Omelie 2026 di don Giorgio: QUINTA DOPO PENTECOSTE

28 giugno 2026: QUINTA DOPO PENTECOSTE
Gen 11,31.32b-12,5b; Eb 11,1-2,8-16b; Lc 9,57-62
Vorrei partire dal primo testo, per soffermarmi su alcuni verbi, così come ci invita a fare un sacerdote milanese novantenne, che ammiro sempre per la sua lucidità con cui commenta i testi sacri: don Angelo Casati. Il testo è famoso: riguarda la vocazione di Abramo, che Dio sceglie come capostipite del popolo ebraico. Una vocazione del tutto singolare, anche per l’ordine di Dio: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione».
Don Angelo Casati invita anzitutto a soffermarsi sull’ordine di Dio ad Abramo di lasciare la propria terra. «Negli occhi ci rimane oggi l’inizio di questo andare di Abramo, andare per fede, perdutamente andare. E noi ci diciamo figli di Abramo. Voi mi capite, come se una sorta di nomadismo ce la dovessimo ritrovare nell’anima. Nell’anima come una vocazione. E io lo sono un po’ nomade? Anche a novanta e più anni? Anche Abramo non ne aveva poi pochi, settantacinque. Non sarà che siamo partiti nomadi e ora ci ritroviamo sedentari? Due verbi oggi nel brano della Genesi risuonavano con tutta la loro dissonanza».
Che significa dissonanza? Come se i due verbi “andare” e “stare”, e le due parole “nomadismo” e “sedentarismo” non possano andare d’accordo. Ma la soluzione è già chiara: non possiamo essere sedentari, dobbiamo sempre sentirci nomadi. Non fisicamente, ma nel nostro spirito che è per natura in movimento, sempre creativo.
Chiarisce don Angelo: «Ecco la dissonanza: “stabilirsi” è verbo di sedentari, “vattene” è comando per nomadi, per pellegrini. La lettera agli Ebrei rimarca un dettaglio che non è dettaglio: appartiene all’anima della fede. Di Abramo l’autore della Lettera scrive: “Partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende”. “Partire senza saper dove si va” sembra contrario ad ogni logica. Prima di metterti in viaggio devi saper dove vai. Ti muovi se lo sai, quando lo sai. Come contrario a ogni logica sembrerebbe anche un invito a “soggiornare sulla terra come da straniero”: la logica dice che ci devi stare sul pezzo».
Interessante questo modo di dire “stare sul pezzo”. Nel lavoro di redazione, “stare sul pezzo” significa seguire una notizia da vicino, occuparsene senza mollarla un secondo. Altre teorie riconducono l’origine alla catena di montaggio, dove l’operaio deve rimanere concentrato su un singolo pezzo alla volta.
Don Angelo commenta: «Nomadi dunque. E vorrei sbarazzarmi di un equivoco: il sospetto che essere nomadi significhi un andare alla cieca, da sventati, così come capita, come ti frulla nella mente. Abramo va da nomade, ma nell’orizzonte di una Parola, lasciandosi condurre dalla fede; va senza sapere, ma tenendo nelle mani una lampada, come recita il salmo: “Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”. Essere nomadi è contro l’immobilismo dei pensieri, dei programmi. Contro un eccesso di organizzazione, che ci chiude. Pensate: siamo arrivati a “organizzare la speranza!”».
Ha perfettamente ragione don Angelo: siamo arrivati a organizzare perfino la speranza se per speranza intendiamo quella virtù che ci spinge ad attendere qualcosa che ancora non c’è, perché Dio è sempre imprevedibile.
Organizzare la speranza significa allora tagliare le ali alla speranza. Noi preti poi siamo così imbecilli che vogliamo tarpare la libertà dello Spirito.
E allora scrive don Angelo: «meno “organizzare” se è verbo da sedentari, più “fantasticare”, verbo da nomadi, che dice voglia di rinnovamento, di buone creazioni. Nomadi con il vento nei pensieri». Poi chiarisce: «Vorrei aggiungere che “soggiornare da stranieri sulla terra” non significa certo, come qualcuno potrebbe sospettare, non avere amore o passione per questa terra. La terra al contrario dovrebbe temere le donne e gli uomini “stabili sino alla fissità”, potrà solo benedire donne e uomini che come Abramo mettono in cammino passi e pensieri, sono una benedizione per la terra. “Andare” avrà come effetto un moltiplicarsi: il grembo di Sara e del mondo fiorirà. A volte mi suona triste nelle chiese il lamento per giorni come i nostri in cui l’impressione è di non sapere dove si va: mi chiedo se i primi discepoli lo sapessero. Saremmo più sereni e anche più creativi se pensassimo che è la normalità vivere come sotto le tende e avere pensieri e immaginazioni, metterle in gioco anche senza vedere, spostare di un poco la tenda. Non “fare lamento”, ma “incoraggiare”».
Riflettiamo. Oggi si va alla cieca ponendoci mille domande, tranne una: la mente umana da sola può indicarci la meta del nostro ben-essere? Il fatto che nulla ci soddisfa non è la prova che siamo fuori strada? Non è la nostra mente umana, limitata, a dirci la meta verso cui procedere. La mente “mente”, inganna, dicevano gli antichi. Chi potrebbe allora darci un senso al nostro vivere? Solo chi ha fede, ha dentro la luce, e questa luce lo porta verso quel Mistero divino, che sembra umanamente qualcosa di irrazionale o di ridicolo, ma è la garanzia del nostro vivere nella libertà dello Spirito.
In questa cornice possiamo leggere il brano di Luca: le parole di Gesù all’apparenza possono suonare spietate, senza pietas, quasi insopportabili per chi onora gli affetti.
Don Angelo scrive: «Gesù evoca il suo andare libero, affidato a Dio, e mette in guardia da nidi che finiscono per farti dimenticare i voli. Contro un rintanarsi come di volpi. Mette in guardia da catture, che possono venire anche da persone care o da discepoli. Lui, lo sappiamo, aveva intravisto i pericoli fin dall’inizio della sua missione: ti cercano, ma per fermarti. Marco ricorda che dopo una delle sue giornate senza fiatare, proprio agli inizi, aveva passato la notte sul monte. I discepoli lo sorprendono, gli dicono: “Tutti ti cercano”. Risponde: “Andiamocene altrove”. Ed è ancora Marco a ricordare che, sempre agli inizi, quelli di casa sua avendo sentito di quel suo prodigarsi senza misura, senza nemmeno il tempo di mangiare “uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: È fuori di sé”».
Conclude don Angelo: «A me è parso di intravedere un male, comune alle tre situazioni evocate dal Vangelo: non è la casa in sé il male, non sono gli affetti in sé il male, non è la delicatezza dei sentimenti. Il male accade quando tutto questo diventa così prepotente, così dominante, così soffocante da impedirci di andare per le strade di Gesù e del suo Vangelo. E non è forse vero che, nel nostro modo comune di esprimerci, talvolta fa capolino l’espressione: “i nostri legami affettivi”».
Una mia considerazione personale. Noi preti abbiamo troppi legami familiari. Non vorrei essere crudele. Ma, al di sopra di tutto, anche degli affetti parentali, c’è il bene della nostra comunità. Per questo, pur ammettendo una libertà di scelta, preferisco il celibato: non si è liberi nella nostra missione se si hanno legami familiari. Noi preti saremmo condizionati.

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