
(Getty Images)
dal Corriere della Sera
26 settembre 2026
Pinocchio: e se fosse una favola (e una lezione)
sulla dipendenza dal gioco d’azzardo?
di Danilo di Diodoro
Secondo alcune testimonianze il gioco d’azzardo rappresentava un problema per Collodi. Alla luce di questa lettura il Paese dei Balocchi può essere interpretato come una metafora efficace di ciò che promette all’inizio: evasione, gratificazione, eccitazione e sollievo dal disagio emotivo
Chi non vorrebbe avere un campo dei miracoli, come quello che descrive Carlo Lorenzini, meglio noto come Collodi, in Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino? Un campo dove si possono sotterrare un paio di monete d’oro per veder spuntare un albero che dà zecchini d’oro come frutti? Eppure è un tipo di fantasia che mette in luce pericolose illusioni di arricchimento rapido e senza sforzi, facilita la creduloneria verso comportamenti a rischio, svela l’illusione di poter tenere sotto controllo forze avverse e ostili o semplicemente le ferree leggi del principio di realtà. Fantasie che sono caratteristiche di chi tende a restare impigliato nella rete delle dipendenze patologiche e del gioco d’azzardo. «Alcune fonti suggeriscono che Collodi abbia attraversato periodi di difficoltà finanziarie e personali, caratterizzati da instabilità, debiti e gioco d’azzardo» dice Filippo Besana, dell’Azienda Sanitaria Socio Territoriale (Asst) Santi Paolo e Carlo di Milano, psichiatra impegnato nella gestione clinica e trattamento dei pazienti con disturbo da uso di sostanze e disturbo da gioco d’azzardo, autore di un articolo su questi temi pubblicato sul British Journal of Psychiatry, in corrispondenza con il bicentenario della nascita di Collodi.
Le testimonianze biografiche
«Una premessa doverosa: non sono un esperto di letteratura o un biografo di Collodi, ma uno psichiatra che si occupa di dipendenze, con la passione per la letteratura correlata all’attività clinica che pratico. A mia conoscenza, esistono testimonianze biografiche, come ad esempio Vita e Opere di Carlo Collodi di Renato Bertacchini, oppure Carlo Collodi. Opere di Daniela Marcheschi, secondo le quali l’autore di Pinocchio frequentava con assiduità i caffè cittadini, luoghi in cui erano diffusi giochi di carte e scommesse, e avrebbe avuto una passione per il gioco d’azzardo, tanto da attraversare periodi di difficoltà economica e mettere a rischio i propri averi. Oltre al gioco, le fonti descrivono Carlo Lorenzini come “donnaiolo” e incline al consumo di alcool, ma anche uomo “dalla vivacissima intelligenza”, e in più convinto patriota, tanto da partecipare come volontario alle Guerre d’Indipendenza. Facendo seguito a queste informazioni, si può pensare che la stesura di Pinocchio potrebbe essere nata come risposta a una crisi d’identità dell’autore, durante la quale cercava una redenzione economica e simbolica, spinto in parte dal bisogno di ripagare i debiti accumulati con il gioco d’azzardo. Sembra che Collodi a un certo punto, durante una serata sfortunata in cui, nel tentativo di recuperare le perdite, era arrivato persino a mettere in gioco la propria casa, abbia confessato il suo problema con il gioco d’azzardo, che aveva sempre tenuto nascosto agli amici».
Seduzione e illusione
Vivere nel Paese dei balocchi è un modo dire che indica chi non considera i vincoli della vita reale. Un Paese che rappresenta anche una delle promesse più seducenti della condizione di dipendenza patologica. «Quella del piacere immediato, raggiungibile senza fatica e apparentemente senza conseguenze» dice Filippo Besana. «È il luogo dove tutto sembra possibile, senza regole, responsabilità o limiti. Dal punto di vista psicologico è una metafora efficace di ciò che le sostanze che danno dipendenza e il gioco d’azzardo promettono nelle fasi iniziali: evasione, gratificazione, eccitazione e sollievo dal disagio emotivo. Ma è solo un’illusione. Come accade a Pinocchio, anche nelle dipendenze il prezzo da pagare emerge in un secondo momento. Il cervello privilegia la ricompensa immediata rispetto alle conseguenze future: è quello che in psicologia chiamiamo “sconto temporale”, la tendenza a dare molto più valore a un beneficio disponibile subito rispetto a uno più grande ma lontano nel tempo. Un meccanismo che contribuisce a mantenere il comportamento di dipendenza, nonostante perdite economiche, relazionali o di salute».
Il ruolo delle bugie
Per vivere nel Paese dei balocchi bisogna anche dire bugie. «Come fa chi soffre di un disturbo da gioco d’azzardo: mentire per celare le perdite, per un senso di vergogna e di colpa» spiega Besana. «La menzogna è rivolta agli altri, ma anche a sé stessi: ci si convince di poter smettere quando si vuole o che si riuscirà a recuperare le perdite. La dipendenza modifica le priorità: ottenere la sostanza che dà dipendenza o continuare a giocare diventano obiettivi dominanti, e quindi la bugia serve a proteggere questo comportamento, mettendo a rischio relazioni familiari, sociali e lavorative».
Il ruolo fondamentale (e «moderno») di Geppetto
Il rapporto tra Pinocchio e Geppetto, nel quale si mescolano affetti e bugie, richiama alcuni aspetti tipici delle famiglie in cui un membro si trova in una situazione di dipendenza patologica. «In effetti Geppetto rappresenta una figura che ha la caratteristica di continuare a prendersi cura del figlio, anche quando questi lo delude, lo inganna o lo mette in difficoltà» dice Filippo Besana. «È una dinamica che molti familiari conoscono bene: l’affetto e la speranza convivono con la rabbia, la delusione, il senso di impotenza e la paura per ciò che potrebbe accadere. La dipendenza, infatti, non colpisce soltanto chi ne soffre, ma coinvolge profondamente i familiari, che spesso modificano la propria vita nel tentativo di aiutare, controllare o proteggere la persona, con un notevole carico emotivo e psicologico. Per questo coinvolgere la famiglia nel percorso di cura è fondamentale per migliorare il benessere di tutti i suoi componenti».
Commenti Recenti