QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

28 settembre 2025: QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 56,1-7; Rm 15,2-.7; Lc 6,27-38
Anche stavolta il primo brano della Messa è di una estrema importanza, e ci aiuta a comprendere non solo quei tempi lontani millenni, ma anche il nostro tempo. Anzitutto, una parentesi che ci aiuta a comprendere tante cose.
Ci sono due concezioni del tempo: la concezione giudaico-cristiana, chiamata “lineare”: ovvero il tempo ha un inizio (la Creazione) e una fine (il Giudizio Universale), con eventi unici e irreversibili che si susseguono. E c’è un’altra concezione, secondo la quale gli eventi si ripetono eternamente in cicli, come in un cerchio, a differenza della concezione lineare che vede il tempo come una sequenza unica e non ripetibile. La concezione ciclica è presente nelle antiche religioni e filosofie, come nell’Induismo e nel Buddismo, nella filosofia greca, e nel pensiero di filosofi come Giambattista Vico, per il quale la storia umana attraversa fasi di ascesa e di decadenza che si ripetono. In breve, secondo la concezione ciclica il tempo viene immaginato come una ruota o, appunto, come un ciclo che contiene diverse fasi che ritornano. La concezione del tempo in Giambattista Vico, nota come “corsi e ricorsi storici”, descrive la storia come un’alternanza di fasi di barbarie, civiltà e decadenza, un ciclo che si ripete incessantemente, ma con la possibilità di un avanzamento progressivo verso un’umanità migliore. Per avere una certa idea di ciò che ha scritto Vico possiamo usare il simbolo della spirale o dei tornanti in montagna. Si torna ma per salire.
Soffermiamoci ora sul testo di oggi, che dà l’avvio al cosiddetto Terzo Isaia. In breve: il libro di Isaia è diviso in tre parti: la prima, che comprende i primi 39 capitoli, ha come autore Isaia, vissuto sotto i re Acaz ed Ezechia, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. Dal capitolo 40 al 55 entra in scena un profeta anonimo dallo stile diverso e originale, chiamato convenzionalmente dagli studiosi “Secondo Isaia”. Egli è vissuto negli anni successivi al 538 a.C., quando il re persiano Ciro detto il Grande, sconfitti i Babilonesi, aveva permesso agli Ebrei esuli di tornare nella terra dei padri, abbandonata nel 586 a.C., al momento della distruzione di Gerusalemme. Gli ultimi capitoli del libro di Isaia (56-66) sono attribuiti a un altro profeta, anch’esso anonimo, che gli studiosi chiamano “Terzo Isaia”, vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (dal 520 a.C. in avanti).
Per chiarire un po’ il periodo del ritorno in patria degli ebrei e del loro insediamento nella terra dei padri, la Palestina, diciamo subito che è successo qualcosa di nuovo, in questo senso: esisteva, prima dell’esilio, un esclusivismo esigente e duro, destinato a mantenere pura la propria fede e a non mescolarsi con altre divinità. Ad esempio i matrimoni con donne straniere facevano deviare dalla fede: gli ebrei si facevano affascinare dai costumi pagani. Perciò il libro del Deuteronomio, attribuito a Mosè, ma in realtà scritto nel sec. VII-VI a.C. dà questo ordine: «Con gli stranieri non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà. Non costituirai legami di parentela con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero la tua discendenza dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri» (7,2-4). Norme dure e per chi le violava c’erano punizioni esemplari e anche condanne a morte.
Durante l’esilio babilonese che cosa era successo? Certamente gli Ebrei deportati a Babilonia rimpiangevano la loro patria, la patria dei loro padri. Chi non ricorda il loro lamento, che troviamo nel Salmo 137, che così inizia: “Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre,
perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, allegre canzoni, i nostri oppressori: “Cantateci canti di Sion!”. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?». Questo passaggio è stato poi ripreso dal poeta Salvatore Quasimodo nella sua celebre poesia “Alle fronde dei salici” per descrivere la situazione degli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tuttavia, c’è sempre un tuttavia, diversi ebrei esuli in esilio, a Babilonia, si adattarono, si sposarono anche con donne babilonesi, trovarono una buona sistemazione anche nel campo economico, e questi non torneranno più nella loro patria. E soprattutto non dimentichiamo una cosa: gli ebrei entrarono in contatto con una alta cultura, quella babilonese. Tale convivenza dell’esilio ha fatto ripensare gli ebrei, pur così chiusi nel loro mondo emarginante, ad atteggiamenti diversi. Ha fatto superare paure e pregiudizi. Anche a Babilonia, hanno incontrato uomini e donne di fiducia, giusti, portatori e portatrici di valori condivisi.
Ma (c’è sempre un ma) non tutti tra coloro che tornarono in patria si aprirono a nuove visuali: ripresero diffidenze e sospetti poiché erano rimasti pregiudizi pericolosi, e ritenevano che la vera fede consistesse nel rifiutare ogni straniero. E, tornando in patria, trovarono quel rimasuglio di un popolo, che non era stato deportato, ancora più aperto a contatto con le popolazioni straniere. Immaginate, se ci riuscite, le difficoltà di convivenza tra gli stessi ebrei, quelli più chiusi e quelli meno chiusi di mentalità.
Ed ecco l’azione del profeta, che come sempre è determinante. Il profeta anonimo, che pronuncia i testi che leggiamo nel terzo libro di Isaia, sembra un uomo sereno, libero da pregiudizi, che coglie in modo più profondo il significato della vita umana. In breve, per il profeta tutto il mondo è stato creato da Dio e tutti sono un richiamo alla bontà del creatore. Bisogna abbandonare gli esclusivismi e ritrovare una unità di popolo, attorno al Dio creatore e salvatore.
Come potete notare, i profeti non avevano solo il compito di condannare i comportamenti di un popolo infedele, ma avevano anzitutto la missione di aprire gli orizzonti. Condannavano sì le infedeltà all’alleanza, ma in vista di una nuova alleanza con un Dio universale. Per loro l’alleanza non era una fedeltà rigida o legalistica a un Dio che era solo degli Ebrei, ma a un Dio il cui volere era a un disegno che comprendeva tutti i popoli. Dio è l’unico creatore dell’Universo. Un padre universale, di cui tutti gli esseri umani sono figli e perciò appartengono alla stessa famiglia.
Qui il discorso si farebbe lungo, complesso e anche molto provocatorio. In breve, il vero difetto, che chiamerei peccato mortale, delle religioni è il loro esclusivismo in nome di una assurda pretesa di accaparrarsi per sé Dio. È stato il grave peccato del popolo ebraico, e il peccato ancor più grave della stessa chiesa cattolica. Attenzione alle parole: la Chiesa di Cristo non è cattolica (parola che significa universale) nel senso che dovrebbe racchiudere tutti i popoli nella sua rigida struttura, ma, al contrario, dovrebbe trasmettere a tutti i popoli il messaggio evangelico che è per natura universale. Pensate che cosa i teologi cattolici sostenevano fino a poco tempo fa: “extra ecclesiam nulla salus”. Oggi si evita questa espressione, ma le cose non sono cambiate.

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