i 16 anni) della parrocchia di Paperino si è trasformata in una tragedia. Dopo aver camminato per chilometri un bambino, di 11 anni, Franco Lori, è entrato in arresto cardiaco ed è morto. I bambini erano partiti per la lunga passeggiata, nonostante la giornata con alte temperature. Erano accompagnati da alcuni adulti, tra cui il parroco di Paperino. La gita in cui erano impegnati è una «classica» che viene organizzata ogni anno dalla parrocchia con i panini portati da casa, in un luogo abbastanza impervio nel monte Calvana. I bambini hanno percorso un lungo sentiero di montagna sotto il sole. Prima della sosta per il pranzo Franco si è sentito male: gli altri bambini lo hanno visto accasciarsi e uno degli accompagnatori ha chiamato subito il 118. In tanti erano stremati e disidratati”.

I giornali, più o meno, concordano nell’insistere sul fatto della disidratazione e dello sfinimento fisico dei ragazzi, come se gli organizzatori avessero agito da “incoscienti”. Mi dispiace veramente che ancora una volta i mass media con tanta leggerezza presentino i fatti in questo modo, colpendo subito l’emotività dell’opinione pubblica, portata di conseguenza ad emettere giudizi negativi sull’operato della parrocchia in questione. Anch’io ho cercato di riflettere, stendendo qualche considerazione. In quanto prete, mi sento particolarmente coinvolto. 

Non vorrei che qualcuno anche da questa tragedia traesse le istintive insane conclusioni sulle colpevolezze di educatori che si comporterebbero nei riguardi dei ragazzi a loro affidati con estrema faciloneria e poca responsabilità. Posso garantire che non è così. Gli incidenti purtroppo possono capitare, nonostante una oculata vigilanza e una quasi maniacale precauzione. E allora che fare? Siccome il rischio è sempre possibile, dovremmo chiudere gli ambienti parrocchiali? Mi ricordo che, da prete giovane, quando organizzavo i campeggi (in montagna o vicino al mare), il mio parroco tutti gli anni mi faceva sentire in colpa dandomi dell’“incosciente” solo per il fatto che organizzavo i campeggi. Rispondevo che ero consapevole dei rischi, ma che non potevo starmene comodo a casa mia. Certo, coi ragazzi bisogna avere mille occhi aperti, e occorre soprattutto organizzare le attività tenendo conto di tutti i pericoli possibili. Quando termina il mio oratorio feriale estivo, tiro sempre un respiro di sollievo, non perché finalmente mi sono liberato di un peso, ma perché tutto è andato bene, non c’è stato qualche incidente. Lo so che non si può vivere sempre in ansia, tuttavia i ragazzi sono imprevedibili: basta poco perché succeda un inconveniente. Ricordo qualche prete distrutto psichicamente e anche fisicamente per un grave incidente verificatosi in oratorio. Si rimane segnati per tutta la vita.

Eppure bisogna continuare nella nostra opera educativa, pur sapendo che è “rischiosa”, il che non significa che bisogna prendere le cose sotto gamba, soprattutto quando si organizzano gite in montagna o al mare. Mille occhi, sì, ma occorre anche saper valutare rischi e rischi. Senza farsi prendere da altre sciocchezze che non aiutano a dar credito ad un’opera educativa, quale è l’oratorio estivo, che meriterebbe invece di essere rivalutata come momento provvidenziale di aggregazione umano-sociale, oltre che religiosa.

Di fronte a tragedie simili, mi vergogno di prestarmi anch’io a polemiche stupide che in questi giorni hanno interessato le parrocchie del nostro Decanato di Brivio. La cosa è nota. Dall’alto sono arrivate indicazioni sul comportamento da tenere nei riguardi dei giornalisti che vengono a scattare foto ai ragazzi per poi metterle sul giornale (online o di carta). A parte il fatto che personalmente sono venuto a conoscenza del provvedimento a cose fatte. Ma non è questo il problema. Come più volte ho fatto notare, la vera domanda è questa: che c’entrano i ragazzi quando il motivo di fondo è quello di garantirci da parte di noi preti da giornalisti poco obiettivi che non riportano fedelmente le nostre dichiarazioni durante le interviste? Anch’io diverse volte sono stato “fregato”, ma non per questo la faccio pagare ai ragazzi.

Anche le foto pubblicate sui giornali locali possono rendere visibile un’opera educativa che è presente nel nostro territorio, ed è quella dell’oratorio estivo. È giusto che la gente sappia ciò che si fa per i nostri ragazzi. E la gente non deve solo conoscere qualche inconveniente tragico che può succedere, per poi criticarci di “irresponsabilità”. In tutte le diocesi, ci sono migliaia e migliaia (il numero è incalcolabile) di ragazzi che trascorrono diverse ore in oratorio, e di giovani impegnati ad assisterli.

Sul come poi vengono organizzati questi momenti educativi, il discorso si farebbe lungo. Ancora più lungo se dovessimo discutere sul come “dovrebbero” essere organizzati. Sì, si spendono tante energie – è sotto gli occhi di tutti -, che forse potrebbero essere spese meglio. Ma soprattutto ciò che manca in queste preziose provvidenziali esperienze estive è quell’apertura ai valori diciamo umani, e su questi poi fondare quel pluralismo anche religioso, evitando perciò di escludere ragazzi di altre religioni. Certo, si tratta di capire che cosa s’intenda per valore umano. Ma vedo che oggi tutti parlano di Umanità, ma forse l’Umanità è ancora tra le nuvole, e forse sull’Umanità le idee non sono ancora chiare. I non credenti parlano di Umanità come di qualcosa di estraneo al mondo spirituale, e i credenti ne parlano come di qualcosa che, in qualsiasi caso, è ancora chiuso in una visuale prettamente “religiosa”. Qui il discorso si complicherebbe. Tuttavia una cosa è certa: viviamo per categorie mentali o religiose che non ci permettono di superare le barriere ideologiche, e che ci tengono ancora ben lontano da quella visione d’insieme, secondo la quale esiste un profondo, inscindibile legame tra l’essere umano, il cosmo e la divinità, comunque la si chiami: legame che è l’unica via da percorrere se vogliamo uscire dalla frammentazione che finora ha sempre creato problemi, a partire dall’essere umano.

È una pretesa, o un sogno, o un’utopia che l’oratorio diventi una scuola di educazione all’Umanità, ovvero un cammino di crescita olistica (o d’insieme)?    

 

3 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    L’esperienza insegna che le disgrazie accadono e spesso indipendentemente dalla cautela e dall’attenzione che usiamo. Anche perché le cause che possono provocarle sono molteplici e, a volte, si annidano perfino in situazioni del tutto normali che potremmo aver vissuto tantissime volte senza correre alcun rischio. Vale la pena di fermarsi un attimo a riflettere su queste considerazioni prima di colpevolizzare persone e istituzioni che vengono coinvolte in tragedie come questa. Ciò non toglie però che non si debba fare di tutta l’erba un fascio rassegnandosi alla fatalità, finendo magari per convincersi che tanto ogni precauzione sia inutile perché “se deve succedere succede!”. Nel caso specifico penso che sarebbe stato opportuno, visto il gran caldo, rimandare la passeggiata o ridurne la durata o il tragitto: lo scopo di stare insieme e svolgere un’attività ricreativa sarebbe stato raggiunto lo stesso. Per quanto riguarda il prete che accompagnava i ragazzi, immagino che sarà già in preda a una marea di sensi di colpa, per questo mi sembra quanto meno ingeneroso e meschino aggravarne il peso, facendone il capro espiatorio.

  2. Gianni ha detto:

    Il problema è di evitare di fare di ogni erba un fascio:
    a prewcindere da chi organizza una gita, si tratti della scuola o dei boy scout, piuttosto che dell’oratorio.
    Comunque, spetta alla magistratura fare questo tipo di considerazioni…occasionalmente mi erano capitati due casi di questo genere quando facevo l’avvocato…..
    chiaro che se risultasse che si è fatta una gita in una giornata particolarmente calda, facendo camminare per ore ed ore dei bambini sotto il sole, e risultasse peraltro che alcuni di questi erno disidratati, i giudici non eviterebbero di emttere un verdetto di responsabilità, sul quale io non avrei nulla da dire.
    Quanto al momento pedagogico, secondo i diversi orienamenti familiari si preferiscono diversi ambineti, laici o religiosi, ma io credo che queste occasioni dovrebbero essere solo di divertimento.
    Quando poi si diviene adulti, allora ci sarà occasione di una maggior riflessione critica, un po’ come per il catechismo:
    come si possono comprendere certi discorsi metafisici ad un certa età?

  3. Roby ha detto:

    Io non sono un medico, non sono un prete, un educatore, ma sono padre di una ragazza che ha oggi 22 anni.
    E’ facile parlare sempre e solo di responsabilità di terze persone, io come te non ero presente a paperino, ma credo che in tutto questo esista un disegno, probabilmente la morte e’ arrivata nel momento in cui doveva, io sono sempre stato convinto che nulla si possa fare per cambiare lo stato delle cose.
    Un bimbo di 11 anni che muore fa molta pena, ci si aspetta che campi cento anni, ma qualche volta non va come si programma, la vita e’ una delle poche cose che non si riesce a pilotare. Siamo in grado di curare una malattia, ma non sappiamo quando dove e come saremo chiamati dalla signora in nero.
    Io sono cresciuto in oratorio, vacanze alla casa alpina organizzate dal parroco, campeggi con gli scout, insomma, ho 54 anni e sono ancora qua a testimoniarlo.
    Quante volte durante la mia vita sono dovuto andare a casa di gente e dare notizia di figli mariti o mogli morti, prima o poi qualcuno lo farà anche per me con la mia famiglia, ovviamente spero che sia mia figlia a seppellirmi, ma e’ impossibile fare dei progetti in tal senso.
    E’ chiaro che un morto pesa, ma cosa si sarebbe potuto o dovuto fare?
    Non si può sempre e solamente accusare, io certamente non nutro grossa stima per i preti, almeno, per quella parte del clero che mi pare di capire tu non solo non rappresenti ma alla quale sei scomodo, avendo proprietà di parola ed un cervello che ti permette di sindacare su determinate scelte, certamente esiste una parte sana, fosse anche solo minima sarebbe comunque tale, gente che lavora per la comunità, che non sfrutta una tonaca.
    Grazie a questa parte sana io ho potuto godere di giorni allegri, bellissime passeggiate, gite, campeggi, peccato che oggi queste cose siamo pressoché finite.